De Italica nequitia

Sono rimasta sinceramente colpita dall’ondata di vivo e vibrante amore patrio generato dalle mie piccole avventure americane. Era partito come un tentativo di raccontare il Texas in modo ironico, informale ma informato (perchè prima di scrivere mi sono sempre documentata) nella utopica speranza di generare curiosità e quindi stimolare un confronto.

Non richiesto, è vero. Ma nell’anarchia di Facebook ognuno occupa la propria bacheca come meglio crede.

Sono sempre stata attenta ad un certo equilibrio in quello che ho narrato, infrangendolo solo laddove le differenze culturali tra America e Italia rimanevano inconciliabili per motivi storici, geografici o sociologici.

Ho la presunzione di dire che non ho mai giudicato il Paese che mi ha ospitato, nonostante resti distante dai valori con cui sono cresciuta, limitandomi a stupirmi di quello che vivevo, a volte con un sorriso, a volte con una smorfia di dolore.
Dall’altra parte della tastiera ho invece, mi pare, soprattutto rispolverato l’orgoglio italiano sepolto in molti dei miei amici digitali che, solitamente solerti nel nel criticare l’Italia in tutto e per tutto (seguendo il ben noto sport nazionale della lamentatio extrema), leggendo i miei piccoli reportage si sono riscoperti innamorati convinti del Bel Paese, confermandolo come il migliore dei mondi possibili.

Nella quotidiana lotta tra civiltà scatenata nei commenti di Facebook dai miei chronicles gli Stati Uniti escono spesso con le ossa rotte.

Forse se lo meritano, forse no.

Anche in questo caso evito un giudizio che non ho mai cercato.

Mi stupisce solo – ma probabilmente è dovuto alla mia incapacità – di aver risvegliato solo a fatica qualcosa di più costruttivo di una polemica. Di un “siamo meglio noi”, “sono peggio loro”.

Utopisticamente mi sarebbe piaciuto che più spesso altre voci si aggiungessero alla mia con esempi diversi, prove di tolleranza intellettuale o spiegazioni che andassero oltre, appunto, un giudizio.

Paradossalmente, lo dico solo ora, i primi a leggere le mie note e a sostenermi sono stati proprio i miei parenti acquisiti texani. Chi fra loro non è stato in grado di leggerle in italiano se le è fatti tradurre, si è divertito, probabilmente a volte un po’ risentito, a volte si è stupito che la propria normalità americana fosse motivo di stupore italiano. Eppure hanno continuato a leggere e, stoici, hanno accettato di essere messi in discussione ritenendolo perfino naturale.

Per coerenza mi piacerebbe sapere cosa scriverebbe un americano in un ipotetico Italian Chronicles, di quali aspetti della nostra cultura potrebbe stupirsi, indignarsi, sorridere. Mi piacerebbe ancora di più vedere se i convinti detrattori dell’America riuscirebbero ad usare lo stesso veleno verso se stessi (nonostante il nostro Paese non abbia certo bisogno di ulteriori masochismi). 

Non è detto che non ci provi io, a leggere l’Italia per loro.

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