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Voyerismo eno-gastronomico nei supermercati del Texas

Cari voyer eno-gastronomici questo post è tutto per voi. Ecco i junk food di questa settimana con, allegate, follie di altre categorie.

Quale preferite? Io propendo per gli incantesimi…

 

Kolache, il panino cèco che ha conquistato il Texas

houstonchroniclesAnalogamente alla Dr. Pepper (di cui ho parlato qui), c’è una tasting experience che non può mancare se venite a trovarmi in Texas: assaggiare un kolache. Anche se di origine Ceca, il Kolache è l’essenza dello street food texano assieme a tacos e burritos. Un kolache è un paninetto, dolce o salato, generalmente servito appena sfornato. Ha le forme più disparate, quindi prima di capire cosa era effettivamente un kolache ci ho messo un po’ di tempo: è una brioche o un panino? piatta o tondeggiante? dolce o salato? Insomma una gran confusione. L’unica cosa certa è che, a differenza di altri street food texani, il kolache è la cosa più vicina all’idea di cibo sano che vi può capitare.

Dopo innumerevoli ma necessari sacrifici posso catalogare con sufficiente approssimazione due specie di kolache: quello appiattito – e allora la guarnizione è nella parte superiore – e quello imbottito – e allora il ripieno è cotto direttamente all’interno del pane.  Se si tratta di un kolache piatto, può assomigliare vagamente una una girandola glassata o ad una brioche alla panna cotta. Ottimo. Se si tratta di un kolache imbottito è a tutti gli effetti un panino con formaggio, prosciutto, oppure marmellata, nutella e così via.

Se vi capita di stancarvi delle untuose offerte dei fast food, il kolache è la risposta giusta. Gustoso, economico e portatore di livelli di colesterolo accettabili. Fosse nato a New York sarebbe un nuovo bagel, ma quella volta le comunità Ceche sono venute a coltivare il Texas, e quindi la fortuna di questo ottimo prodotto da forno è rimasto un po’ in sordina. Non nello stato della Stella Solitaria che dedica al panino diversi Festival. A Caldwell, “capitale texana del kolache”, c’è il più famoso (ogni seconda domenica di settembre). Altri festival a East Berbard, Crosby e Hallettsville, tutte località abbastanza vicine a Houston.

13 km!

Nella dicotomia tra esseri umani che corrono per mangiare o mangiano per correre io appartengo senza ombra di dubbio alla prima categoria. Il segreto che forse nessuno vi dice sulle corse organizzate qua e là tra sabato e domenica (e fedelmente riportate sul Calendario del Podista) è che sono costellate di cibo. Ho fatto conto che, nel corso della gara, riesco a inghiottire qualche banana, svariate tazze di tè, arance, limoni, biscotti, nutella e, quando sono fortunata – tipo domenica scorsa – anche un ottimo panino con la mortadella. I cagnolini felici che mi trotterellano a fianco, accompagnando la mia falcata, però valgono di più.

Ineluttabile italianità

A volte ritornano. Anche se c’è un oceano di mezzo. Del resto la Rete appiattisce le distanze e, anzi, nel mio caso mi perseguita proprio.  Dovete sapere che, cercando lavoro a Houston, mi sono iscritta agli RSS di qualsiasi Sito possibile e immaginabile. Tra questi anche quello dell’Italian Cultural and Community Center. Che a quanto pare è zeppo di amene iniziative di carattere fortemente educativo. Per esempio insegnare ai bambini americani come fare gli arancini siciliani. Piccoli chef per una “piccola cucina“, questo appunto il nome dell’iniziativa nata per attirare le nuove generazioni texane verso lo studio dell’italiano come seconda lingua. Come dire, un format di (p)assaggio, in tutti i sensi: da una parte si testa la propensione all’italian style proponendo ricette malandrine, dall’altro ci si riempie lo stomaco di italian style grazie all’applicazione delle ricette malandrine. Tutto nel nome della cultura italiana. Santa, sacra, cultura costruita sulla pizza, i fichi e il mandolino. Il resto non conta, suvvia. O quanto meno non funziona. Meglio puntare sul sicuro: rice balls. Gli arancini d’oro dall’altissima azione diplomatica. Meglio di Dante.

