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L’effetto domino della “return policy”

Questo è un post di avvertimento. Controllate sempre la merce che comprate nei supermercati degli States: la tentazione di vendervi roba scaduta da mesi (come potete notare nella foto) è sempre altissima. Non è raro trovare materiale passato a miglior vita da molte settimane. La scorsa settimana abbiamo riportato indietro la merce almeno 3 volte. C’è da dire che, in caso di protesta, la sostituzione è immediata. E anche il risarcimento, se scegliete questa opzione. Il business/diritto di sostituzione della merce negli USA è, per dirla in francese, una figata: qualsiasi oggetto di consumo può essere riportato al punto d’acquisto, anche dopo settimane, in qualsiasi condizione, non solo se scaduta o per vizio di costruzione ma anche se avete più semplicemente cambiato idea. Questa totale libertà genera fenomeni interessanti. Per esempio: virtualmente potete comprare una maglietta da 10 $, indossarla la sera per una cena e il giorno dopo riportargliela perchè avete cambiato idea per poi comprarne un’altra e fare la medesima cosa ogni giorno della vostra vita. Nei supermercati, soprattutto quelli più popolari, come Walmart, c’è spesso una lunga, lunghissima fila per il cambio merce. Merce spesso assolutamente intatta.

Interessante è scoprire cosa capita alla merce “resa”. La legge dice che non può più essere rivenduta nello stesso negozio. Quindi dove finisce? Una delle destinazioni privilegiate sono i negozi da un dollaro (cibo compreso). Altra via è il mercato estero. Oppure le organizzazioni caritatevoli.

Che il business del cibo scaduto sia un mercato da conoscere meglio lo si capisce anche da alcune iniziative, per la verità non ancora approdate in Texas. Come il “The Daily Table”, un negozio di alimentari del Massachusetts che vende esclusivamente prodotti scaduti ma ancora utilizzabili. Il negozio offrirebbe infatti alimenti nutrienti e non pericolosi per la salute umana a un prezzo calmierato.

Una spesa “latina” ma non troppo

Negli ultimi giorni ho provato ad immergermi nella metà messicana di Houston. Come ho già spiegato qui e qui, il Texas  è un luogo in cui potreste tranquillamente nascere, vivere e morire senza esprimervi una sola volta in lingua americana o essere attraversati dall’orgoglio a stelle e strisce. Ci sono posti in cui, aprendo una porta, ci si lascia alle spalle il mondo anglosassone e si entra, nello spazio di un solo passo, nell’America Centrale. Nonostante rimangano ancora infiniti luoghi da esplorare per assorbirne la cultura, ecco i primi esperimenti del mio go mexican waytaco-trucks-elotes

Faro nelle giornate suburbane del Texas è La Michoacana, il supermercato messicano per eccellenza, in cui cittadini tex-mex vendono prodotti davvero mex, in modo simpaticamente mex. Intanto il nome è pazzesco. Suona come un cartone animato, anche se in realtà si riferisce ad una regione del Messico. All’interno, ci sono cose incomprensibili, del tipo che non avrei mai pensato esistessero così tanti tipi di tortillas. E tutte quelle salse. E tutti quei diversi tipi di banane. Da comprare qui o in nessun altro posto: fette biscottate (introvabili in negozi americani), guacamole ottima, carne fresca, roba strana.

Fiesta è il contraltare più chic dei supermercati texani. L’offerta di frutta e verdura è più ampia ed economica, compresi bitorzoli pelosi non ancora pervenuti in Europa. Il reparto surgelati riserva le sorprese più interessanti con l’opportunità di acquistare intere e succulente teste di capra scarnificate, comprese di denti, occhi e lingua penzolante. Un sacchetto = una testa = 50 dollari. C’è anche l’angolo dell’orgoglio mex con sombreri dai diametri imbarazzanti.

Da provare – e mio prossimo obiettivo gastro-antropologico – sono i taco-track, street food messicano nomade, affidato alle 4 ruote di camioncini scassati, dai colori sgargianti e poco raccomandabili. Tacos e pollo al carbon, sembrano essere i piatti chiave del menù. Vi saprò dire.

