BarbieTurico del giorno

Odio Richard Bach

E voi odierete me per questo titolo. Ma qualcuno doveva pur dirlo.

Il gabbiano Johnathan? Lento.  Gli altri 3 libri  Bacchettiani (no, non ce la facevo a reggerne di più) che ho osato leggere? I manuali di self-helping sono più profondi. Insomma avete capito, Richard Bach non è decisamente il mio scrittore preferito. Eppure da quando ho incrociato la frase che vedete campeggiare qui sopra faccio fatica a pensare ad altro.

Se è vero che tendiamo ad esprimere meglio quello che più interroga il nostro essere, allora mi domando di cosa scrivo in questo Blog, che non a caso ho chiamato con un termine decisamente irrisolto e disturbato.

50 shades of taste

64-shades-of-grey--1--has-small-black-ron-brown Mi ero consapevolmente persa, tre anni fa, il (dis)piacere di leggere la Trilogia porcella di 50 shades of…. Quell’estate, la visione di un intero stabilimento balneare romagnolo in ostaggio di sbavanti mono-lettrici seriali mi aveva inibito l’acquisto dei tomi peccaminosi. Ho recuperato questo fine settimana e ora so. Quello. Che. Ho. Perso.  (ok, questa è una citazione coltissima che solo le vere sottomesse potranno cogliere).

Non ho perso proprio nulla, che sia chiaro. Tranne il mio week-end, ma tanto fuori pioveva. Non serve il mio parere a confermare che eravamo (e siamo) di fronte ad un’operazione ben congegnata di marketing editoriale per tre libri dimenticabili, scritti male, debolmente peccaminosi per non dire perbenisti.

Detto questo, credo che il fenomeno di “Cinquanta sfumature di grigio/nero/rosso” non meriti la crociata di civiltà che sta ricevendo. La scientificità con cui tante donne (femministe, intellettuali, chiamatele come volete) si stanno accanendo contro questi libretti è sospetta e anche un po’ snob, permettetemelo.  Lo scrivo perchè di “Cinquanta sfumature di grigio” è pieno il mercato editoriale. Ne è pieno in modo seriale da oltre 100 anni. Non a caso esiste una fetta dell’editoria che si chiama “narrativa femminile”, comprata da milioni di donne ogni giorno senza che tante fanatiche redstockers muoiano fulminate per questo. Quindi, o si tratta di una crociata contro la letteratura rosa/femminile o per piacere abbassiamo gli scudi e freniamo l’indignazione. In Italia ogni anno la Mondadori sforna oltre 600 Harmony – il simbolo dei romanzi rosa – con una media di oltre 50 al mese. Per usare ancora un po’ di matematica: 2 al giorno.

Il plot è collaudato, sempre uguale a se stesso in ogni libro e, guarda caso, è lo stesso canovaccio di “50 shades… “: lei quasi sempre una bellissima verginella (inesperta ma con carattere!), lui uno stallone miliardario bellissimo e arrogante. Si incontrano, si sfidano, si scopano e poi si amano. E vissero tutti felici e contenti. Se assomiglia vagamente alla nostra vituperata trilogia è perchè… è sempre lei. Questi libri sono costruiti così da sempre. L’unica differenza è il numero delle pagine, il nome dei protagonisti e, ogni tanto, l’età. Le scene di sesso sono descritte sempre nello stesso modo (e si fanno sempre le stesse cose, fidatevi), vengono usati gli stessi aggettivi e le stesse metafore. Non c’è sesso in più: ci sono pagine in più. Identiche sono le caratterizzazioni psicologiche dei personaggi (ok, questa era hard, lo ammetto), i loro dubbi, le loro speranze. Si vestono perfino sempre allo stesso modo. E’ lo stesso romanzo che viene riscritto da 100 anni. Che però, evidentemente, a qualcuno piace, rilassa, gratifica.

greyscale-259x300E voi vi lamentate solo ora? State ancora lì a strapparvi il reggiseno per i coniugi Grey? Che poi alla fine si sposano, hanno dei figli e ogni tanto si sculacciano ancora: proprio dei gran porconi, non c’è che dire. Cambiate battaglia, suvvia. Mi sembrate quelli che 15 anni fa si bruciavano le vesti contro Harry Potter, colpevole di rincoglionire i bambini a colpi di grifoni e hocus pocus, salvo poi benedire la serie letteraria del maghetto perchè meritevole, 15 anni dopo, di aver portato sulla strada della lettura sterminate fasce di bambini.

