Houston Chronicles #63

E’ 10 giorni che ho in canna questa piccola verità da (quasi) ex broadcaster. E dopo il profluvio di link Obamiani e Trumpiani che scorre inesauribile su tutti i Social, innescando repliche infinite dei discorsi di Michelle, Melania, Hilary, Donald e Bill beh, ve la siete meritata. Siete pronti? Bene. Le convention sono spettacoli televisivi: talk show senza conduttori. Vanno in onda in prima serata sul principale canale televisivo con sigla ad hoc, grafiche ad hoc, pause e spazi pubblicitari precisi, insomma, una vita televisiva autonoma a beneficio esclusivo dello Dio spettacolo e non dei convegnisti.
Ok, non è una grande rivelazione ma io sono rimasta colpita. Colpita anche perchè è stato davvero (sono seria) divertente guardare la politica in tivvù. Roba da pop corn insomma. E in un angolo molto (molto) nascosto dentro di me mi sono sentita vagamente a disagio nei confronti di questa massima, assoluta (per quanto onesta) spettacolarizzazione.

Non che in Italia ci abbiano abituato a lezioni di alta morale in questo senso. No. Eppure anche in quello sgangherato Paese da cui provengo io, alcuni aspetti del dibattito politico rimangono (curiosamente) esterni ai meccanismi più palesi (leggi esagerati) della spettacolarizzazione. Mi spiego meglio: i mass media possono decidere di seguire in diretta il convegno del partito Y per 24 ore di seguito, possono cibarsi delle dichiarazioni del politico X per settimane, possono banchettare per anni su personaggi, interviste ed epic fail e possono (lo fanno certamente) accordarsi per coperture ed esposizioni mediatiche compiacenti, ma alla fine della storia un convegno è un convegno e una trasmissione televisiva è una trasmissione televisiva. Ognuna risponde a logiche indipendenti, partendo molto banalmente dagli orari in cui si svolgono, per arrivare alla regia o alla scelta delle inquadrature.

Quindi la scena “rimanete-con-noi-dopo-la-pubblicità-arriva-Michelle” (e ovviamente è arrivata dopo 3, dico 3 pause pubblicitarie) non mi è andata giù. Neppure l’effetto sonoro di vetri infranti durante il discorso di Hillary. E le lacrime finte, la commozione fasulla, la retorica assordante, le falsità. Ma tutto molto bello eh: divertente come uno spettacolo teatrale, dosato, con quei colori che sembrava XFactor, musicato al punto giusto. L’avessero proiettato al cinema così com’era non avrei fatto una piega.

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