USA

Kolache, il panino cèco che ha conquistato il Texas

houstonchroniclesAnalogamente alla Dr. Pepper (di cui ho parlato qui), c’è una tasting experience che non può mancare se venite a trovarmi in Texas: assaggiare un kolache. Anche se di origine Ceca, il Kolache è l’essenza dello street food texano assieme a tacos e burritos. Un kolache è un paninetto, dolce o salato, generalmente servito appena sfornato. Ha le forme più disparate, quindi prima di capire cosa era effettivamente un kolache ci ho messo un po’ di tempo: è una brioche o un panino? piatta o tondeggiante? dolce o salato? Insomma una gran confusione. L’unica cosa certa è che, a differenza di altri street food texani, il kolache è la cosa più vicina all’idea di cibo sano che vi può capitare.

Dopo innumerevoli ma necessari sacrifici posso catalogare con sufficiente approssimazione due specie di kolache: quello appiattito – e allora la guarnizione è nella parte superiore – e quello imbottito – e allora il ripieno è cotto direttamente all’interno del pane.  Se si tratta di un kolache piatto, può assomigliare vagamente una una girandola glassata o ad una brioche alla panna cotta. Ottimo. Se si tratta di un kolache imbottito è a tutti gli effetti un panino con formaggio, prosciutto, oppure marmellata, nutella e così via.

Se vi capita di stancarvi delle untuose offerte dei fast food, il kolache è la risposta giusta. Gustoso, economico e portatore di livelli di colesterolo accettabili. Fosse nato a New York sarebbe un nuovo bagel, ma quella volta le comunità Ceche sono venute a coltivare il Texas, e quindi la fortuna di questo ottimo prodotto da forno è rimasto un po’ in sordina. Non nello stato della Stella Solitaria che dedica al panino diversi Festival. A Caldwell, “capitale texana del kolache”, c’è il più famoso (ogni seconda domenica di settembre). Altri festival a East Berbard, Crosby e Hallettsville, tutte località abbastanza vicine a Houston.

Halloween dogs

Non potete capire cosa è Halloween a Houston. L’unico modo per spiegarlo davvero è mostrarvi cosa gli Houstoniani sono in grado di fare ai loro animali pur di vivere appieno il significato di questa occasione. Tutte le foto che vedete sono – ci mancherebbe, vere – e sono state scattate direttamente dai padroni e mandate allo Houston Pet Magazine per un mega concorso di Halloween che verso sera, oggi, ne scoprirà i premiati, dopo una degna passerella. Chi vincerà? Personalmente opto per il Bulldog vestito da ape.

Cinema sotto le stelle del Texas

Vedere le Stelle sotto le stelle. Uno slogan di altri tempi quello adottato dal Corral Theatre di Wimberley, duemila e seicento anime sperdute nella contea di Hays, Texas. Ed effettivamente risale agli anni ’40, quando i gemelli Avey decisero di costruire un cinema all’aperto con le proprie mani. Lo fecero di legno e pietra, limitandosi in realtà ad erigere una casupola per la biglietteria ed un visibile recinto di legno di cedro, all’interno del quale una quarantina di sedie ed un telo per le proiezioni sarebbero diventati il passaporto verso le Stelle per almeno 6 generazioni di texani, per 54 estati consecutive. Nel corso dei decenni il Corral Theatre (“corral” in americano è appunto il recinto, quello di legno, classico, per rinchiudere i capi di bestiame) ha cambiato sede, gestori, pubblico, ma non ha mai cambiato la sua promessa: far vedere le stelle del cinema sotto il leggendario cielo stellato del Texas. Per questo è diventato un luogo simbolico, di aggregazione, unico punto di riferimento – a parte la chiesa – di questo piccolo paesino sperduto in mezzo alle praterie del Sud degli Stati Uniti. Gli si voleva bene. Oltre ai film si organizzavano feste, campi estivi, riunioni di ogni genere. Ora il Corral ha ridotto di moltissimo le sue attività. Sembrava che questa estate non dovesse nemmeno aprire. I motivi sono sempre quelli: nuovi proiettori da comprare, mancanza di soldi, i mega-multi-sala sorti nelle vicinanze, un pubblico diverso, un certo declino del cinema autoriale, aggiungete voi il resto. corralPerò qualche giovane abitante di Wimberley ha deciso che non doveva andare così: si è inventato un crowdfunding in Rete (“keep the corral”) e per l’intera stagione 2014 l’intero staff del cinema ha lavorato quasi gratuitamente per una serie di proiezioni a cifre ridotte utili a recuperare fondi per salvare il più antico cinema all’aperto di tutto il Texas. In sei mesi hanno raggiunto 60 mila dollari (260 donazioni), viralizzando il loro messaggio 3.400 volte. E ce l’hanno fatta. Il Corral Theatre vivrà ancora altre estati. Tra i commenti di chi ha donato ce n’è uno che mi è piaciuto molto: “Corral, sei un piccolo teatro che occupa un posto speciale nel mio cuore”.