Lo shopping solidale di Goodwill

Una passione nascosta della Houstoniana atipica che vi scrive è fare shopping da Goodwill Industries, una nota catena internazionale di charity shops presente anche in Texas. Anche in Italia per la verità, ma in pochi se ne sono accorti. Se nel Bel Paese il 99% di quello che gira attorno agli oggetti di seconda mano è legato a realtà di tipo caritatevole e cooperativistico, in America la solidarietà è un business terribilmente serio. La Goodwill per esempio ci ha ricavato un colosso internazionale che senza falsi pudori ha rinominato “Industries”. Non senza pesanti accuse circa la mancanza di scrupoli etici che gli hanno fatto meritare la poca simpatica etichetta di “racket”, come si può leggere in questo vecchio articolo dell’Huffington Post.

348sSinceramente ignoravo queste vicende mentre razziavo (con gli occhi) gli scaffali colorati del negozio di The Woodland, qua vicino. Purtroppo la scarsa fibra morale con cui sono fatta non mi ha impedito di fare di questi posticini pieni di ogni cosa a pochissimo prezzo delle mete di divertimento irrinunciabili per attacchi di shopping consolatorio. I vestiti, rigorosamente di seconda mano, sono lavati, disinfettati e riordinati sulle grucce per tipologia di colore. Il risultato è un arcobaleno continuo di improbabili capi anni ’80 (stile ABBA o famiglia Bedford), anni ’90 (stile Cher ubriaca), post millennio (stile facciamoci male). Sulle pareti, ai lati, ci sono le scarpe su cui stenderei un velo pietoso e gioiosamente kitsch. Nella parte posteriore dei negozi di solito ci sono i mobili: tutti più economici dell’Ikea ma nel consueto stile funerario che piace tanto agli americani, ovvero “black is the new black”. Ultimamente mi sono sfogata però nel reparto elettrodomestici; con soli 4 dollari ho portato a casa un’indispensabile piastra da pancake (usata). E una macchina per scrivere vintage per 9, 99. Non so cosa ne farò nè dove la metterò ma il suo possesso era in un certo modo moralmente obbligatorio. Quintalate di libri che sanno da umido, 45 giri di artisti sconosciuti, giocattoli dall’inquietante passato, paccottiglia di ceramica cinese e indiana completano il tutto. Adorabile. Political incorrectly adorable.

Coupon-mania tra mito e realtà

Tutto ciò che si accompagna al concetto di spesa, in Texas, fa rima con follia. Se vi è mai capitato di vedere la trasmissione “Tutti pazzi per la spesa” su Real Time, ecco, posso confermare che è (quasi) tutto vero. Perchè in America esiste un subdolo grimaldello che si insinua tra la coscienza e il portafoglio. Il suo nome è “coupon”.

I buoni spesa esistono anche in Italia ma la differenza con l’America, neanche a dirlo, è che qui è tutto più esagerato. Intanto, il coupon, quando esiste, è una vera convenienza senza condizioni: uno sconto di 6 o 7 dollari per una cena al ristorante; una riduzione di 8 dollari per un taglio di capelli; banane a metà prezzo in un certo supermercato. Insomma si può davvero risparmiare. L’unica correzione che faccio alla trasmissione di real Time è che, almeno tra le mie mani, non sono mai passati coupon cumulabili.

6aE poi sono diffusi in modo capillare, per qualsiasi merce e attraverso qualsiasi mezzo di comunicazione esistente. Non dovete andare voi in cerca dei coupon, saranno loro a trovarvi.

Intasandovi, intanto, la buca delle lettere, come capita a me ogni martedì. Ecco le prove.