Non è una critica agli uomini e alle donne di buona volontà dell’ICCC di Houston, ci mancherebbe. Va detto, anzi, per la cronaca, che la “piccola cucina” funziona parecchio in tutta Houston, come ambasciatrice di italianità a tutti i livelli. Per esempio all’M.D. Anderson Cancer Center (uno degli ospedali specializzati in cure oncologiche più importanti d’America), dove “piccola cucina” è sinonimo di recupero per i piccoli pazienti; oppure l’omologo corso per adulti “L’Italiano in Cucina”, poi “A Tavola con le Tradizioni”, mirato alla promozione delle autentiche tradizioni culinarie regionali, “Italy is Served” rivolto alla promozione della cucina italo-americana, “Le Strade del Vino”, “Le Sagre”, e tanti altri progetti ancora. Potrei anche allargarmi dicendo che l’ICCC di Houston non è nemmeno l’unico ente a puntare (quasi) tutto sulla cucina (o sul vino). Leggo su Facebook che l’Istituto Italiano di Cultura di Los Angeles questa settimana organizzerà un imperdibile incontro con la famiglia Antinori per educare gli Americani al vino.pane_ca_meusa

Non per disprezzare gli arancini – a cui seguiranno, leggo, ricette per agnolotti, crostatine alla nutella, sfincione (?!!?) siciliano e l’immancabile pizza – ma la domanda che mi pongo è: in più di  2000 anni di Storia non abbiamo nulla di – così, per dire – vagamente più incisivo da esportare, come cultura? Pare di no. Il trend setter è l’intestino non il cervello. Da sempre peraltro. E arancini siano. Anzi io voto lo sfincione. Meglio: il pani ca meusa.

Il fascino discreto del junk food

Chiunque sia mai venuto in America, sa.

Sa che il vero divertimento è il supermercato.  Sa che passare mezzore tra gli scaffali ad osservare l’universo dell’impensabile gastronomico è il vero confronto culturale con gli USA che, a noi italiani, piace di più. Forse perchè è l’unico in cui risultiamo davvero vincenti.

E allora questo post è per tutti voi, voyer del culatello, patiti del lardo di colonnata, estimatori di tartufi, repressi del caviale, amanti delle più raffinate gourmandie italienne.

(AAA1 Avviso ai naviganti: immagini forti)

(AAA2 Avviso ai naviganti: i prodotti fotografati sono esclusivamente quelli che, con insistenza, vengono proposti come italiani. Per il resto, ogni paese ha il diritto di inventarsi e mangiare il cibo che vuole). 

Si comincia con un grande classico: i piatti che gli americani considerano italiani ma che in Italia non esistono. O meglio, sono frutto delle ricette delle nonne dei primi immigrati italiani in America. L’evoluzione della specie ha fatto il resto.

Ah. In America il cibo italiano deve essere rigorosamente annientato da kg di aglio. Altrimenti non è abbastanza italiano. Se i ristoranti italiani in America osano proporre pasta che non navighi in qualche salsa agliata, o una pizza che non sia cosparsa di aglio, non vengono riconosciuti come italiani.

Le immagini seguenti sono dedicate a chi l’insalata, o la pasta, la preferiscono solo con un filo d’olio.

Sulla soglia della pericolosità si piazzano i prodotti che seguono la cui comprensione è affidata al caso.

Però. Però le grandi marche italiane (o europee) hanno le loro responsabilità culturali. Guardate cosa propinano grandi brand italiani al mercato americano (spacciandolo come la normalità).

Eppure sarebbe un errore pensare che i supermercati americani siano pieni di schifezze. I banchi della verdura sono più forniti dei nostri e c’è una grande scelta. Ci sono scaffali dedicati a prodotti biologici, a quelli senza glutine e ai vegetariani. 

verdura