E’ una piccola storia di provincia, lo so. Per certi versi anche insignificante. Uno sperduto paesino del Texas ha lottato per tener vivo un luogo fatto d’erba, legno e stelle. Io ci leggo qualcosa di nobile.

10 cosa da non fare (se sei Houstoniano)

Essere Houstoniani significa non dover mai dire… Giuro. C’è chi ha perso del tempo a scrivere una classifica dei 10 comportamenti più imbarazzanti per uno houstoniano. E’ lo Houston Press, il mega-portale di theHcity. Eccoli nell’ordine:

10) essere vegetariano  – bah, non è vero. Il Texas non sarà il paradiso dei vegetariani ma certo gran parte dei luoghi in cui si mangia propone piatti vegetariani. Certo non si può pretendere di andare al BBQ e mangiare insalata;

9) disinteressarsi del destino dell’Astrodromo (un mega stadio multifunzionale nato per il football e poi convertito a qualsiasi altra cosa) – mai sentito, letto o visto qualcosa a riguardo;

8) odiare il football (o il baseball o la pallacanestro) – sì, questo è vero. Non andare allo stadio è impossibile e, suppongo, socialmente imbarazzante;

7) non avere il vostro posticino favorito dove mangiare Tex-Mex o BBQ – sacrosantissimo. Vai! Sto diventando un po’ houstoniana;

6) guidare rispettando i segnali – tana per me! l’avevo detto! guidare in modo normale è considerato da nonnetti;

5) vivere al di fuori della mega-tangeziale n°610 (per una città di oltre 6 milioni di abitanti direi che è una condizione che accomuna almeno 5 milioni di abitanti) – su questo non saprei ma direi che lo snobismo provincialista dell’essere “dentro o fuori” dal centro sia un evergreen.

4) guidare una macchina che non inquina o prendere i mezzi pubblici – essì!

3) non pigliarsi con la musica (o i musicisti) texana –  intendiamoci: se gli ZZ Top vi lasciano indifferenti, Stevie Ray Vaughn per voi è una marca di birra, Beyoncè è un insulto francese e ignorate l’esistenza di Willie Nelson e Roky Erickson cercate di recuperare. Lo dico per la vostra vita, non per il Texas… ;

2) non essersi mai comprato nessun capo di abbigliamento da texano – chi non ha in casa un cappello da cowboy o almeno un paio di stivali texani (noti per essere più scomodi di Jimmy Choo)…? secondo me sono in tantissimi! Se pensate che le strade del Texas brulichino di JR (Geiàr) vi sbagliate di grosso;

1) curarsi del parere degli altri – sull’individualismo americano, niente da dire.

 E voi? Avete una vostra lista delle 10 cose che mai ammettereste di vivere, fare, pensare, dato il luogo in cui risiedete?

