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Intermezzo

 

Due modi ci sono per non soffrire.
Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più.
Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio.

Italo Calvino

May the odds be ever in your favour

angry_mockingjay_by_bertmel-d53thwuSi l’avete riconosciuta. E’ proprio lei, la frase che accompagna ogni “tributo” agli “hunger games”. Stanno tutti aspettando il terzo episodio cinematografico della serie, mentre io sto leggendo il libro “Mockingjay”. Devo dire che la serie mi ha ispirato un’angoscia ancestrale. Una sorta di “1984” ma un po’ più perverso e infinitamente meno profondo, oltre che scritto peggio. Lo so, tutte le ragazzine mi odieranno adesso.

Non posso dire di non essermi divertita nella lettura, quindi la mia stroncatura vale solo metà, tuttavia devo ancora metter a fuoco bene questo senso di strano disgusto che questi tre libri mi hanno suscitato. Forse l’abilità della scrittrice sta proprio nel generare emozioni contrastanti, raramente positive. Ma al contrario di “Le ventre de Paris” (altro libro che devo ancora capire e che mi ha fatto ribrezzo), non credo che Suzanne Collins, l’autrice della saga degli Hunger Games, avesse esattamente intenzione di dipingere realisticamente vizi e virtù della società odierna.

Si salvano i film, in verità. Bella regia, bei personaggi, realizzati bene, credibili. Uno dei rari casi in cui la trasposizione cinematografica aggiunge senso alle parole scritte.

Venezia-Cattaro andata e ritorno

IMG_3788Praticamente di fronte al Gargano, dall’altra parte dell’Adriatico, poco più su di Tirana e poco più giù di Sarajevo, esiste il paesino di Kotor (che si pronuncia “cotòr”, zac!, come un colpo di karate).

Kotor oggi è Montenegro ma fino a 220 anni fa si chiamava Cattaro ed era una città veneziana. Le evidenze di questa eredità sono ovunque: nelle mura che circondano il centro storico, sulle quali spicca un enorme leone alato; nell’architettura delle casupole di pietra.

Il mio lavoro mi porta spesso a viaggiare in luoghi non esattamente in cima alla lista delle conoscenze. E’ una condizione benedetta perchè non c’è nulla di più destabilizzante – e quindi stimolante – di toccare con mano una bellezza di cui riconosci i codici ma che ti resta estranea nei luoghi. Cattaro è proprio questo. E’ Venezia ma allo stesso tempo non lo è.

C’è poi un’altra cosa che ho imparato ad apprezzare nel tempo: scoprire che l’Italia non è il più bel paese del mondo. Io ci credevo all’inizio, eh. Ero assolutamente certa di essere nata nel “più bel Paese del mondo” (e in parte ne sono tuttora convinta) ma viaggiare, esplorare, conoscere, uscire dai confini ha ridimensionato sensibilmente questo dogma. Il mondo è pieno di bellezza, di posti strepitosi, strani, diversi, affascinanti, indimenticabili e che non hanno nomi italiani. Questa certezza non svilisce la bellezza del mio Paese, rende – anzi – più profonda la voglia di imparare dalle bellezze altrui.

Barbie(turica)

Rivendico la mia “barbietudine” senza vergogna alcuna. Ma con una precisazione. Alzi la mano chi non ce ne ha avuta almeno una, nella vita. Anche di quelle tarocche, che erano di plastica vuota e che dopo due giorni avevano perso metà scalpo e al posto delle tette avevano un cratere rientrante. Ammettiamolo, le Barbie(s) hanno posseduto almeno un giorno della nostra infanzia da femmine. Anche se, una volta cresciuta, un certo pensiero post femminista mi ha invitato a scorgere nel simbolo della bamboletta bionda e perfetta il modello della disumanizzazione del mio genere sessuale e l’invito implicito ad un futuro fatto di poco più che un parrucchiere e una estetista, io alla Barbie ho voluto un po’ bene.

Non che il pensiero di classificare con precisione il ruolo giocato dalla Barbie nella mia infanzia femminile anni ’80 sia il primo pensiero del giorno, no. Ci pensavo proprio oggi, perchè ho finito di leggere “La versione di Barbie”, un libro intelligente ed ironico di una donna – un’artista – che seguo dai tempi (televisivamente nostalgici) della Tv delle Ragazze, Alessandra Faiella.

Io da piccola (ma anche adesso) preferivo i robot e le spade. E batman. E i Lego. E correre fino a star male. E a carnevale mi vestivo da strega e non da principessa. Però c’era sempre una Barbie addormentata sullo scaffale che mi aspettava. Come oggi esiste sempre un vezzo femminile, anche di bassissima lega, che riequilibra una giornata da guerriera ninja, colorandola un po’ di rosa.

Però non si smette mai di combattere. Mai. Ed a mio avviso Barbie, con quella faccia lì, non ha mai combattuto tanto. Ed è per questo che non sono proprio Barbie. Ma una Barbieturica. Perchè non tutte le bambole sono innocue.