agricoltura

Gli orti urbani di Houston

 27Yupon Street, in pieno downtown, a Houston, cela un piccolo segreto. Spalle alla celebre Rothko Chapel, sotto il verde delle querce, c’è un orto urbano che rifornisce gli houstoniani di prodotti freschi e offre ai rifugiati la possibilità di una nuova vita.

Questo fiorente giardino (che vedete qui a sinistra) è curato da Roy Nlemba, un rifugiato dal Congo.

L’organizzazione no profit Plant It Forward (letteralmente “pianta oltre”) assicura a lui ed altri specialissimi contadini urbani la formazione necessaria per coltivare la frutta e la verdura biologica che poi viene venduta ogni domenica mattina nel farmer marker del centro di Houston. Il mercato è frequentato da normali cittadini ma anche da molti ristoranti.

Ogni anno Houston segna numeri record in fatto di accoglienza di nuovi rifugiati, molti dei quali arrivano in Texas come tappa finale di un percorso di fuga durato anni e caratterizzato dalla detenzione in campi rifugiati e in condizioni estreme. Una volta giunti a Houston, ad un passo dalla realizzazione del sogno americano, i rifugiati affrontano la sfida più complessa, quella dell’osmosi con una nuova cultura, una nuova casa, una nuova lingua e, possibilmente, un nuovo lavoro che possa restituire loro dignità e fiducia. Nella maggior parte dei casi l’agricoltura costituisce il principale se non l’unico background professionale posseduto da questa compagine nonchè l’unica voce spendibile su eventuali curricula. Purtroppo, nell’area urbana di Houston, coltivare frutta e verdura non è esattamente una vocazione del territorio. Nonostante terra, sole e acqua non manchino, quello che non esiste, per quanto possa sembrare strano, è esattamente il know-how agricolo, tanto che la città (o meglio l’agglomerato di oltre 6 milioni di persone che viene chiamato Houston) importa da fuori provincia, diciamo così, quasi la totalità del cibo che consuma e l’attenzione degli houstoniani verso prodotti freschi, sani e locali sta aumentando.

27aIl progetto Plant It Forward è un piccolo passo verso la creazione di una filiera micro-agricola, dove persone, risorse e richieste di consumo possano unirsi in una nuova realtà economica e sociale dall’importante connotazione etica.Tra i partners dell’iniziativa ci sono infatti anche gruppi religiosi che mettono a disposizione del personale, ovvero i rifugiati, terra e strumenti – concreti e teorici – come corsi di business management o vendita specializzata ai ri
storanti. A completare il quadro di un fermento verso un consumo alimentare più sano ci sono un paio di realtà commerciali già cresciute che, di motivazioni etiche tout court non ne hanno ma che ben rappresentano il nuovo trend salutistico, Sprouts The Whole Food Market. Si tratta di due catene di supermercati biologici (californiana la prima, più internazionale la seconda) che al loro interno offrono solo prodotti freschi senza pesticidi, antibiotici o altre alterazioni. A parte frutta e verdura di stagione, vero basilico italiano (da queste parti hanno basilico americano che è imbastardato con la menta), formaggi, yogurt, bibite e farine senza additivi, sono gli unici luoghi in america dove potrete trovare prodotti Fair Trade e di commercio equo e solidale.

A volte, anche in Texas, il food non è fast, junk, fried o greasy.