BarbieTurico del giorno

Dietro le pagine di cronaca

Un mondo che crolla fa rumore. E non è un modo di dire.

Suo marito è morto neanche tre ore prima, soffocato da una nuvola di ammoniaca. Partito da casa per andare a lavorare come ogni giorno, questa sera non tornerà. Lei lo ha capito mentre era a pochi passi da me, accompagnata dai Carabinieri oltre il nastro rosso messo per contenere l’esercito di giornalisti interessati all’evento. Tra questi, io. Ha gridato così forte che il suono si è propagato attraverso i campi di mais che ci circondavano. Un suono rauco e disperato. Il suono di un’animale ferito a morte. Come un diapason l’ho sentito risuonare dentro, da qualche parte. E mi sono vergognata di stare lì, a scrutare quell’anima messa a nudo dal dolore, di fronte a tanti estranei. Non credo sia davvero questo il mio lavoro. Non c’è nessuna notizia da leggere nel dolore nudo, nella disperazione. Eppure è proprio a persone come me, che fanno il mio lavoro, che capita di raccogliere questi momenti così intimi, assoluti, personali. Momenti e spazi che dovrebbero essere privati.

Con mio lavoro ho visto di tutto, cadaveri, parti di cadaveri, feriti, ammalati, armi, guerra, droga, tafferugli, insomma, il Male. Eppure non c’è abitudine alla sofferenza di un tuo simile, almeno per me. Oggi è una giornata triste, quindi. Non per chi se n’è andato, ma per chi resta.

#PerChi?

Allora. Quando mangio si suppone che nessuno debba rompermi le balle. Ora si dà il caso che da circa due settimane a questa parte ogni volta che apro il vasetto di yogurt venga investita da messaggi particolarmente ambiziosi stampati dietro la pellicola di alluminio che sigilla il barattolino. Credono di lanciare dei gran messaggi, la verità è che donano banalità gratuita. L’ultimo in ordine di tempo mi consiglia di “guardarmi più allo specchio e meno sulle riviste”.

Ma benedetto copy CheSeiStatoCostrettoAdInventartiFrasiDaLobotomizzate, mi spieghi il profondo significato di questo suggerimento? Meglio che mi faccia un’idea delle reali condizioni del mio fondoschiena invece di sognare di avercelo come quell’acciuga rinsecchita e drogata di Kate Moss? E poi tu o dai per scontato che io abbia un culo enorme, o che legga riviste di moda o equipollenti come regola di vita. E invece guarda caso leggo tutt’altro, e sono ben felice di specchiarmi in quel che leggo e perdermi in nozioni giusto un filo più elevate delle tette e dei culi di chi è nato con un DNA migliore del mio (beate loro). E per dirla tutta, oltre ad avere un sedere niente male, a casa mia ho solo uno specchio, per giunta piccolino, che mi rimanda giusto l’immagine della parte del corpo sopra le mie tette, partendo dal cuore: la parte migliore di me. Ma non per quello che c’è fuori. Ma pretendere che l’aperto invito a guardarsi dentro giunga da un vasetto di yogurt non è realistico. Capisco.

#PerChi? #PerLeBarbieMaNonPerLeBarbieturiche : aggiornatevi.

Una bella storia (digitale)

Sto per addormentarmi di fronte al portatile.
E’ un dopo pranzo difficile.
Pling.
Messaggio privato su FB.
Straniera digitale: “Ciao, sei per caso parente del dr XX Salmaso?”
IO: si … sono sua figlia tu chi sei?
Straniera digitale: “Sono Leda, mi hai chiesto l’amicizia.
IO:  scusa ma uso FB per lavoro (sono una giornalista) e mi capita di chiedere amicizie un po’ qua e un po’ là.
Straniera digitale: “Ti conoscevo già prima che nascessi, in pancia a tua mamma. Un giorno di bazar alla scuola arrivò tuo padre con un magnifico mazzo di fiori di pesco per tua mamma, era da poco rimasta incinta.”
Così anche mio padre è stato innamorato e gentile. Scopro da un’estranea che, quando era più giovane andava a scuola dove insegnava mia mamma solo per farle romantiche sorprese. Che tenerezza.
Straniera digitale: “ah va bene, ma ti ricordi di me? come sta tua mamma? quanti anni hai? tuo fratello? nn ricordo come si chiama.”
Una scarica elettrica in zona cervicale. E ricordo immagini sepolte nella memoria. Di una cucina e di una gabbietta con dentro delle macchie gialle.
IO: allora… mi stai facendo partire un flash nel cervello…. Io mi ricordo che da piccola, ma ero proprio piccola, avevo due canarini, Mike e Leda. E mi ricordo che il canarino femmina, Leda, l’ho chiamato così perchè mi ricordava una collega di mia mamma…. forse eri tu. Io ormai ho 37 anni. Sono sposata e vivo tra l’Italia e gli Stati Uniti. Ma non ho fratelli.
Straniera digitale alias Leda: “abito a XX, faccio volontariato, troppo, mi occupo anche di diritti delle persone con varie associazioni. Te lo ricordi “il baffo”, quello che faceva il gioco dei tappi?”
IO:  mmmm no non me lo ricordo proprio
No, decisamente non ricordo. 
Leda: “era XX, il papà di Marco, mio figlio, per tuo fratello ricordo male. Ho tenuto ospite estivo un tuo gatto, tua mamma mi regalò un bellissimo tappetino di montagna.”
Ecco, ci siamo. Non ho nulla contro i gatti, ma la mia vita è stata accompagnata dai cani. E mia madre non regalerebbe tappetini di montagna nemmeno nascesse due volte.
IO: mmmmm scusa ma sorrido. Ho come l’impressione che stiamo sbagliando persona… Ma è una cosa simpatica. Io non ho mai avuto gatti
Leda: “Era un gatto che dovettero allontanare perché non so chi aveva un’allergia ai gatti. Ma tuo papà non è il medico che ha lavorato a XXX?
IO:  ahahahahahah no!!! mio padre non è un medico anche se viene chiamato Dr. XX Salmaso.
Leda: “si chiama con lo stesso nome del dottore. Bè, adesso ci conosciamo.”
IO: caspita, tutto collimava. La scuola di mia madre, il titolo di mio padre… e io avevo davvero un canarina che ho chiamato Leda in onore ad una collega di mia mamma. Che storia, mi hai regalato un sorriso.
Leda:  “anche tu a me, un sorriso, Leda…come la tua canarina, piace anche a me cantare”.
Clic.
Ciao Leda.
Anche FB regala belle storie. Digitali.

Buona vita

Detesto questa espressione. Francamente non ne ho mai capito appieno il significato. Cos’è una buona vita? Come si fa ad augurare ad una persona che da qual momento in poi abbia una buona vita? Al massimo, direi, buona giornata. Anche buona settimana può andare. Già il mese mi sembra un periodo di tempo eccessivamente lungo per prevedere positività e bontà. Ma la vita, l’intera vita, a me sa tanto da augurio sproporzionato. Li identifico subito quelli che mi salutano dicendo “buona vita”. Sono segnati. Hanno lo stigma del saluto buonista. Un po’ più di pragmatismo, grazie. E se davvero ci tenete a come proseguirà la mia vita, abbracciatemi. Saprò capire.