Io, nella mia vita, ho letto di tutto, dalla Gazzetta dello Sport al Mein Kampf, dalle istruzioni del condizionatore alla serie Urania, da Dostojevsky a Fabio Volo, da Oriana Fallaci a Murakami, da Novella 2000 all’Internazionale, Catullo come Pamuk, Stieg Larsson e Calvino, inchieste, romanzi, poesie, manuali, ecc. E nel mucchio ci sono anche gli Harmony, ovvero i “50 shades” diviso 50. Lettura episodica, con limiti macroscopici, ma di cui non mi vergogno affatto, anzi, almeno ha fornito elementi per giudicare e classificare ulteriori fenomeni letterari.

Com’è che era… “ogni volta che Fabio Volo scrive, da qualche parte un libro si suicida”? Vogliamo dire lo stesso di E.L James? No poverina, è già cozza di suo, l’avete vista? Piuttosto stringiamo caldamente la mano ai suoi editor.

E, a meno che non siate la reincarnazione di Virginia Woolf,  lasciate scrivere (gli uni) e lasciate leggere (gli altri)! Chi siamo noi per giudicare cosa debba piacere o meno? Atomi di conoscenza arrivano anche attraverso queste letture. Altri generi di letture, nel caso, ci ri-educheranno ad etichettarle e circoscriverle ad una frivola esperienza letteraria. L’importante è evitare che queste sfumature restino le uniche del nostro panorama letterario, questo sì. Per il resto, lasciamo che ognuna di noi, leggendo, viva le sue “50 shades of taste“, le sue innumerevoli sfumature di gusto personale. Tutto serve, nella vita, anche per costruire questo famoso “buon gusto” letterario di cui oggi ci si riempie la bocca.

In fin dei conti mio marito si rilassa di fronte ad una cosa del tutto incomprensibile che si chiama Champions’ League. Che non è un libro, ma se non è questione di gusti quello…

Sono partito con un albero di limoni

Vuoi vedere la mia collezione?”. Dicon tutti così, intendendo altro. Lui invece diceva sul serio. E’ cominciata così, con un invito a dir poco strano su Facebook, la mia amicizia digitale con Graziano Arici, fotografo da quasi 40 anni, specializzato nella documentazione degli eventi culturali di Venezia e testimone vivente di tutto ciò che è passato in laguna, da Paul Newman alle pecore sezionate di Damien Hirst. Il suo impressionante curriculum comprende ben oltre ed è difficile sintetizzarlo. Quello che della sua Venezia non ha potuto fotografare per motivi biografici l’ha acquistato nel corso degli anni, arrivando a creare un archivio di 900.000 foto che vanno dal 1947 ad oggi: un patrimonio visivo incommensurabile, una memoria iconografica di una città, della sua gente e di quello che in termini di bellezza ha rappresentato – e continua a rappresentare – nel mondo. Graziano però non abita a Venezia. Non più per lo meno. Fatto curioso per chi possiede virtualmente l’immagine della città. E’ emigrato ad Arles, in Provenza, circa un anno fa. Alla tenera età di 65 anni, potrebbe essere definito un cervello in fuga. I giornali locali del Veneto ne hanno parlato ma nessuno ha più scritto la fine di questa storia, che in realtà è appena cominciata. Lo raggiungo via skype qualche mattina fa.

arici 2Graziano, come mai Arles? 

Ho comprato una casa ad Arles 13 anni fa perché ho sempre amato il Sud della Francia. L’ho viaggiata in lungo e in largo, subendone il fascino e, pur sapendo che Arles è una delle capitali europee della fotografia, quando è stato il momento di cambiare la mia vita non era certo quello il motivo che me l’ha fatta scegliere. Semplicemente mi piaceva.

Mi racconti i motivi personali e professionali di una scelta così radicale?

