The Woodlands

The Woodlands ed il non-luogo perfetto

“C’è un santuario annidato nelle profondità di una antica foresta. Un rifugio naturale di bellezza unica. Un luogo che promuove la famiglia, il lavoro e i rapporti di vicinanza. E’ nata come la prima comunità degli Stati Uniti progettata da professionisti e ora è una delle più belle. Noi la chiamano The Woodlands. Voi potete chiamarla casa.”
Signore e signori benvenuti nelle foreste di The Woodlands, un sogno chiamato America nei sobborghi settentrionali di Houston. Un luogo dove l’Uomo e la Natura si combinano in perfetta armonia in un contesto di lusso e comodità. Pensavate che Stepford, il paese delle mogli perfette, fosse figlio di una fantasia lontana? Nossignore.

L’idea di creare dal nulla una comunità ideale (e idealizzata) scorre potente nel sangue americano ed è diventata realtà a pochi km da casa mia. La magia è già nel nome – The Woodlands, ovvero le foreste – che è marchio registrato. Diremo noi in Italia, è un format. Come si compone questo format di città ideale?
Innanzi tutto con strade che hanno il nome di boschi, ruscelli, fiumi, alberi ed elementi della natura, giusto per fare atmosfera. E poi con una pianificazione urbana singolare, in cui sembra di vivere e viaggiare in una eterna foresta, dove gli edifici (qualsiasi edificio) rimangono nascosti alla vista del passante, costruiti profondamente all’interno di un bosco che sembra non abbandonare mai l’occhio. I caprioli vi attraversano la strada, gli scoiattoli vi sorridono, migliaia di uccelli cinguettano felici condividendo il loro ambiente con Lexus, Aston Martin, Maserati e così via. Nascosti tra abeti, querce e palme ci sono case miliardarie, centri commerciali di lusso, spa, ospedali, scuole di tutti i livelli, campus universitari, librerie, chiese, moschee, grattacieli direzionali, ristoranti (150), cinema e ogni ben di Dio si possa desiderare. Fiumi e laghi artificiali sono circondati da eleganti passeggiate con ponti, deliziosi tunnel nel verde e piccole spiagge. Praticamente una moderna Arcadia. O, per chi l’ha mai vista, la versione super vitaminizzata di Milano2.

A creare questo mondo comunitario in mezzo al nulla, circa 35 anni fa è stata una coppia di architetti americani seguaci di teorie ambientaliste e di pianificazione urbana in piena sostenibilità ambientale. Con una fideiussione di 50 milioni di dollari hanno generato questo nuovo mondo.

L’aspetto più clamoroso della vita in The-Woodlands-marchio-registrato-e-mi-raccomando-articolo-sempre-presente sono però i servizi. I residenti del paradiso hanno a disposizione a prezzi decisamente onesti tutto quello che, per fare un odioso ma necessario paragone, in Italia non esiste nè per motivi culturali nè per motivi di spazio. Non esiste passatempo, hobby, sport, interesse culturale che non possa essere perseguito e vissuto con comodità: a The Woodlands c’è semplicemente tutto. Come posso descrivervi il “tutto”? Come sarebbe la vostra vita quotidiana se a disposizione, nell’arco di 10 km dalla vostra abitazione avreste “tutto”, un “tutto” non gratis ma dai prezzi ragionevoli, comodo, pulito, bello, elegante, efficace ed efficiente? Palestre, piscine, campi da tennis, football, hockey, baseball, golf (7 campi da 18 buche per non sbagliare), piste ciclabili. E ancora canottaggio, corsa, arti marziali sotto gli alberi, laboratori artistici, di ceramica, audiovisivi, scientifici e linguistici. Scuole, ulteriori divertimenti e quartieri residenziali li ho già citati sopra. Le famiglie con bambini sono le vere principesse di questo paradiso: ogni servizio sembra essere stato creato a loro misura. Se mai esistono momenti in cui non rimpiango l’Italia, ecco, sono questi.

L’altro giorno, per vedere con i miei occhi mi sono intrufolata in uno dei molteplici Leisure Centre, dove si concentrano quasi tutte le attività offerte dalla municipalità di The Woodlands. Potete vedere i risultati nelle foto sottostanti.

