texas

Gas Monkey Dallas

Cosa fare a Dallas di sera? Se avete già ingollato la dose obbligatoria a base di JFK la città dell’odio (hate city) ha altre dimensioni da offrire, meno fatali e più leggere. Giusto per mescolare i punti di vista.

La vida loca dei texani di Dallas si concentra, par di capire, un po’ fuori dal centro che, si sa, in USA è sinonimo di business e non di movida. Meglio farsi strada verso Nord, dopo il quartiere universitario, dove c’è una concentrazione di locali decisamente elevata. Dove c’è, non a caso, il nostro feticcio di viaggio: il Gas Monkey Bar N’Grill.

Per un po’ di tempo, anche a casa nostra, Richard ed Aaron del Gas Monkey Garage Show (“Fast N’Loud” sugli schermi americani) sono stati un po’ come commensali digitali: sempre presenti, quasi di famiglia. E quindi ordinare birra e patatine nel loro locale era un po’ come fare una visita di cortesia agli zii d’America. gas-monkey-bar-ngrillIl posto non si discosta troppo da un ordinario ristorante tex-mex ma almeno metà della superficie è occupata da una sala da ballo per musica live. Ed effettivamente il carnet è sempre pieno. La sera della mia visita c’era un gruppo-cover dei Beatles, perchè il Dio della Musica non mi abbandona mai.

Ben più ricercato è invece Stampede 66, testato la sera successiva. Ristorante di cucina “texana moderna”, qualsiasi cosa questo significhi, un po’ galleria d’arte, un po’ tributo artigiano alla terra, alle vacche a i cowboys, il locale forse merita più di altri in città. Peccato che senza prenotazione abbiamo attesso quasi un’ora e mezza prima di riuscire a mangiare. Estenuante.

 

La febbre d’antan delle notti texane di periferia

Stavamo girando un po’ a caso in cerca di un perchè in una afosa notte texana.
D’improvviso, in mezzo al deserto di cemento, una visione.
Gente, bandiere, colori.
Automobili. Quelle che sembrano essere uscite da una puntata di Happy Days.
Sembrava un miraggio e invece era una delle (frequenti, ma l’ho scoperto dopo) riunioni del club locale di auto storiche.
I punti di ritrovo sono i parcheggi e gli incontri di per sè non hanno un programma specifico se non l’idea del tutto generale di tirare fuori la macchina (d’epoca) dal garage, riempirla di birra, carne e amici e finire la serata grigliando a più non posso sopra il cemento di un parcheggio anonimo di periferia circondati da marmitte, motori e zanzare. Visitatori e curiosi sono benvenuti.

In questo primo approccio con gli incontri notturni nei parcheggi texani ho imparato a non sottovalutare il potere educativo di asfalto e lamiere. Di come cioè Cadillac, Mustang, Ford o altre case automobilistiche note giusto ai più appassionti possano comunque raccontare gli aspetti essenziali di questa Nazione con la stessa profondità di un manuale di sociologia.

La grandezza. L’arroganza. La potenza. Solo per fare alcuni esempi. Ma anche una insospettabile, genuina passione per le cose, come testimoniato dalla presenza di una Iso Rivolta.
Dovevo venire in Texas per conoscere l’esistenza (e l’avventura) della casa automobilistica di Bresso. Una storia affascinante come una favola d’altri tempi che mi ha raccontato un simpaticissimo ed emozionato signore texano, felice finalmente di scoprire dalle corde vocali di italiani in carne ed ossa le pronunce corrette di parole come “carrozzeria”, “portiera” e “Giulia” (non per il mio nome ma per l’Alfa Giulia). E nell’infinita semplicità di queste parole, che però per il mio interlocutore erano come formule magiche pronte ad aprire il mondo dorato delle sue fantasie automobilistiche, ancora una volta ho capito che ognuno di noi in fondo è sempre il Texas di qualcun altro.

Ecco la gallery della serata. Cliccate per ingrandire.