C’è stato un momento in cui mi sono reso conto che a Venezia non avevo più spazio. Non in termini di soldi e lavoro (nonostante la crisi mordesse) ma proprio come artista. La situazione era – ed è – culturalmente morta, spenta. Questo giudizio potrebbe essere allargato a tutta l’Italia ma Venezia è certamente un emblema, perché tutto il mondo la vede come capitale della cultura invece non è che un piccolo capoluogo di provincia dove, un paio di volte all’anno vengono portate, da fuori, mostre ed artisti. Ma la verità è che non ha una sua vita autentica, culturale. Lo dico dall’alto di una carriera da fotografo e osservatore privilegiato della cultura cittadina per oltre 40 anni (ndr. Graziano è stato il fotografo ufficiale del Teatro La Fenice): c’è stato un momento in cui attorno a me vedevo il nulla. Mi pareva di perdere tempo. E allora mi sono detto, qui occorre un reborn.

Un reborn alla tenera età di…?

65 anni. Quindi fresco come una rosa. Tenendo presente che a Venezia avevo un nome, un ruolo, un curriculum, un passato. Pochi mesi prima di andarmene sono stato inserito come socio all’interno dell’Ateneo Veneto. Mollare tutto per venire ad Arles dove conoscevo solo la panettiera a 7 metri da casa mia è stato un rischio. Voleva dire mollare tutto per un’incognita. I soldi, erano quelli che avevo in banca, suppongo né più ne meno di tanti altri. E’ stata un’esperienza che mi ha cambiato la vita.

Paura?

Sicuramente. Per me è stata una scelta dura. Sono partito con poco: con la mia collezione e con il mio albero di limoni. Mi sono portato dietro armi, bagagli e il cuore. Tutti i miei amici pensavano fossi pazzo, che scherzassi. Anche gli stessi giornali, pensavano che la mia partenza fosse una provocazione. Quando mi hanno visto preparare davvero gli scatoloni e partire, per molta gente è stato uno choc. Un po’ per invidia: quando torno a Venezia tutti, ma proprio tutti mi dicono “beato te, perché hai fatto la scelta giusta”. Non incontro nessuno che mi dica “che bene che sto qui”.

Uno dei motivi che ti ha fatto partire è stata l’impossibilità di trovare una collocazione o un progetto di valorizzazione per la tua collezione. La stampa ne ha parlato molto.

Schermata 2014-10-20 alle 16.39.33Teniamo presente che in Italia non hanno mai cagato il mio archivio. E ti prego di non cambiare il verbo che ho scelto. Nè i critici, né gli esperti si sono mai interessati a quello che avevo in mano. Riguardo alle istituzioni, tante sono state le proposte, dalla soprintendenza all’archivio di stato, anche molte Fondazioni, ma nessuna di queste aveva i mezzi o le idee per poterne fare qualcosa di serio. Mi sono fatto l’idea che a Venezia ero scomodo. Perché io possiedo la memoria visiva di quella città. Un patrimonio enorme, che è diventato ingombrante. Il fatto che io me ne sia andato ha eliminato il problema alla radice. Il mio archivio consta di oltre 850.000 immagini, per la maggior parte digitalizzate, i cui supporti sono fino alla fine degli anni novanta negativi, diapositive, stampe e in seguito file digitali. Di queste fotografie, circa 600.000 sono state scattate da me, dal 1979 in poi, e riguardano personaggi (scrittori, artisti, attori, produttori, cantanti, politici) che sono passati per Venezia ed eventi culturali, politici, di costume italiani, ma anche di altri paesi. Le altre 250.000 immagini sono state da me cercate e raccolte nel corso di tutta la mia vita, grazie ad acquisti e acquisizioni, dopo lunghe ricerche, con faticosi accordi, presso gli archivi di agenzie fotografiche, di fotografi privati, soprattutto veneti, in decenni in cui i depositi e i magazzini di fotografie, soprattutto di laboratori, agenzie, società privati venivano buttati o dispersi o dimenticati. L’unica mostra davvero imponente a cui il mio archivio ha partecipato fornendo il 40% del materiale esposto è stata una mostra sulla foto del XIX secolo ospitata all’Ateneo Veneto dove non hanno neppure inserito le didascalie con la provenienza delle foto esibite. Sono arrivato ad un punto paradossale in cui non potevo più muovermi: da un lato ero troppo identificato con la mia collezione, e nessuno voleva rischiare progetti artisticamente distanti da quella, dall’altro la collezione non era nelle condizioni di essere minimamente valorizzata. Mi sono sentito una mummia, incastrato in un ruolo da cui non potevo uscire.

