alimentazione

#PerChi?

Allora. Quando mangio si suppone che nessuno debba rompermi le balle. Ora si dà il caso che da circa due settimane a questa parte ogni volta che apro il vasetto di yogurt venga investita da messaggi particolarmente ambiziosi stampati dietro la pellicola di alluminio che sigilla il barattolino. Credono di lanciare dei gran messaggi, la verità è che donano banalità gratuita. L’ultimo in ordine di tempo mi consiglia di “guardarmi più allo specchio e meno sulle riviste”.

Ma benedetto copy CheSeiStatoCostrettoAdInventartiFrasiDaLobotomizzate, mi spieghi il profondo significato di questo suggerimento? Meglio che mi faccia un’idea delle reali condizioni del mio fondoschiena invece di sognare di avercelo come quell’acciuga rinsecchita e drogata di Kate Moss? E poi tu o dai per scontato che io abbia un culo enorme, o che legga riviste di moda o equipollenti come regola di vita. E invece guarda caso leggo tutt’altro, e sono ben felice di specchiarmi in quel che leggo e perdermi in nozioni giusto un filo più elevate delle tette e dei culi di chi è nato con un DNA migliore del mio (beate loro). E per dirla tutta, oltre ad avere un sedere niente male, a casa mia ho solo uno specchio, per giunta piccolino, che mi rimanda giusto l’immagine della parte del corpo sopra le mie tette, partendo dal cuore: la parte migliore di me. Ma non per quello che c’è fuori. Ma pretendere che l’aperto invito a guardarsi dentro giunga da un vasetto di yogurt non è realistico. Capisco.

#PerChi? #PerLeBarbieMaNonPerLeBarbieturiche : aggiornatevi.

Il fascino discreto del junk food

Chiunque sia mai venuto in America, sa.

Sa che il vero divertimento è il supermercato.  Sa che passare mezzore tra gli scaffali ad osservare l’universo dell’impensabile gastronomico è il vero confronto culturale con gli USA che, a noi italiani, piace di più. Forse perchè è l’unico in cui risultiamo davvero vincenti.

E allora questo post è per tutti voi, voyer del culatello, patiti del lardo di colonnata, estimatori di tartufi, repressi del caviale, amanti delle più raffinate gourmandie italienne.

(AAA1 Avviso ai naviganti: immagini forti)

(AAA2 Avviso ai naviganti: i prodotti fotografati sono esclusivamente quelli che, con insistenza, vengono proposti come italiani. Per il resto, ogni paese ha il diritto di inventarsi e mangiare il cibo che vuole). 

Si comincia con un grande classico: i piatti che gli americani considerano italiani ma che in Italia non esistono. O meglio, sono frutto delle ricette delle nonne dei primi immigrati italiani in America. L’evoluzione della specie ha fatto il resto.

Ah. In America il cibo italiano deve essere rigorosamente annientato da kg di aglio. Altrimenti non è abbastanza italiano. Se i ristoranti italiani in America osano proporre pasta che non navighi in qualche salsa agliata, o una pizza che non sia cosparsa di aglio, non vengono riconosciuti come italiani.

Le immagini seguenti sono dedicate a chi l’insalata, o la pasta, la preferiscono solo con un filo d’olio.

Sulla soglia della pericolosità si piazzano i prodotti che seguono la cui comprensione è affidata al caso.

Però. Però le grandi marche italiane (o europee) hanno le loro responsabilità culturali. Guardate cosa propinano grandi brand italiani al mercato americano (spacciandolo come la normalità).

Eppure sarebbe un errore pensare che i supermercati americani siano pieni di schifezze. I banchi della verdura sono più forniti dei nostri e c’è una grande scelta. Ci sono scaffali dedicati a prodotti biologici, a quelli senza glutine e ai vegetariani. 

verdura

Questo grasso grasso Texas

8Prima o poi l’avrei scritto, si. Houston è cicciona. Ciccionissima. L’obesità è una realtà che ti colpisce dritto allo stomaco per la sua frequenza. Moli gigantesche riempiono gli occhi ed è difficile, me ne vergogno ma è così, non mettersi a fissare stupiti chi ti sta attorno. Secondo l’ultimo rapporto di “Trust for America’s Health” (2012) il Texas è salito al 10° posto tra gli Stati più obesi d’America. In particolare, la percentuale di adulti obesi in Texas è del 30,4%, vale a dire quasi il doppio di 15 anni fa.  Se andasse avanti così, nel 2030 gli obesi sarebbero il 57,2% della popolazione. Dicono che questa epidemia abbia un costo e che questo costo sia, in primis, sanitario – in media 50 miliardi di dollari all’anno -, in secundis, economico con una perdita di produttività che attualmente è di 390 miliardi di dollari all’anno ma potrebbe superare di molto i 500. Da questo conto sono escluse tutte le malattie correlate all’obesità, come diabete, patologie cardiovascolari e alcune tipologie di tumori.

Ma ingrassare fino a morire è un’attività che ha i suoi lati positivi, infinitamente positivi, per alcune realtà, come le multinazionali dei fast food, delle bibite zuccherate e del cibo ultra-processato. In maniera minore, a cascata, una popolazione cicciona conviene anche ai supermercati, ai centri commerciali e a tutti quei soggetti che, sulle malattie degli altri, fanno i soldi. Per chi avesse visto il pluripremiato “Supersize me” o avesse letto “Fast Food Nation”, saprebbe di cosa sto parlando.
8aIn USA ci sono 264 tipi diversi di catene di fast food. La loro diffusione sul territorio federale fa sì che ci siano 7,52 fast food ogni 100mila abitanti. Un numero di oltre sette volte superiore, in media, a qualsiasi altro Paese. Sono aperti 24 ore su 24 e vendono cibo a buon mercato spesso in generose porzioni da consumare in loco, a casa, in macchina, ovunque. La tipologia di cibo offerta è pressochè globale: dalla pizza all’involtino primavera, dall’hamburger all’insalata, dal pad thai al gazpacho. Non è difficile ingrassare, e molto, se ci si distrae, ricorrendo magari a questo tipo di cibo, anche solo una volta alla settimana. Purtroppo gli americani consumano almeno 4 pasti a settimana dentro un fast food. Nei bambini questo numero sale a 7. E del resto qui si viene continuamente e pesantemente invogliati a cedere al cibo-spazzatura. Il fast food è ovunque, dentro i supermercati, nelle scuole, in qualsiasi stazione (laddove esistono i mezzi pubblici), in farmacia, dentro il portafoglio e dietro casa. Credetemi bisogna proprio decidere consapevolmente di ignorarli per non averci a che fare. E non tutti hanno la forza culturale ed economica per farlo. Forse non l’avrei nemmeno io. In 40 giorni ho ceduto 3 volte. Quante sarebbero state in 35 anni?

8cVivere in una nazione XXXXL significa poi, alleggerendo i toni, imbattersi in incontri come questo qui sopra. Oppure imparare che la tua 44 italiana qui è una XS altrimenti, all’estremo opposto, le 4XL diventerebbero 6XL. Oppure imparare a fare lo slalom tra gli scooter elettrici, quelli riservati a persone con disabilità, che ogni grande catena di supermercati mette a disposizione all’ingresso. Finora non ho mai visto disabili (o anziani) sopra a quegli scooter.

Dicono che questa epidemia abbia un costo, sì. Eppure a me sembra una grande, intoccabile manna dal cielo. Una enorme miniera d’oro costruita sulla carne a sulla salute di milioni di cittadini.