Houston e l’Oriente tra le dita

Questo è un altro di quei post che piacciono tanto agli uomini. Ma noi ragazze siam fatte così, su, non lamentatevi troppo.
Cominciamo.
L’avrete già letto da qualche parte o “visto” in qualche serie tv: in USA non ci sono le estetiste ma i Nail Bar.
Con un nome del genere, potrebbero sembrare dei paradisi: Campi Elisi in cui sbevazzi, te la conti e nel frattempo qualcuno ti rifà le unghie. Un po’ alla Sex & The City, insomma.

Ecco: la verità è molto meno romantica. I Nail Bar sono negozi organizzati con una fila seriale di poltrone in cui si siedono le signore e in cui il trattamento estetico viene condiviso – questo, sì, in pieno “bar style” – non solo con le vicine di poltrona (il durone del vicino è sempre più verde, si sa) ma anche con ignari passanti causa mega-vetrine praticamente costanti.
E qui si scontrano le differenze culturali. Cioè, un conto è se si va in gruppo, in modo che i peli estirpati sotto il tuo naso se non sono proprio i tuoi, almeno sono quelli di tua sorella o della tua migliore amica; in tutti gli altri casi preferisco che gli scarti del mio corpo (ma soprattutto di quello altrui!), siano essi unghie, pelle morta o bulbi piliferi, vengano consumati nel segreto di una cabina separata dall’universo mondo. Men che meno se, seduta sullo stesso posto, bevo e mangio. Perchè effettivamente quasi tutti i Nail Bar ospitano, come si può vagamente supporre dal nome, anche un piccolo bar sul cui bancone chi di dovere appoggia (una a fianco all’altra, per la vostra gioia) lima, tronchesino, acetone e la coca cola che avete ordinato.
Se a questo aggiungiamo il fatto che l’arredamento dei Nail Bar, almeno in Texas, concorre a pari merito con l’interno di una soap opera anni ’80, capite che i Nail Bar non sono i miei posti preferiti.

Detto questo, ci sono interessanti lati positivi. Uno è che le poltrone di questi negozi, almeno in Texas, non assomigliano per niente a quelle stitiche poltroncine di design modellate su sederi asfittici che si trovano in Italia ma sono davvero poltrone! Everything is bigger in Texas! Ricordiamolo sempre. L’altro è che effettivamente le estetiste americane – per il 90% di origine asiatica – sanno davvero il fatto loro in materia di nail art e in genere sono brave, veloci e creative. I prezzi sono paragonabili ai medesimi trattamenti italiani ma ricordatevi che, negli Stati Uniti, dovete dare la mancia a chi si occupa personalmente di voi. Mai abbandonare un Nail Bar senza lasciare almeno 5 dollari a chi vi ha rifatto le unghie. Oltre ad aver pagato il conto, si capisce.

Schermata 2016-08-01 alle 17.07.46Se vi capita l’urgenza di rifarvi le unghie mentre siete negli USA, entrate in un Nail Bar. Sono tra le attività commerciali più diffuse assieme ai fast food quindi difficilmente potrete evitarli. Almeno avrete qualcosa da raccontare quando tornate a casa sfoggiando le vostre unghiette stile USA, come quelle qui a fianco.

Un diavolo per capello (da cowgirl)

Ci sono abitudini dure a morire. Vuoi la tradizione, vuoi il pregiudizio (umano), vuoi che – come in questo caso – c’è di mezzo il tuo corpo.
Io per esempio non mi sono mai fidata, da quando abito in USA, del parrucchiere texano.
Si, stiamo per sviscerare argomenti di peso. Gli uomini possono cliccare subito altrove, grazie. Le donne possono continuare a leggere ma solo se si adeguano al livello (entrante) da barbieturica estiva. No radical chic, no intellettuali da spiaggia, no perditempo.

