Houston Chronicles #64

Ci sono abitudini dure a morire. Vuoi la tradizione, vuoi il pregiudizio (umano), vuoi che – come in questo caso – c’è di mezzo il tuo corpo.
Io per esempio non mi sono mai fidata, da quando abito in USA, del parrucchiere texano.
Si, stiamo per sviscerare argomenti di peso. Gli uomini possono cliccare subito altrove, grazie. Le donne possono continuare a leggere ma solo se si adeguano al livello (entrante) da barbieturica estiva. No radical chic, no intellettuali da spiaggia, no perditempo.

Dunque, dicevamo, i capelli.
Viste le chiome che girano qui in Texas il timore è ben riposto. La moda delle cofane scorre forte in questa terra. E poi, ammettiamolo, eleganza non è esattamente l’aggettivo che rappresenta meglio gli Houstoniani anche se qualcuno potrebbe obiettare che non fa rima neppure con la sottoscritta (e avrebbe ragione). Insomma, il parrucchiere era un’esperienza di vita che mi mancava. Fino all’altra mattina. Il parrucchiere qui di fianco aveva bisogno di una modella (leggi “cavia”) a cui tagliare i capelli (leggi “su cui impratichire la shampista”). Vabbè: era gratis, non avevo altro da fare. E poi i capelli al limite ricrescono, no?
Il primo ostacolo è stato spiegare che tipo di taglio avevo in mente consapevole che non saprei neppure come descriverlo in italiano. Alla fine ci siamo arrivati. A gesti, tipo Pictionary. In America lo shatush si chiama balayage. Questa informazione mi è costata un pezzo di dignità, per cortesia fatene tesoro. Sapevatelo #1.
Poi c’è stato l’imbarazzante momento in cui ho scoperto che, salvo richiesta specifica, qui i capelli te li tagliano a secco. Ho finto un attacco di confusione linguistica e mi sono seduta sul lavatoio. Al che me li hanno dovuti lavare, i capelli. Ma con poca passione. Sapevatelo #2.
Poi è cominciato il divertimento. Perchè, giusto per favorire, la stagista ha dovuto rifarmi per 3 volte la riga in mezzo alla chioma considerato la ben nota difficoltà dell’operazione. Portatevi un righello da casa e contribuite alla ricerca. Sapevatelo #3.
L’ora che è seguita è stata da grossa grossa grisi, per citare chi so io, ma voglio credere che sia stato il frutto della gratuità della seduta e del fatto che fin dall’inizio ero palesemente una cliente finta. Mancanza fatale: le riviste gossippare. O le riviste in genere. Insomma qualsiasi cosa che aiuti il cliente a sopravvivere all’inedia da parrucchiere. Sapevatelo #4
E poi, la questione della sedia. Invece di prudenti movimenti a destra o sinistra, ho subito roteazioni continue sull’asse del mio fondoschiena che manco quando avevo 4 anni. Unica attenuante: se il parrucchiere ti fa sedere su un oggetto che si chiama sedia girevole, effettivamente, è consentito un certo margine di abuso del potere centrifugo della poltroncina. Sapevatelo #5.

La storia finisce bene. Alla fine, la principessa Chioma è stata salvata dal Principe Titolare che in 10 minuti ha risolto taglio, piega e colore.

P.s. – Il morale della favola è quindi: parrucchiere texano si, stagisti parrucchieri texani no.

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