Ineluttabile italianità

A volte ritornano. Anche se c’è un oceano di mezzo. Del resto la Rete appiattisce le distanze e, anzi, nel mio caso mi perseguita proprio.  Dovete sapere che, cercando lavoro a Houston, mi sono iscritta agli RSS di qualsiasi Sito possibile e immaginabile. Tra questi anche quello dell’Italian Cultural and Community Center. Che a quanto pare è zeppo di amene iniziative di carattere fortemente educativo. Per esempio insegnare ai bambini americani come fare gli arancini siciliani. Piccoli chef per una “piccola cucina“, questo appunto il nome dell’iniziativa nata per attirare le nuove generazioni texane verso lo studio dell’italiano come seconda lingua. Come dire, un format di (p)assaggio, in tutti i sensi: da una parte si testa la propensione all’italian style proponendo ricette malandrine, dall’altro ci si riempie lo stomaco di italian style grazie all’applicazione delle ricette malandrine. Tutto nel nome della cultura italiana. Santa, sacra, cultura costruita sulla pizza, i fichi e il mandolino. Il resto non conta, suvvia. O quanto meno non funziona. Meglio puntare sul sicuro: rice balls. Gli arancini d’oro dall’altissima azione diplomatica. Meglio di Dante.

Non è una critica agli uomini e alle donne di buona volontà dell’ICCC di Houston, ci mancherebbe. Va detto, anzi, per la cronaca, che la “piccola cucina” funziona parecchio in tutta Houston, come ambasciatrice di italianità a tutti i livelli. Per esempio all’M.D. Anderson Cancer Center (uno degli ospedali specializzati in cure oncologiche più importanti d’America), dove “piccola cucina” è sinonimo di recupero per i piccoli pazienti; oppure l’omologo corso per adulti “L’Italiano in Cucina”, poi “A Tavola con le Tradizioni”, mirato alla promozione delle autentiche tradizioni culinarie regionali, “Italy is Served” rivolto alla promozione della cucina italo-americana, “Le Strade del Vino”, “Le Sagre”, e tanti altri progetti ancora. Potrei anche allargarmi dicendo che l’ICCC di Houston non è nemmeno l’unico ente a puntare (quasi) tutto sulla cucina (o sul vino). Leggo su Facebook che l’Istituto Italiano di Cultura di Los Angeles questa settimana organizzerà un imperdibile incontro con la famiglia Antinori per educare gli Americani al vino.pane_ca_meusa

Non per disprezzare gli arancini – a cui seguiranno, leggo, ricette per agnolotti, crostatine alla nutella, sfincione (?!!?) siciliano e l’immancabile pizza – ma la domanda che mi pongo è: in più di  2000 anni di Storia non abbiamo nulla di – così, per dire – vagamente più incisivo da esportare, come cultura? Pare di no. Il trend setter è l’intestino non il cervello. Da sempre peraltro. E arancini siano. Anzi io voto lo sfincione. Meglio: il pani ca meusa.

De Italica nequitia

Sono rimasta sinceramente colpita dall’ondata di vivo e vibrante amore patrio generato dalle mie piccole avventure americane. Era partito come un tentativo di raccontare il Texas in modo ironico, informale ma informato (perchè prima di scrivere mi sono sempre documentata) nella utopica speranza di generare curiosità e quindi stimolare un confronto.

Non richiesto, è vero. Ma nell’anarchia di Facebook ognuno occupa la propria bacheca come meglio crede.

Sono sempre stata attenta ad un certo equilibrio in quello che ho narrato, infrangendolo solo laddove le differenze culturali tra America e Italia rimanevano inconciliabili per motivi storici, geografici o sociologici.

Ho la presunzione di dire che non ho mai giudicato il Paese che mi ha ospitato, nonostante resti distante dai valori con cui sono cresciuta, limitandomi a stupirmi di quello che vivevo, a volte con un sorriso, a volte con una smorfia di dolore.
Dall’altra parte della tastiera ho invece, mi pare, soprattutto rispolverato l’orgoglio italiano sepolto in molti dei miei amici digitali che, solitamente solerti nel nel criticare l’Italia in tutto e per tutto (seguendo il ben noto sport nazionale della lamentatio extrema), leggendo i miei piccoli reportage si sono riscoperti innamorati convinti del Bel Paese, confermandolo come il migliore dei mondi possibili.