Dunque, dicevamo, i capelli.
Viste le chiome che girano qui in Texas il timore è ben riposto. La moda delle cofane scorre forte in questa terra. E poi, ammettiamolo, eleganza non è esattamente l’aggettivo che rappresenta meglio gli Houstoniani anche se qualcuno potrebbe obiettare che non fa rima neppure con la sottoscritta (e avrebbe ragione). Insomma, il parrucchiere era un’esperienza di vita che mi mancava. Fino all’altra mattina. Il parrucchiere qui di fianco aveva bisogno di una modella (leggi “cavia”) a cui tagliare i capelli (leggi “su cui impratichire la shampista”). Vabbè: era gratis, non avevo altro da fare. E poi i capelli al limite ricrescono, no?
Il primo ostacolo è stato spiegare che tipo di taglio avevo in mente consapevole che non saprei neppure come descriverlo in italiano. Alla fine ci siamo arrivati. A gesti, tipo Pictionary. In America lo shatush si chiama balayage. Questa informazione mi è costata un pezzo di dignità, per cortesia fatene tesoro. Sapevatelo #1.
Poi c’è stato l’imbarazzante momento in cui ho scoperto che, salvo richiesta specifica, qui i capelli te li tagliano a secco. Ho finto un attacco di confusione linguistica e mi sono seduta sul lavatoio. Al che me li hanno dovuti lavare, i capelli. Ma con poca passione. Sapevatelo #2.
Poi è cominciato il divertimento. Perchè, giusto per favorire, la stagista ha dovuto rifarmi per 3 volte la riga in mezzo alla chioma considerato la ben nota difficoltà dell’operazione. Portatevi un righello da casa e contribuite alla ricerca. Sapevatelo #3.
L’ora che è seguita è stata da grossa grossa grisi, per citare chi so io, ma voglio credere che sia stato il frutto della gratuità della seduta e del fatto che fin dall’inizio ero palesemente una cliente finta. Mancanza fatale: le riviste gossippare. O le riviste in genere. Insomma qualsiasi cosa che aiuti il cliente a sopravvivere all’inedia da parrucchiere. Sapevatelo #4
E poi, la questione della sedia. Invece di prudenti movimenti a destra o sinistra, ho subito roteazioni continue sull’asse del mio fondoschiena che manco quando avevo 4 anni. Unica attenuante: se il parrucchiere ti fa sedere su un oggetto che si chiama sedia girevole, effettivamente, è consentito un certo margine di abuso del potere centrifugo della poltroncina. Sapevatelo #5.

La storia finisce bene. Alla fine, la principessa Chioma è stata salvata dal Principe Titolare che in 10 minuti ha risolto taglio, piega e colore.

P.s. – Il morale della favola è quindi: parrucchiere texano si, stagisti parrucchieri texani no.

Politica e tv in USA

E’ 10 giorni che ho in canna questa piccola verità da (quasi) ex broadcaster. E dopo il profluvio di link Obamiani e Trumpiani che scorre inesauribile su tutti i Social, innescando repliche infinite dei discorsi di Michelle, Melania, Hilary, Donald e Bill beh, ve la siete meritata. Siete pronti? Bene. Le convention sono spettacoli televisivi: talk show senza conduttori. Vanno in onda in prima serata sul principale canale televisivo con sigla ad hoc, grafiche ad hoc, pause e spazi pubblicitari precisi, insomma, una vita televisiva autonoma a beneficio esclusivo dello Dio spettacolo e non dei convegnisti.
Ok, non è una grande rivelazione ma io sono rimasta colpita. Colpita anche perchè è stato davvero (sono seria) divertente guardare la politica in tivvù. Roba da pop corn insomma. E in un angolo molto (molto) nascosto dentro di me mi sono sentita vagamente a disagio nei confronti di questa massima, assoluta (per quanto onesta) spettacolarizzazione.

Non che in Italia ci abbiano abituato a lezioni di alta morale in questo senso. No. Eppure anche in quello sgangherato Paese da cui provengo io, alcuni aspetti del dibattito politico rimangono (curiosamente) esterni ai meccanismi più palesi (leggi esagerati) della spettacolarizzazione. Mi spiego meglio: i mass media possono decidere di seguire in diretta il convegno del partito Y per 24 ore di seguito, possono cibarsi delle dichiarazioni del politico X per settimane, possono banchettare per anni su personaggi, interviste ed epic fail e possono (lo fanno certamente) accordarsi per coperture ed esposizioni mediatiche compiacenti, ma alla fine della storia un convegno è un convegno e una trasmissione televisiva è una trasmissione televisiva. Ognuna risponde a logiche indipendenti, partendo molto banalmente dagli orari in cui si svolgono, per arrivare alla regia o alla scelta delle inquadrature.

