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Houston Chronicles #13

13Se vero Texas deve essere, che sia assolutamente country. Voglio ranch, cavalli, fuoco e stelle.

Fuori da Austin e dalla sua periferia, la statale 290 si apre ad una dimensione bucolica, fatta di praterie, colline, ruscelli, distese di querce e noci. Una semplice strada a due corsie è il sentiero verso il mosaico scenografico della Hill Country, prossima tappa della mia piccolavacation.

La piccola Toscana del Texas, potrebbe essere definita. Infatti se, nella vostra vita, avete viaggiato abbastanza (e avete uno spirito d’osservazione onesto), già sapete che di Toscane, nel mondo, ce ne sono tante. Quella del Texas, da un punto di vista naturalistico, non fa eccezione. Ha tutti i numeri per giocarsela alla pari eccetto, purtroppo, il cibo e il vino ma si sa, noi italiani siamo condannati all’eterna insoddisfazione quando si tratta di bere o mangiare fuori dai confini nazionali.

Tra i primi insediamenti “non nativi” in quest’area (una volta patteggiata con gli indiani Comanche una tregua, l’unica realmente mantenuta nella storia del Nord America) ci furono quelli degli immigrati tedeschi che comprarono terre a vista d’occhio. Si dice che qui fino agli anni ’70 si parlasse comunemente tedesco, che le strade avessero nomi teutonici e che si mangiassero crauti e non mashed potatoes. Al centro di questo piccolo mondo antico e tedesco c’era e c’è ancora la cittadina di Fredericksburg, pittoresca in stile western ma con birra tedesca al posto dell’onnipresente Bud Light. Tra finte botteghine, steak house e il mito di John Wayne, tocca evidenziare che anche qui, purtroppo il gusto della chincaglieria turistica regna sovrano.

13aMa è a qualche miglia di distanza, fuori, nell’aperta prateria, in mezzo al silenzio più assoluto che la Hill Country dimostra di essere, al momento, il segreto più ben conservato del Texas. Saranno forse le sue colline, i suoi orizzonti sterminati, l’elegante dolcezza della natura, il vento, il sole, la terra, non lo so. Ma finalmente, in questo luogo, l’America mostra se stessa. Come è, come doveva essere. Bella, rigogliosa, profumata, silenziosa, incontaminata, abitata da foreste di pecan, fiori di campo, eserciti di cavallette, capre, cervi, puzzole, armadilli, falchi e colibrì (tutti rigorosamente avvistati con urla di giubilo). Se questa è l’essenza emozionale del Texas, a me piace.

Anche se contraddice apertamente i tre grandi miti texani: il cotone, le vacche e il petrolio. Il quarto mito, lo aggiungo io, è il fast food. Tutti elementi assenti, rimpiazzati da piccole cittadine rurali, poco più che villaggi, animati da qualche pick-up e qualche vaccaro gentile.

Il primo a richiamare l’attenzione sulle potenzialità della Hill Country fu il Presidente Lyndon Johnson che nella Hill Country era nato (a Stonewall) e dove tenne sempre il suo ranch – la casa Bianca del Texas – nel cui giardino è ora sepolto, assieme alla moglie. Chiamatelo scemo.

A proposito di ranch, la mia piccola esperienza ranchera si è realizzata al Monarc Ranch di Fredericksburg, reggia (già compianta) per un paio di notti: un piccolo cottage arredato come una bomboniera country ma tecnologica. Cuscini cuciti a mano e wi-fi a manetta, marmellate fatte in casa ma super tv satellitare (ahhhh non immaginate quanto mi sia sfogata a vedere la tv di Serie A!!!), silenzio e privacy ma mega jacuzzi con luci stroboscopiche in giardino. L’unico elemento a turbare l’equilibrio perfetto sono stata io, o meglio, la mia non abitudine alla Natura, quella vera: tutti gli insetti del mondo, ragni velenosi, cavallette che si infilano ovunque, ecc. E mi sono domandata da quanti anni non mi perdevo in un posto così. Il Texas ci ha poi messo del suo, per farmi dispetto, due notti stellate da togliere il respiro e la via lattea dritta sopra la mia testa.

Il sogno americano esiste, quindi. Io l’ho trovato. Anche se era in un luogo e non in un’idea. Un luogo inaspettato, solitario, struggente.

Houston Chronicles #8

8Prima o poi l’avrei scritto, si. Houston è cicciona. Ciccionissima. L’obesità è una realtà che ti colpisce dritto allo stomaco per la sua frequenza. Moli gigantesche riempiono gli occhi ed è difficile, me ne vergogno ma è così, non mettersi a fissare stupiti chi ti sta attorno. Secondo l’ultimo rapporto di “Trust for America’s Health” (2012) il Texas è salito al 10° posto tra gli Stati più obesi d’America. In particolare, la percentuale di adulti obesi in Texas è del 30,4%, vale a dire quasi il doppio di 15 anni fa.  Se andasse avanti così, nel 2030 gli obesi sarebbero il 57,2% della popolazione. Dicono che questa epidemia abbia un costo e che questo costo sia, in primis, sanitario – in media 50 miliardi di dollari all’anno -, in secundis, economico con una perdita di produttività che attualmente è di 390 miliardi di dollari all’anno ma potrebbe superare di molto i 500. Da questo conto sono escluse tutte le malattie correlate all’obesità, come diabete, patologie cardiovascolari e alcune tipologie di tumori.