Cosa hai trovato invece ad Arles?

arici 1Qui ad Arles la mia collezione è vista come una grazia del Signore! Da marzo 2013, data in cui mi sono trasferito, ho fatto già 6 mostre: 3 di queste me le hanno addirittura pagate (fatto assolutamente anomalo in Italia) e l’Ecole Normale Supérieure di Lione me ne ha già commissionate altre 3. Il mio archivio è stato oggetto di una tesi di dottorato e infine ho pubblicato anche un libro. Parte di questa vivacità va anche spiegata descrivendo la vita culturale di Arles, che si avvia a diventare la realtà culturale di riferimento nel Sud della Francia. Intanto qui ha sede una famosa Università di Fotografia, in fase di forte espansione. Negli ultimi anni inoltre hanno aperto (o stanno programmando di aprire) una Fondazione Van Gogh, che sarà anche uno spazio di arte contemporanea e un polo culturale-artistico finanziato dalla Fondazione Luma, ricavato dal recupero di aree ex industriali ormai dismesse a causa della crisi (che ha colpito duro anche qui, non nascondiamolo). Il prossimo luglio farò anche una mostra, all’interno dei “Rencontre de la photo” in cui per la prima volta mostrerò i miei progetti personali, non solo le foto del mio archivio. Ad Arles posso esprimermi anche come fotografo, non solo come collezionista. Cosa che ho sempre fatto anche a Venezia ma nessuno mi ha mai dato spazio. Per esempio mi occupo di ricerca: sono lavori diversi, sperimento campi nuovi, strumenti nuovi. Oggi per esempio mi è arrivata una macchina nuova, la Olga, tutta in plastica. Quindi provo, mi diverto. Vedo che sono cambiato molto: questo confronto con la realtà e con l’attualità mi ha tolto dalla depressione che permea l’Italia in questi campi e quindi sono più vitale, stimolato e stimolante.

Rimpianti?

Zero. Mi dispiace per gli amici e per le persone che ho lasciato a Venezia. Ma altrettanto francamente dico che chi è rimasto lì mi fa pena. 

Facciamoci un Toast

E’ nata così. Spulciando qua e là sulla Rete. No era Facebook. Vabbè. Navigavo, ok? Ho visto una vignetta: c’era un tostapane che diceva ad un toast “entrami dentro”. E mi ha folgorato sul colpo. Audace. Aveva stile. Ho così scoperto Toastzine, un magazine di illustrazione e fumetto. Autoprodotto, nostrano, fresco e decisamente folle, con la sua esistenza sfida la ben nota legge n°1 dell’editoria (“l’editoria non paga, paga tu l’editore”). Ho pensato meritasse un approfondimento. Clic dopo clic sono arrivata a scoprire chi cucinava questi toast. La mia stramaledetta inclinazione a fare la giornalista mi ha obbligato a fare qualche domanda di troppo e alla fine è scattata l’intervista. A distanza, lo ammetto. Ma da Barbieturica perversa tenere un filo di mistero su questa insolita realtà creativa mi ha dato più piacere della conoscenza completa. Ho scoperto un po’ di cose, per esempio che sono tutte donne e che oltre al fegato usano bene altri organi come cervello, cuore, mani e… fossi in voi continuerei a leggere.

Come nasce Toastzine e perchè? Toast nasce prima di tutto da un’amicizia fatta di passioni condivise. Ci siamo tutte conosciute lavorando come volontarie per il Radar Festival di Padova, un ambiente che di per sé ha un occhio di riguardo per le realtà indipendenti musicali. Condividiamo lo stesso background e un forte debole per le autoproduzioni, di cui amiamo l’etica e lo spirito di lavoro, come abbiamo scritto in Toast #1. Sara in particolare è da sempre appassionata di arti visive (in particolare di illustrazione e fumetto) e da tempo voleva proporci di fare qualcosa assieme. Poi ha letto Il Potere Sovversivo Della Carta (a cura di Sara Pavan), un libro dedicato proprio alle autoproduzioni a noi contemporanee. Quel libro le ha trasmesso tanta carica e voglia di fare, così un pomeriggio ci ha chiamato a raccolta per esporci e proporci il progetto che le frullava in testa da tempo. L’idea piaceva a tutte e abbiamo subito accettato! Da allora (era aprile) ci siamo sempre incontrate una volta a settimana per pensare a come dare forma a questo progetto. Abbiamo deciso il nome davanti a svariati bicchieri di vino – volevamo un nome che fosse semplice e suonasse bene, non troppo intellettuale e soprattutto autoironico – e poi abbiamo deciso come impostarlo.