Quindi la scena “rimanete-con-noi-dopo-la-pubblicità-arriva-Michelle” (e ovviamente è arrivata dopo 3, dico 3 pause pubblicitarie) non mi è andata giù. Neppure l’effetto sonoro di vetri infranti durante il discorso di Hillary. E le lacrime finte, la commozione fasulla, la retorica assordante, le falsità. Ma tutto molto bello eh: divertente come uno spettacolo teatrale, dosato, con quei colori che sembrava XFactor, musicato al punto giusto. L’avessero proiettato al cinema così com’era non avrei fatto una piega.

In ostaggio dei Pokemon

Seriously?! E’ una settimana che mi tocca subire servizi televisivi sui luoghi più “caldi” per giocare a Pokemon Go e francamente non ho l’età per capire di cosa cacchio stiamo parlando. Come giornalista sono consapevole dell’argomento, come marketing strategist ne ammiro la genialità, come essere umano senziente la mia comprensione scende notevolmente di livello. Comunque sia, con tutti i problemi che ha l’America in questa settimana, oggi hanno trovato il tempo di mettere in prima pagina la mappa degli spot urbani in cui, chi vuole, può combattere Pikachu e compagnia.

C’è da ammetterlo, li hanno piazzati proprio bene questi mostrini tascabili tanto che, almeno qui a Houston, là dove ha fallito la promozione turistica, stanno riuscendo i Pokemon. Fuori dai monumenti simbolo della città – Rotko Chapel, Menhil Collection e NASA – ci sono circa 4 palestre ed oltre 30 Pokestops con, si vocifera, addirittura un Mew o Mewtwo. Fuori da Galleria, il centro commerciale più grande del Texas, a downtown Houston, sono stati avvistati Haunters, Porygons, Fearows, Jigglypuff. Il Museum District sta ancora facendo la cernita delle apparizioni mostricole, mentre si tratterebbe di solo Pokeomn marini o acquicoli (o vattelapesca) quelli schierati nelle zone del Kemah Boardwalk, verso Galveston.

Per sintetizzare con eleganza: io non ci ho capito niente ma Houston sembra essere piena di mostri leggendari.
Cliccate qui sotto se state pianificando in viaggio verso H City (anche) per “acchiapparli tutti“!

MAPPA DEI POKEMON HOUSTONIANI

p.s. per immergermi meglio in questo post mi sono scaricata il gioco. Purtroppo mi ha creato dipendenza. Quindi abiuro quanto scritto nel paragrafo uno. Non scaricatelo, è troppo stupido ma troppo bello!

 

Il condominio in Texas corre sulla Rete

Trasforma gli sconosciuti in vicini di casa. E’ questa la filosofia del trappolone della giornata.
Vi spiego: recentemente ho cambiato casa (o sarebbe meglio dire community). Mentre il massimo sforzo della passata amministrazione condominiale era infilare un bigliettino sotto la porta per promuovere una lotteria di gruppo, adesso è tutto un fiorire di messaggi, messaggini, gruppi di interesse e social media. Ancora una volta non posso che constatare che questo Paese senza Internet o Social Media vive poco. In pratica ad ogni condomino viene chiesto di iscriversi (non è obbligatorio) a questo portale che si chiama “Active Building”, che è esattamente un mini-facebook fatto e finito. Al posto del tuo indirizzo mail hai il numero dell’appartamento assegnato e così via.