Un bel paccozzo di (le ho contate per voi) 67 pagine. Di coupon veri e proprio ci saranno 50 pagine che mi prendo la briga di riassumervi in questo modo:

  • Sconti su trucchi, detergenti, profumi e robe da donne: una medi di 3,50$ per ogni 10 $ di spesa.
  • Sconti su calzature: 5$
  • Sconti per taglio capelli o altro: 8 dollari di sconto di media
  • Sconti per abbonamenti a tv via cavo: da 24 a 34$ al mese di sconto se scegli questa o quella compagnia;
  • Sconti per tappeti e moquette: nessuno ma se presenti i coupon l’installazione, la rimozione e la prima pulitura sono gratis;
  • Sconti per materassi: da 100 a 300$ a seconda del materasso scelto.
  • Sconti per abbonamento in palestra: abbonamento bloccato a 9,95$ al mese se presenti il coupon;
  • Sconti in negozi tipo Brico/Le Roi Merlin/Obi, ecc: nessuno ma se con lo smartphone ti scarichi la app per tutto il mese hai il 5% in meno su tutta la merce;
  • Sconti su garden e vivai: 50$ (ma solo se ti compri una palma)
  • Sconti su cambio olio, pneumatici, batterie da macchina, robe da uomini che non capisco: dai 10 ai 50$ con il 50% di sconti su operazioni strane come allineamento gomme (??) e cambio candele, oppure su prodotti per la macchina di cui ignoravo l’esistenza.

6Riguardo ai coupon sul cibo o sulla roba da vestire non esistono riassunti abbastanza esaustivi. Qui di fronte a me ho all’incirca un valore di 92$ di coupon. Una media di 1,50$ di sconto su ogni bene consumistico possibile dalle vitamine al dentifricio, dallo sciroppo per la tosse alle tortillas, dalla crema contro l’acne ai cracker al formaggio, dai succhi di frutta agli hamburger). Diciamo che ogni società di grande distribuzione utilizza, oltre ai coupon cartacei, anche dei coupon digitali personalizzati che vi vengono inviati sottoforma di QR code per posta (elettronica) ogni giorno. L’uso è semplicissimo: arrivati alla cassa, gli mostrate il cellulare e loro vi scannerizzano lo sconto con il lettore ottico. Non è finita: quando vi danno lo scontrino, sul retro e pure davanti, vengono stampati ulteriori coupon, con altri sconti, offerte, proposte commerciali, ecc. Se avete scelto i prodotti giusti infine  – a me è successo l’altra sera comprando i gelati – la cassa automatica sputa fuori dei foglietti in più che sono i vostri co
upon per acquisti successivi dello stesso bene (io ci ho guadagnato lo sconto di 75 centesimi per il prossimo Magnum Almond).

Una manna dal cielo. Niente da dire.

Ho consultato alcuni Blog di casalinghe americane, scoprendo che si tengono anche dei piccoli corsi informali su come recuperare ed utilizzare i coupon. C’è chi risparmia fino ad 8.000 $ l’anno. Se siete curiosi e sapete bene l’inglese questo sito vi divertirà: http://www.livingrichwithcoupons.com/

Come sia possibile offrire sconti reali e continui a migliaia di consumatori non è difficile da capire. Il segreto sta in un mercato molto ampio e in un marketing diverso. A differenza delle aziende italiane, le aziende americane infatti si pubblicizzano soprattutto con i coupon e determinano un budget fisso per i buoni spesa che rilasciano. Se, per esempio, la Birilla America vuole pubblicizzarsi con i coupon, emette degli sconti con un budget che può essere di 10.000 euro per 1.000 coupon. Questo budget è destinato a tutti e chiunque ha il coupon può risparmiare esattamente la cifra che la Birilla America ha già contabilizzato come pubblicità e che di solito non supera quasi mai il 30%. Se tenete conto, poi, che non tutti i coupon verranno realmente utilizzati, capite che è un sistema che conviene soprattutto alle aziende.

Che convenga davvero al consumatore finale è materia di dibattito. I soliti beninformati consigliano di non lasciarsi tentare ed usare solo i coupon di prodotti che comprereste comunque. Altrimenti, la dipendenza, è dietro l’angolo.