Il volto animale dei “mall”

 17Alla fine l’ho fatto. Di fronte a tutti. Mi sono fatta battere come un tamburo da un cinese dentro un centro commerciale. E non me ne pento. Ventiquattro dollari di dolore assurdo ma che mi hanno fatto rinascere. E’ successo così: nel quartiere periferico houstoniano di lusso, The Woodlands, c’è un centro commerciale grande come mezza città. Dentro si può trovare di tutto, tranne le automobili. Tra i vari prodotti da consumare c’è il massaggio volante di maestranza cinese. Il massaggio è pubblico, sotto la scala mobile: ci sono 4 postazioni costituite da alcuni seggiolini ergonomici in cui la vittima si siede, come fosse un inginocchiatoio ma con un sostegno per la testa e per le mani. Contratti – a gesti – minutaggio e tariffa (io ho sperimentato 20 minuti) e poi un silenzioso boia orientale si avventa sulla tua schiena. Non ci si spoglia, non ci si unge. Tutto viene consumato sopra i tuoi stessi vestiti.

Crac, craaaac, clong. Sono i suoni che le mie orecchie hanno realmente sentito mentre l’uomo ha cominciato a trafficare sulle scapole. Miseriasantissimachemale! Stavo per alzarmi e rinunciare, tale era il dolore. Poi ho riconosciuto il tocco esperto, ho ricacciato indietro le lacrime e ho subito. In una scala da 1 a 10 in cui 1 è un massaggio leggero e 10 un massaggio davvero pesante io ho sperimentato il 10 e lode. Craaaac, cric, craaaac. Forse i muscoli della mia schiena non erano così elastici come pensavo.

Finita la tortura mi sono consolata alla food court del centro commerciale. Ogni centro americano ne ha una: è l’area in cui si concentrano tutti i negozi che vendono cibo (100% fast food) in modo che la “sala da pranzo” per chi consuma sia condivisa da tutti. Ogni fast food prepara sempre degli assaggini che vengono gratuitamente offerti al pubblico. Ora: i fast food sono 10, ergo, gli assaggini sono 10. Basta fare il giro due volte e ceni gratis. No, giuro, non l’ho fatto. Sono solo passata due volte di fronte al “fat bellies cajun” per un bocconcino di pollo al bourbon. Si è terribile lo so, ma è solo un peccato veniale. So quando smettere. Anzi, smetto quando voglio.

Poi mi s17aono preparata psicologicamente alla visita che ogni volta cerco di evitare ma che poi immancabilmente mi attira in un misto di tenerezza e orrore, disgusto e pena: il negozio degli animali. Diversamente dall’Italia, dove da diversi anni è illegale, in Texas i cuccioli possono essere tenuti in negozio, come vera e propria merce, ed esposti nelle gabbie. Il risultato è un luogo caotico pieno di animaletti che guardano bambini e bambini che guardano animaletti. Separati da un vetro ed entrambi piangenti. Oltre alle gabbie ci sono anche aree specifiche, dentro il negozio, in cui bambini e animaletti possono abbracciarsi, sperando entrambi in un’adozione.

Il business dei cuccioli, in Texas, è un affare raccapricciante ma molto remunerativo. Qui, a chi alleva animali non sono richieste nè licenze, nè controlli e lo stesso mercato del commercio di cuccioli non è regolamentato. Bello il liberalismo, eh? Non se sei un cane appena nato.

Più che da veri e propri allevamenti, cagnolini e gattini provengono dalle cosiddette “puppy mills“, fabbriche intensive di animaletti da bottega, come denunciato da anni dallo SPCA of Texas (una sorta di ENPA texana) e da Human Society. Inferni con le sbarre in cui cani o gatti vengono tenuti in gabbia, senza cibo adeguato, e fatti accoppiare continuamente per produrre sempre merce pronta da vendere. Sono strutture che, come permesso per (mancanza di) legge, sono esenti da ispezioni, difficilmente rendono conto della salute degli animali (ovviamente scarsa) e non applicano alcun criterio umano nel trattamento di queste creature. Centinaia e centinaia di cani e gatti in batteria come polli di allevamento, costretti a vivere nel più crudele dei modi, tra le proprie deiezioni, feriti, sanguinanti, ciechi, rabbiosi, infettati e spesso in cinta. In Internet ci sono dei video che vi risparmio ma che documentano molto bene questo fenomeno in gran parte sconosciuto alle famiglie che comprano i cuccioli in negozio. Purtroppo tutto questo è ancora legale negli Stati Uniti, specie nel Texas che è uno degli stati confederati (ne sono rimasti solo 10 su 50) che ospita nei propri confini le “puppy mills”.

Solo recentemente (2012) la Corte Federale del Texas ha approvato una legge che limita l’allevamento intensivo e incontrollato degli animali a scopo vendita. Un primo passo verso una nuova sensibilità anche se la limitazione imposta sfiora il ridicolo e consiste nell’obbligo di un controllo, per ogni allevatore del territorio, in caso venda più di 11 cuccioli all’anno. In caso il controllo faccia emergere irregolarità c’è una semplice multa che viene pagata senza troppa difficoltà. Anche questo è Texas.