Nella quotidiana lotta tra civiltà scatenata nei commenti di Facebook dai miei chronicles gli Stati Uniti escono spesso con le ossa rotte.

Forse se lo meritano, forse no.

Anche in questo caso evito un giudizio che non ho mai cercato.

Mi stupisce solo – ma probabilmente è dovuto alla mia incapacità – di aver risvegliato solo a fatica qualcosa di più costruttivo di una polemica. Di un “siamo meglio noi”, “sono peggio loro”.

Utopisticamente mi sarebbe piaciuto che più spesso altre voci si aggiungessero alla mia con esempi diversi, prove di tolleranza intellettuale o spiegazioni che andassero oltre, appunto, un giudizio.

Paradossalmente, lo dico solo ora, i primi a leggere le mie note e a sostenermi sono stati proprio i miei parenti acquisiti texani. Chi fra loro non è stato in grado di leggerle in italiano se le è fatti tradurre, si è divertito, probabilmente a volte un po’ risentito, a volte si è stupito che la propria normalità americana fosse motivo di stupore italiano. Eppure hanno continuato a leggere e, stoici, hanno accettato di essere messi in discussione ritenendolo perfino naturale.

Per coerenza mi piacerebbe sapere cosa scriverebbe un americano in un ipotetico Italian Chronicles, di quali aspetti della nostra cultura potrebbe stupirsi, indignarsi, sorridere. Mi piacerebbe ancora di più vedere se i convinti detrattori dell’America riuscirebbero ad usare lo stesso veleno verso se stessi (nonostante il nostro Paese non abbia certo bisogno di ulteriori masochismi). 

Non è detto che non ci provi io, a leggere l’Italia per loro.

Li chiamano Dreamers

  29Un giorno d’estate di 5 anni fa, una commissione federale degli Stati Uniti stilò un rapporto secondo il quale erano necessarie misure più restrittive, come l’isolamento, per prevenire e punire l’abuso sessuale nei ragazzini, fermati sul suolo statunitense perchè clandestini e soli e “ospitati” in case d’accoglienza di tutto il territorio nazionale.

Quello degli unaccompanied children – i minori non accompagnati – è il dramma invisibile che segna il Texas come una penosa cicatrice. Una crisi umanitaria di cui si parla poco in Europa ma che, un giorno si e uno no, costituisce la prima pagina del quotidiano di Houston. In Texas, tra ottobre del 2013 e metà giugno 2014, oltre 57.000 bambini e ragazzi non accompagnati hanno provato ad attraversare il confine tra Messico e Stati Uniti venendo però fermati dalle pattuglie di guardia. Vengono mandati via dai loro genitori da tutta l’America latina, piagata dalla violenza, dall’instabilità politica e dalla guerra contro i narcos. Migliaia sono vittime del traffico dei clandestini. Come mai proprio i bambini? Perché, dal 2008, la legge statunitense garantisce loro un trattamento privilegiato rispetto agli altri clandestini. Per salvare i minori dal traffico di esseri umani, il Congresso (allora a maggioranza democratica) aveva prescritto di fornire loro un rifugio negli Stati Uniti, una rappresentanza legale e la possibilità di verificare i loro casi, uno per uno, in tribunale. Sul lato pratico, il “rifugio”, per 1 minore clandestino su 3, è però stato il carcere. La legge dice che nel caso non vi siano i requisiti, questi ragazzini debbano comunque essere rispediti a casa. Tuttavia in attesa di un verdetto possono rimanere negli Usa (e dileguarsi). Ora il problema sta scoppiando nelle mani delle autorità del Texas, che, avendo il Messico come odiato/amato vicino di casa, sta subendo quasi interamente sulle sue spalle gli effetti dell’esodo. Le famiglie e le comunità locali fanno quello che possono per sfamare e ospitare i piccoli clandestini, ma il loro aiuto non è sufficiente.