Tasse & Texas

4Indovinate cosa faccio oggi? In Texas è cominciato il tax free weekend, tre giorni di follia consumistica per onorare il ritorno sui banchi. Dopo il 20 agosto, infatti, gli studenti di elementari, medie, superiori e college qui negli States tornano a studiare. Lo stato del Texas (assieme ad altri 16 Stati) ha quindi deciso di rinunciare, per tre interi giorni, alle entrate provenienti dai beni di consumo che potrebbero essere più utili a chi studia (abbigliamento, cancelleria e zaini). Non si tratta quindi di un’iniziativa commerciale – non sono la versione a stelle e strisce dei “saldi” italiani – ma di una legge dello Stato che, dal 1999 ad oggi, ogni anno, prima dell’inizio della scuola, sceglie di rinunciare a milioni di dollari di entrate per favorire le famiglie. 
“Stimiamo che quest’anno il tax free weekend permetta un risparmio per le tasche dei consumatori di 82,7 milioni di dollari”, scrive sul suo sito la responsabile dei conti pubblici dello Stato del Texas, Susan Combs, che può essere contattata via mail, via Facebook e via Twitter senza problemi. 

Impossibile paragonare questa iniziativa a qualsiasi altro esempio italiano. Mi verrebbe da dire che sarebbe come se, per un intero week-end, Renzi rinunciasse ad incassare l’IVA per favorire gli studenti ma non è totalmente corretto perchè l’IVA, in Italia, è una tassa statale sul consumo, mentre negli Stati Uniti, il Governo centrale, non tassa i consumi. 
A questo punto devo togliermi il cappello di personal shopper e mettermi l’elmetto da fiscalista.
Gli Stati Uniti sono una federazione di stati; l’onere delle tasse al consumo è delegato ad ognuno de4ai 50 Stati che quindi scelgono, in autonomia, e in base alla loro virtuosità di spesa, di adottare una propria tassazione che poi, a livello di entrate, resterà sul territorio. Ci sono Stati in cui questa tassazione è stata, negli anni d’oro del boom, anche pari a zero, come in Florida, ma in media si va dal 2,7 all’8,5%. Et voilà, ecco il federalismo fiscale. Più semplice di così si muore. Nello stato del Texas questa tassazione è pari all’8,5%. Insomma se l’Italia fosse il Texas, paghereste l’8,5% sui prodotti e non il 22%, nonostante, lo ripeto ancora una volta per essere corretta, l’IVA non sia il paragone formalmente più adatto per fare confronti. Però rende esattamente l’idea di quello che vi rimane nel portafoglio, dopo la spesa.  A scanso di equivoci, non sono improvvisamente diventata maniaca di tasse e percentuali, è semplicemente che il “consumo”, in America, ti costringe ad un rapporto quotidiano con le tasse, anche se non vuoi. Qui, tutti i prezzi esposti (in supermercati, hotel, ristoranti, catene di abbigliamento, concessionari, telefonia, negozi di ogni genere, insomma in qualsiasi attività commerciale esistente che possa esporre un cartellino) sono privi di tasse che vengono puntualmente aggiunte al momento del pagamento alla cassa. Questo implica una fatica in più per il consumatore, perchè la T-shirt da 20$ che avete tra le mani in realtà ve ne costerà 21$ e se non fate bene i conti, quando arriva il momento di pagare, la sorpresa può essere pesante. E il conto pure. Il rovescio della medaglia è che, con questo metodo – che in America è legge – il consumatore ha una percezione costante delle tasse che paga. Mentre in Italia, i cartellini “tuttocompreso”, ci risparmiano lo sforzo mentale di sentirci tartassati.

All’inizio mi risultava oltremodo fastidioso dover calcolare il conto in modo autonomo, prima che il carrello arrivasse alla cassa. Ora che mi sto abituando ritengo sia una forma di civiltà ricordarti, in ogni tuo acquisto, quante sono le tasse che ci paghi sopra. In estrema sintesi si tratta di informazione. E l’informazione genera consapevolezza. Forse avere cittadini precisamente consapevoli delle proprie tasse non è cosa che si possano permettere tutti i Paesi.