ISRAELE, LA PACE DEGLI ALTRI

Sono stata in Israele più volte nel corso degli ultimi anni. Sempre e solo per lavoro. Devo ammettere che non è un paese che amo, imbevuto com’è di una serie di paradossi non facilmente digeribili e francamente discutibili. Non è un luogo che è permesso conoscere fino in fondo, se si è stranieri. Io di Israele ho avuto l’opportunità di toccare con mano alcune realtà, quella della fede e quella del dialogo, quando esiste.

Sul primo aspetto, essendo la dimensione spirituale qualcosa di intimo, ho ben poco da dire. Israele è la Terra Santa, sacra per tre diverse religioni: un immenso parco a tema della fede, pensato, costruito e promosso ad hoc.

Pretendere invece di essere stati in Israele per raccogliere e riportare esperienze di dialogo è un po’ meno comune, suppongo. Eppure a me è capitato. L’ho raccontato nei due brevi reportage qui sotto, andati in onda, nel 2011, su Telechiara per la serie di trasmissioni/inchiesta “Fatti Nostri”.

I video sono presi direttamente dal Canale YouTube di Telechiara dove potete trovare altre mie inchieste, relative ai più svariati argomenti.

Israele, la pace degli "altri"

Israele, la pace attraverso i mass media

Aggiornamento

Dov Shinar, il giornalista e professore di sociologia dei media intervistato nei due reportage qui sopra, insegna ancora all’Università di Netanya. E’ uno dei massimi esperti israeliani di comunicazione di pace e continua la sua attività accademica a favore del dialogo e della collaborazione. Con tutti i limiti che questo comporta. E’ mio amico su FB ma non è molto attivo. Il suo ultimo articolo risale al 2013, ecco l’abstract 

 

“Media preference of war has been diagnosed as resulting from correlations of media psychology, culture, and interests with war. Such correlations encourage personal, professional and institutional dissonance, and provoke dilemmas of coverage adequacy; selectivity of narratives and contexts; manipulation, and narrow ranges of discourse and focus. Efforts to curb these difficulties might succeed, with research and applied efforts aimed at updating the media culture of war coverage; helping identify media controls; encouraging gradual and cumulative reporting; employing “thick coverage” and “thick training”; promoting the cooperation of established media with newer types of journalism; assisting journalists in resolving war coverage dilemmas; promoting ongoing field monitoring and empirical research; helping post-war establishment of appropriate media structures, regulatory frameworks, and program production”.

(Il fatto che i mass media abbiano una preferenza per la guerra è una realtà dimostrata da svariate correlazioni psicologiche, culturali e di interesse reciproco.Tali correlazioni incoraggiano la dissonanza personale, professionale e istituzionale, e provocano un enorme dilemma sui seguenti punti: sull’adeguatezza della copertura giornalistica in tema di conflitti; sulla selettività delle narrazioni e dei contesti; sulla eventuale manipolazione di informazione, sui sui pochi e selettivi approfondimenti. Gli sforzi per ridurre queste difficoltà potrebbero avere successo se si seguisse la strada della ricerca sociologica, sforzandosi ad aggiornare la cultura mediatica applicata alla copertura dei conflitti. A tutto ciò potrebbero contribuire: l’individuazione di controlli multimediali; l’incoraggiamento progressivo delle relazioni; l’utilizzo di cosiddette “coperture di spessore” e “formazioni di spessore” per tutti i giornalisti; la promozione di collaborazioni tra media diversi e nuovi tipo di giornalismo; l’assistenza a tutti i giornalisti incaricati di raccontare la guerra; la promozione di un continuo monitoraggio sulle aree dei conflitti, stimolando magari la realizzazione di quadri normativi post- bellici più adeguati, strutture dedicate ai mass media e lo sviluppo di programmi televisivi specifici.)

 

Abu Tareq Ben Ziad, il giornalista palestinese, resta sempre saldamente alla guida del Palestine-Israel Journal. Siamo rimasti in contatto via Facebook, strumento che aggiorna quotidianamente con le sue considerazioni. Mi manda regolarmente gli auguri per Natale e le foto dei suoi nipotini ma, purtroppo, attraverso il suo profilo sono sempre a contatto dell’immenso dolore che vive il suo popolo, a cui lui stesso perdona molto poco.

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