Central Americans Undertake Grueling Journey Through Mexico To U.S.In un anno il numero di minori non accompagnati in fuga dall’America Latina è cresciuto del 92%. Sono 5.000 in più rispetto alle stime fatte nelle precedenti settimane, e il doppio rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso. Entro la fine dell’anno potrebbero arrivare a 80.000. Harris County, la contea che contiene gran parte dell’agglomerato urbano di Houston, è la “provincia” che, con i suoi 2.866 minori non accompagnati, ha il più alto numero di ospiti non autorizzati di tutti gli Stati Uniti.  A maggio, le autorità di frontiera, sopraffatte dal numero di minori non accompagnati che illegalmente avevano attraversato la frontiera, avevano disposto il trasferimento di oltre 1.000 bambini alla Lackland Air Force Base di San Antonio, Texas. Un rifugio d’emergenza, istituito dal Department of Health and Human Services in Texas (Dipartimento di Salute e Servizi Umani) ormai quasi del tutto saturo perché in grado di gestire fino a 1.200 minori.  E’ proprio all’interno di questi “rifugi” che, come sottolineato da molte associazioni di diritti umani, si consumano crimini sessuali di una tale evidenza da costringere il congresso a prendere la precauzione che ricordavo all’inizio di questo post. Su 101 casi denunciati, solo uno è stato di fatto perseguito.

29aPer legge, gli agenti di frontiera possono tenere i bambini sotto custodia non più di 72 ore prima che i minori passino sotto la responsabilità dell’agenzia per i rifugiati istituita all’interno del dipartimento della Salute e dei servizi umani, che si occupa di rintracciare negli Stati Uniti genitori o parenti in grado di potersi prendere cura dei ragazzi. Per loro, una volta fermati i minori, si attiva la procedura di espulsione, un procedimento che può durare diversi anni, durante i quali i bambini restano sotto la responsabilità delle autorità federali. E solo a pochi, stando alle leggi vigenti, verrà consentito di rimanere negli Stati Uniti in modo permanente.

Da un punto di vista legale, il problema è anche nei tempi. Perché un immigrato clandestino dall’area Nafta (dal Messico o dal Canada, dunque) può essere rispedito al Paese d’origine immediatamente dopo l’identificazione. Ma per un immigrato privo di documenti, per il quale non si riesce a individuare l’origine, la procedura cambia: il clandestino può essere trattenuto dalla polizia per un massimo di 3 giorni e poi deve essere scarcerato. L’ondata di migranti minorenni non accompagnati pone un problema che non è solo umanitario, ma anche politico. Il dibattito scatenato, soprattutto in Texas, assume più o meno gli stessi toni che siamo abituati a sentire in Italia. Obama aveva chiesto 3 miliardi e 700 milioni di dollari per accogliere adeguatamente questi minori, la parte politica opposta chiede che i medesimi soldi siano usati per respingerli. Anzi, l’idea lanciata è di far partire un aereo al giorno con dentro i ragazzini da rimpatriare. Ora siamo nella situazione in cui il braccio di ferro politico ha di fatto bloccato ogni iniziativa relativa al problema. Probabilmente se ne riparlerà verso novembre, quando le mid-term election risveglieranno un po’ di compagna elettorale anche qui.

Houston da mangiare

Poteva mancare un post per guidarvi nella sterminata offerta gastronomia di Houston? Eccolo qui.

