Venice

Italian kitsch verso The Woodlands

Quando un’immagine dice tutto a noi giornalisti resta poco da chiosare. E quando, con un solo clic, si ha la fortuna di fotografare, in Texas, in un Centro Commerciale di nome “Portofino”, il triplice innesto della basilica napoletana di San Francesco di Paola con la fiorentina Santa Maria Novella e Palazzo Ducale a Venezia, bisogna veramente inchinarsi al Dio del giornalismo e rendere merito per tanta grazia.

image (27) Il risultato lo potete vedere qui sopra, una Piazza San Marco sui generis che ben condensa, nella sua impossibilità, l’ideale dell’italianità secondo gli Americani: un insieme incontrollato di bellezza tutti frutti, in fondo in fondo anche un po’ texana. Ecco quindi che, nella logica del melting pot che tutto inghiotte – anche le sfumature delle diverse culture che vorrebbe difendere – è perfettamente regolare che tra i fregi di questa piccola Venezia texana costruita in quel di Shenandoah (15 miglia a nord di Houston) spunti anche una bandiera della Stella Solitaria.

image (28)A poca distanza il Leone di San Marco regge con la zampa un libro aperto sul nulla, affiancato da Santi irriconoscibili e araldiche riprodotte un po’ a caso.

Sotto il colonnato la situazione si arricchisce di divinità personalizzate a seconda del negozio. Per esempio, l’entrata di Pet. Co., nota catena per a cura degli animali, le statue hanno fattezze canine (quelle feline ve le risparmio).image (26)

Tra bar, negozi di hobbistica, supermercati, erboristerie e abbigliamento, svettano serene colonne e deità varie che però, di quando in quando svelano la loro vera identità. Basta una sola crepa, un buco, una danno banale nella facciata di questo mondo irreale per dimostrarne la fragilità. A sostenerlo non ci sono materiali nobili o resistenti, come marmo, granito, una pietra di qualche tipo, ma solo un’anima di polistirolo. Un bellissimo, ancorchè strampalato castello di plastica.

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E pensare…

E pensare che se al posto di un nome come “Piazza San Marco” avessero scelto di sfruttare il nome della località in cui è stato costruito – Shenandoah – avrebbero avuto solo l’imbarazzo della scelta tra leggende e storie antiche locali, senza bisogno di prendere in prestito suggestioni straniere.

E pensare che il nome Shenandoah, è uno dei più importanti nella storia dei nativi americani anche se il suo significato è tuttora incerto. Per le tribù Delaware e Catawba significherebbe “Bella Figlia delle Stelle”, per gli Iroquesi è invece una valle della Virginia, passaggio tra Est e Ovest per generazioni di tribù, e ancora, per altre fonti “figlia dei cieli” o “grande prateria”. E pensare che Shenandoah ha ispirato una delle canzoni folk più famose della storia della musica americana. E pensare che per i soliti motivi sconosciuti l’erba del vicino è sempre più verde.

Nell’Avalon di Marghera

foto (4)Esiste qualcosa di più triste di Marghera sotto la pioggia? Non penso, in caso contrario fatemelo sapere. Ogni orrore però nasconde un fascino tutto suo che, nel caso di Marghera si scrive Storia ma si legge Forte Marghera, il gigantesco campo trincerato a forma di stella, nascosto nei meandri della laguna di Venezia, proprio al confine tra terraferma e acqua. Una sorta di Avalon la cui presenza è costante ma non vista, appena un passo più in là, in un’altra dimensione. Probabilmente Tolkien avrebbe potuto usarlo per una veloce scampagnata di Frodo & Co. Me li vedo attraversare il piccolo ponticello di legno sospeso sopra le acque torbide della laguna ed inoltrarsi dentro il grosso cancello, ormai rovinato, con su scritto “Forte”, da un lato, e “Marghera”, dall’altro. Di fronte a loro un viale incerto, dritto, inghiottito da cespugli e rami ribelli. E passo dopo passo incrociare edifici diroccati, alcuni abitati dall’arte di giovani universitari, altri da colonie di gatti, altri ancora popolati solo da ombre e nebbia. Bene. Se questa ipotetica Compagnia dell’Anello avesse la mappa giusta (dopo il ponte prima strada a sinistra, seconda strada a destra e poi dritto fino al mattino) arriverebbe in cinque minuti al MIT, il nuovo Museo delle Imbarcazioni Tradizionali della laguna di Venezia. Un progetto nato qualche anno fa e inaugurato giusto ieri.

foto 4 (1)Luci blu mare su mura bianco calce fanno in modo che le imbarcazioni contenute in questo edificio (un’ex polveriera? un’ex caserma? non ricordo) fluttuino in un’atmosfera irreale. Figlie dell’uomo e figlie del bosco queste barche – tutte con un nome, mica a caso, riflettiamoci – sono lì a riempire un luogo della loro storia, che è contemporaneamente la storia delle mani che le hanno costruite, dell’acqua che le ha cullate. Esiste, come è ovvio, un percorso didattico, all’interno del museo, che restituisce realtà storica a questi oggetti.  Ma a me piace pensare che, attraversando le nebbie di un’Avalon Serenissima, si siano incagliate qua, in questo luogo chiamato Forte Marghera, prigioniere di un sortilegio di altri tempi, legate per sempre all’acqua che hanno solcato in vita.