Ma ingrassare fino a morire è un’attività che ha i suoi lati positivi, infinitamente positivi, per alcune realtà, come le multinazionali dei fast food, delle bibite zuccherate e del cibo ultra-processato. In maniera minore, a cascata, una popolazione cicciona conviene anche ai supermercati, ai centri commerciali e a tutti quei soggetti che, sulle malattie degli altri, fanno i soldi. Per chi avesse visto il pluripremiato “Supersize me” o avesse letto “Fast Food Nation”, saprebbe di cosa sto parlando.
8aIn USA ci sono 264 tipi diversi di catene di fast food. La loro diffusione sul territorio federale fa sì che ci siano 7,52 fast food ogni 100mila abitanti. Un numero di oltre sette volte superiore, in media, a qualsiasi altro Paese. Sono aperti 24 ore su 24 e vendono cibo a buon mercato spesso in generose porzioni da consumare in loco, a casa, in macchina, ovunque. La tipologia di cibo offerta è pressochè globale: dalla pizza all’involtino primavera, dall’hamburger all’insalata, dal pad thai al gazpacho. Non è difficile ingrassare, e molto, se ci si distrae, ricorrendo magari a questo tipo di cibo, anche solo una volta alla settimana. Purtroppo gli americani consumano almeno 4 pasti a settimana dentro un fast food. Nei bambini questo numero sale a 7. E del resto qui si viene continuamente e pesantemente invogliati a cedere al cibo-spazzatura. Il fast food è ovunque, dentro i supermercati, nelle scuole, in qualsiasi stazione (laddove esistono i mezzi pubblici), in farmacia, dentro il portafoglio e dietro casa. Credetemi bisogna proprio decidere consapevolmente di ignorarli per non averci a che fare. E non tutti hanno la forza culturale ed economica per farlo. Forse non l’avrei nemmeno io. In 40 giorni ho ceduto 3 volte. Quante sarebbero state in 35 anni?

8cVivere in una nazione XXXXL significa poi, alleggerendo i toni, imbattersi in incontri come questo qui sopra. Oppure imparare che la tua 44 italiana qui è una XS altrimenti, all’estremo opposto, le 4XL diventerebbero 6XL. Oppure imparare a fare lo slalom tra gli scooter elettrici, quelli riservati a persone con disabilità, che ogni grande catena di supermercati mette a disposizione all’ingresso. Finora non ho mai visto disabili (o anziani) sopra a quegli scooter.

Dicono che questa epidemia abbia un costo, sì. Eppure a me sembra una grande, intoccabile manna dal cielo. Una enorme miniera d’oro costruita sulla carne a sulla salute di milioni di cittadini.

Houston Chronicles #2

2In una ipotetica gara tra le Nazioni più portate a valorizzare i propri tesori, gli Stati Uniti vincerebbero il premio “creatività”. 
L’altro giorno ero all’isola di Galveston (Texas del sud), una piccola (americanamente parlando, quindi italianamente enorme) cittadina portuale che giace sul lato sbagliato del Golfo del Messico. Immaginatevi un mix tra l’imponenza industriale di Porto Marghera – quando il petrolchimico era vivo – e lo squallore di Piombino. Ora aggiungetevi l’acqua fangosa di Sottomarina ma al posto dello iodio, la puzza di un orinatoio. Distribuite qua e là, assolutamente a caso, delle palme,  e dei fast food che promettono crostacei freschissimi. Immaginatevi, insomma, quale bellezza.
Ebbene, la creatività americana è riuscita a trovare una via promozionale che supera il dato trascurabile di non aver nulla di bello da promuovere.
L’esempio è attraccato al Pier 19 del porto e si chiama Ocean Star Offshore Drilling Rig & Museum ed è una piattaforma petrolifera dismessa della Exxon (Esso in Italia) trasformata in un museo della perforazione.
Inutile dire come, all’interno, tre interi piani di pannelli luminosi ricordino l’utilità della perforatura petrolifera, la sua rimarchevole storia, la sua smisurata ed innegabile utilità in termini ambientali ed ecologici. Una hall of fame riporta i ritratti di tutti gli ingegneri che l’hanno gestita negli ultimi 40 anni, alcuni pulsanti innescano interviste video a vari dipendenti di altre piattaforme petrolifere della Exxon sparse per il mondo che spiegano come è bello lavorare sei mesi dentro ad una piattaforma in mezzo all’oceano, altri pulsanti riproducono i rassicuranti suoni dei vari allarmi che possono scattare quando si è confinati distanti da ogni cosa: fuga di gas, incendio, tsunami, allarme generale.
Nell’immancabile gift shop vendono deliziosi, piccoli bariletti di petrolio in plastica morbida antistress, fermacarte di cristallo a forma di petroliera, libri, cianfrusaglie texane.
Insomma, se mai nella vita vi capitasse di passere per Galveston avrete di che stupirvi. Io sinceramente l’ho fatto e ho pagato 8 dollari per questo, dandomi in parte una risposta sul perchè le compagnie petrolifere siano ricche.  2a

Comunque una cosa veramente bella Galveston ce l’ha: sono i suoi bellissimi pellicani, creature di una eleganza commuovente che hanno accompagnato quasi ogni mio passo dentro e fuori la petroliera. Osservarli da vicino, anzi, vicinissimo e ammirarne la grandezza, il becco, le ali, il volo, la siesta in perenne equilibrio su piloni o rocce è il passatempo più istruttivo, divertente e inconsapevole che questa città possa offrire. Ed è gratis.