28Tex-Mex. La cucina messicana rivisitata in chiave americana, in altre parole il tex-mex, costituisce una fetta importante della cultura houstoniana, un’espressione delle radici di questa terra. E, giuro, se non avete mai mangiato tex-mex, non potete dire di aver mai vissuto. Questa tradizione gastronomica ha una storia perfino più antica del Texas stesso, con gli ambulanti messicani, che ad inizio ‘800, vendevano per strada tacos e tortillas. Successive leggi per garantire maggiore igiene imposero di trasferirsi dalla strada agli edifici, dando origine ad un business congiunto tra messicani e texani. Il primo ristorante tex-mex a Houston è datato 1907. Da allora in poi l’offerta è più che centuplicata. La mia personale preferenza – anche se al momento le mie esplorazioni sono solo all’inizio – è “Pappasito’s”, che è un catena di ristoranti tex-mex diffusa tra Houston e San Antonio. Se riuscite a superare la prova dell’antipasto (nachos caldi e appena fatti, serviti con le salsine della casa), qualsiasi piatto sul menù è da infarto. E non è una battuta.

28aRoad House. Se il tex-mex è il cuore gastronomico del Texas, la spina dorsale è il barbeque. Che poi è quanto di più vicino, per un texano, al concetto italiano di cibo e convivialità. Il BBQ è infatti una filosofia, e insieme un’arte e un modo di stare assieme. Innanzi tutto la carne va trattata da cruda, con marinature e processi di affumicazione frutto di segreti generazionali sempre diversi. Poi va cotta lentamente seguendo altrettante procedure che ognuno sviluppa per conto suo. Alcuni dei risultati più gustosi e salutari possono essere assaggiati da “Rudy’s”, una catena di barbeques a buon mercato che riscatta la tendenza texana ad ingurgitare schifezze. In questo ristorante, il cui interno è allestito da grandi tavolate stile sagra, si mangia con le mani e il servizio è self service: ordinate al banco il vostro pezzo di carne e lo pagate a peso. Il menù è dipinto sul muro perchè non si tratta che di tre diversi tagli di carne cotti in modi diversi. Semplice, sano (per quanto possa essere sano mangiare grandi quantità di carne), economico e veloce.

28bDove mangiare italiano a Houston. Quella qui a sinistra non è una pizza ma il tallone d’Achille di ogni italiano. La prova fumante che siamo deboli e viziati. Potevo io non andare alla ricerca della pizza perfetta anche a Houston? La risposta è scontata ma il risultato è sorprendente… perchè l’ho trovata. Il merito è di qualche connazionale pazzo che ha ingaggiato una battaglia coraggiosa contro il coma delle papille gustative dei texani indotto dai troppi habanero e che credevano la vera pizza italiana alta come una focaccia, cosparsa d’aglio, salamino piccante e cheddar. E così da qualche anno, anche gli italiani di Houston – e gli houstoniani dai gusti più aperti – possono evitare Pizza Hut. O Little Ceasars. O Domino’s. E via dicendo. Ci voleva un pizzico di Nordest (italiano), il pionierismo da folli di un trevigiano, per assecondare il vizio numero uno di noi italiani, il cibo. Da qualche anno, sotto il viale alberato di Louisiana Street, Midtown Houston, c’è “Piola”, un autentico angolo gastronomico italiano che non ha ceduto ai compromessi. Design moderno e coloratissimo al posto del finto italian style con tovaglie a quadretti, menu semplice con l’apprezzatissima censura di ingredienti come aglio e parole come “alfredo” e “polpette”. Intendiamoci: in Italia sarebbe un posto che passerebbe inosservato, a Houston brilla come una stella. Aggiungerei, quasi a pari merito “La Dolce Vita”, altra pizzeria italiana che si definisce anche enoteca. Pizza eccellente, buona scelta di vini italiani ma l’atmosfera è un po’ meno informale e ad attendervi all’entrata c’è il “valet parking” (ovvero l’autista che ti prende la macchina e te la parcheggia) che a me personalmente mette a disagio.

Oppure… se nulla di quello qui sopra descritto vi convince a sufficienza, entrate in un supermercato e consolatevi con la consolazione per eccellenza, la Nutella. Ottima e abbondante ovunque.

E se siete vegetariani, non spaventatevi. Nonostante le leggende metropolitane potete sopravvivere anche in Texas. Ma i texani vegetariani non fanno parte della tradizione.