ammoniaca

Dietro le pagine di cronaca

Un mondo che crolla fa rumore. E non è un modo di dire.

Suo marito è morto neanche tre ore prima, soffocato da una nuvola di ammoniaca. Partito da casa per andare a lavorare come ogni giorno, questa sera non tornerà. Lei lo ha capito mentre era a pochi passi da me, accompagnata dai Carabinieri oltre il nastro rosso messo per contenere l’esercito di giornalisti interessati all’evento. Tra questi, io. Ha gridato così forte che il suono si è propagato attraverso i campi di mais che ci circondavano. Un suono rauco e disperato. Il suono di un’animale ferito a morte. Come un diapason l’ho sentito risuonare dentro, da qualche parte. E mi sono vergognata di stare lì, a scrutare quell’anima messa a nudo dal dolore, di fronte a tanti estranei. Non credo sia davvero questo il mio lavoro. Non c’è nessuna notizia da leggere nel dolore nudo, nella disperazione. Eppure è proprio a persone come me, che fanno il mio lavoro, che capita di raccogliere questi momenti così intimi, assoluti, personali. Momenti e spazi che dovrebbero essere privati.

Con mio lavoro ho visto di tutto, cadaveri, parti di cadaveri, feriti, ammalati, armi, guerra, droga, tafferugli, insomma, il Male. Eppure non c’è abitudine alla sofferenza di un tuo simile, almeno per me. Oggi è una giornata triste, quindi. Non per chi se n’è andato, ma per chi resta.