Ad ogni log in il sistema ti ricorda il suo mantra, ovvero “make those stranger next door neighbors” (trasforma lo sconosciuto della porta accanto nel tuo vicino di casa). 1E devo dire che gli animatori del social – principalmente gli stessi dipendenti dell’amministrazione – ce la mettono tutta pur di stimolare dialoghi e occasioni di incontro ma, ammettiamolo, a nessuno frega una beata fava di socializzare veramente. Di per sè l’esperimento sarebbe anche interessante: rovesciare la prassi e generare rapporti umani da una piattaforma virtuale. E’ il principio che sta alla base di molte social street nate anche in Italia: dalla Rete alla rete, passando per un clic. E così che ogni giorno, il mio secondo, terzo, ennesimo avatar è bombardato dai disperati messaggi della versione americanizzata e digitale dell’amministratore di condominio che mi averte di un pomeriggio letterario qua, una serata al cinema dillà, un gruppo di jogging alle 20, un gruppo di fanatici delle ricette alle 17, guardate-che-bella-piscina-che-abbiamo-anche-dopo-mezzanotte e così via. Le risposte dei condomini, almeno di quelli che si degnano di interagire sul social, sono un’incoerente, disarmante spasso: raccogliete la cacca dei cani, portate via l’immondizia fuori dal mio appartamento, ridatemi la password dei wi-fi, aiuto ho perso le chiavi e così via.
Insomma un bel gruppetto di persone amanti della compagnia, via!

Comunque: giovedì sperimento il primo evento comunitario. La notifica sul cellulare mi dice che stenderanno un bel lenzuolo in piscina e proietteranno Ghostbusters versione originale. Pizza, coca cola e pop corn offerti. Su 240 condomini siamo in 10. Vi saprò dire. Seratona, eh. Seratona.

I 4 must del viaggiatore intercontinentale

Ovvero “di aeromobili, fusi orari e affini”.
Essere una commuter transatlantica richiede impegno e dedizione. E anche un po’ di metodo. Vivendo tra il Veneto e il Texas e dovendo affrontare voli transoceanici con la frequenza di un appuntamento dal parrucchiere (non è vero, chiunque mi conosca sa che dal parrucchiere ci vado una volta all’anno e purtroppo si nota) diventa fondamentale pianificare i viaggi, conoscere le tariffe aeree, le assicurazioni di viaggio e saper fare la valigia a comando. Ma soprattutto significa sviluppare una personalità doppia per adattarsi al continente di turno.

Duplicatevi. Si si. Avete letto bene: coltivate un’altra voi. Essere coerenti? Sopravvalutato. Cambiate pelle durante il trasbordo, in aereo. Fate sì che il passaggio sopra l’Oceano sia la vostra kryptonite. Da Giulia a Julia e viceversa a seconda del continente d’approdo, quando da Venezia parto per Houston io non cambio solo la lingua in cui mi esprimo, mi trasformo senza troppi rimpianti. Del resto la me stessa italiana ha abitudini, orari e dimensioni esistenziali non replicabili in Texas esattamente come la me stessa di Houston non potrebbe conciliarsi con Padova. Da una parte dell’Oceano c’è una giornata in jeans e T-shirt che comincia con cornetto e cappuccino, dall’altra parte c’è il mio amato smoothie alla banana con hot pants e occhiali da sole. Da una parte ci sono dollari, consumismo e parcheggi infiniti, dall’altra di sono euro, spritz e le code in autostrada. Fate anche voi come me: sconnettetevi. E’ l’unica soluzione per rimanere sani. Unica controindicazione: ogni tanto capita di svegliarsi e non ricordarsi in quale continente si è andati a dormire la sera prima.

Digitalizzatevi. E’ una leggenda metropolitana che ogni viaggio vada pianificato al dettaglio. Io parto sempre un po’ a caso, sarà che quando distribuivano le capacità organizzative io evidentemente ero in fila per la pizza. Mi è capitato sia di organizzarmi con mesi di anticipo, sia di fare armi e bagagli la sera prima senza un’apprezzabile differenza in termini di vantaggi o svantaggi. La mia unica guida è il contenuto del portafoglio. E ovviamente un po’ d’esperienza. I biglietti aerei per il Texas sono relativamente costosi se paragonati ad altrettante tratte atlantiche – dai 450 ai 650 euro per un biglietto A/R – ma attenzione, l’affarone vale solo se si acquistano dall’Italia agli USA. Il viaggio al contrario, anche con la stessa compagnia, costa più del doppio.  Air France, Lufthansa e KLM sono le compagnie che uso di solito, con una spiccata preferenza per quest’ultima. Fondamentale inoltre scegliere i periodi giusti: da metà giugno a metà settembre, per esempio, le tariffe aumentano a dismisura e possono tranquillamente raddoppiare per cui, se potete scegliere, meglio evitare quelle date. Per monitorare periodi e prezzi uso invece il servizio “alert” di Skyscanner che, al momento, non mi ha mai tradito. Ma se avete consigli, sono qui a leggerli. Certo, per tutto questo è necessario essere digitalizzati.

Assicuratevi. Non vi azzardate ad arrivare in USA senza un’assicurazione sanitaria. Come ho già raccontato qui, se vi capita qualcosa potrebbero decidere anche di non curarvi e, nel caso si prendano cura di voi, vi costerebbe davvero tanto. Per un paio di viaggi negli States ho usato Columbus: davvero economico ma si è dimostrato eccessivamente burocratico e zelante al momento del rimborso e ho dovuto aspettare 6 mesi per rivedere i miei soldi. Sono quindi passata ad Allianz e al momento non ho avuto motivo di ripensamento. Ad ogni modo, qualsiasi sia la compagnia che sceglierete il consiglio è di aumentare il massimale al miglior compromesso possibile con il vostro portafoglio dal momento che, al di fuori dell’Italia e negli Stati Uniti in particolare, la salute è un lusso costosissimo.

Bi-valigiatevi. Ripetete con me: “il bagaglio a mano è il mio migliore amico”. Non sprecate mai l’occasione di infilare uno spazzolino usa e getta, un paio di mutante, un paio di calzetti e una t-shirt arrotolata nel proverbiale buco che si può sempre trovare nelle tasche del bagaglio a mano. I contrattempi di viaggio vi ringrazieranno. Per la traversata oceanica ricordatevi invece un maglione: in aereo fa sempre freddo. Aggiungete una penna al vostro corredo perchè in aereo vi chiederanno di compilare il modulo per la dogana: il modulo ve lo danno ma la penna no e non vorrete vagare mezzi addormentati nei corridoi dell’aereo con la fiatella stagnante  alla ricerca disperata di qualcuno che vi presti qualcosa con cui scrivere.

Ripigliamoci

Estate texana numero tre. Quando i cieli infiniti (e spietati) che mi sovrastano ogni giorno cominciano a diventare routine, allora significa che, da visitatrice di lungo corso sono ormai diventata una quasi-residente. E i filtri con cui analizzi quello che ti sta attorno cominciano a cambiare. O quantomeno ad intasarsi di quel pulviscolo che potremo chiamare “realtà”. E allora ti sembra non valga la pena raccontare nulla. Perchè ormai è normale. Eppure, a distanza di tre anni, parlando ancora con i miei amici italiani (ecco vedete, gli italiani cominciano ad essere gli “altri”, segnale pericoloso) scopro che la mia vita texana parallela continua ad incuriosire. E allora leggetemi. Da oggi in poi.

San Valentino in Texas

Non è un paese per cinici. Se odiate le spremute di cuore vi consiglio caldamente di tenervi lontano dal Texas dal 2 gennaio al 14 febbraio, più o meno, ovvero le 6 settimane di furore rosa, rosso e amore di San Valentino. In Texas i cuoricini/oni/ucci hanno cominciato ad infestare il panorama senza nemmeno aspettare che il cadavere del 2015 diventasse freddo. I primi giorni di gennaio le renne hanno lasciato spazio a orsi e conigli giganti abbracciati ad un cuore e così via per oltre un mese. A giudicare dall’offerta commerciale, la hit parade di San Valentino in Texas è così composta: scatola di cioccolatini a forma di cuore in prima posizione, peluche di orso in scala 1:1, combo-inferno baby doll “squillo ubriaca” per lei e boxer “nonno anni ’70 sovrappeso” per lui.

Il giorno prima di San Valentino inoltre sono spuntati come funghi ai lati della strada e nei parcheggi dei centri commerciali delle tende giganti con ulteriori peluche. Caso mai ci fosse un’urgenza d’amore…