10155521_502043866565598_2100143540364724667_nCome è organizzato? Siamo una redazione abbastanza eterogenea, ma i nostri ruoli si intrecciano e nessuna fa solo una cosa o un’altra. I testi generalmente li scrivono Sara e Chiara (la nostra copywriter che con pazienza segue i social), la parte grafica la impostiamo tutte assieme ma poi nel concreto viene sviluppata soprattutto da Alice e Isabella. Oltre a queste cose c’è veramente tanto da fare: scegliere gli artisti, scrivere le mail con le istruzioni, dare le scadenze, raccogliere il materiale…e via dicendo. Un lavorone che facciamo tutte assieme!

Come vanno vita e denari? Toast è nato per passione, quindi ciò che riguarda il guadagno personale per noi è del tutto secondario. E’ una cosa che ci piace che ci diverte fare, naturalmente ha dei costi che però cerchiamo sempre di mantenere all’altezza delle nostre possibilità. Senz’altro vogliamo farci conoscere da sempre più persone e creare una rete di contatti umani che arricchisca sia noi che i ragazzi che vogliamo mettere in risalto. L’idea è quella di creare ad ogni numero un prodotto che sia anche un bell’oggetto da possedere: per noi Toast è anche terreno di sperimentazioni, quindi cerchiamo man mano di pensare a nuove forme e dettagli che tengano alta la qualità di quello che facciamo.

Dove volete arrivare.? Abbiamo scelto fin dall’inizio di rendere Toast una vetrina per artisti che ci piacciono, quindi il meno autoreferenziale possibile. Per ogni numero scegliamo un tema e chiediamo ad un tot di artisti di disegnare per noi. Ci piace l’idea che Toast sia un qualcosa che prende vita grazie a più mani, quelle nostre che lo confezioniamo e quelle di chi ci offre la sua arte. E magari se da ogni numero nascono nuove collaborazioni, nuove reti di relazioni…beh allora ci sentiremo davvero realizzate. Ovviamente il tutto fatto cercando sempre di migliorare e di lavorare al meglio delle nostre potenzialità. Per l’uscita di ogni numero organizziamo una festa in cui avviene la prima distribuzione. Poi portiamo il nostro Toast ai banchetti di festivalini e festivaloni, divertendoci un sacco e conoscendo tante belle persone. Vi aspettiamo alla prossima festa!

Non spegnete la luna

Di tutto mi sarei aspettata da questa serata indivanata tranne che lasciarmi intrigare dal profilo Facebook dei Fichi d’India. Sì, loro, il duo comico degli “ahararara”. Mai piaciuti veramente. Mai disprezzati. Attraverso i binari insondabili dei “bit” sono arrivata al loro profilo, ricordandomi tra la nebbia dell’indifferenza che il più anziano del duo, l’anno scorso, aveva avuto un grave problema di salute.

Da qual giorno – era il 17 gennaio 2013, ho controllato – Massimiliano, l’alter ego professionale di Bruno (colpito da aneurisma cerebrale, scopro) anima quasi quotidianamente la pagina con pensieri, foto, ricordi di una tenerezza assoluta. Sono tutte frasi dedicate al suo “gemello”, così lo chiama, che è steso in un letto di ospedale. Non è un’operazione di social marketing, si capisce: è un po’ sguaiata, spesso inelegante, gronda dolore da tutte le parti ma è così vera che in una dimensione di falsità, come quella di FB, brilla come una stella. A Bruno vengono raccontati gli spettacoli che Massimiliano è costretto a fare senza di lui (il comico è ripartito con uno show che si chiama “parzialmente fico”); gli vengono mostrate le foto dei fan, i disegni che la figlia fa per lui e in molte occasioni è anche fotografato dall’ex collega, mentre fa le terapie, mentre tenta di sorridere, mentre viene dolcemente torturato dall’amico, che gli fa indossare enormi occhialoni da clown o cose del genere. In tutto questo susseguirsi di post si capisce che Bruno fa il possibile, ma non sta ancora bene, non parla, dice “ciao” e “buonanotte”. Non si muove senza sedia a rotelle. Rimane un uomo malato. L’aneurisma è un everest da scalare. Ma le parole dell’amico sono instancabili sherpa, perfino estenuanti. Andate a leggerle, a me hanno commosso nella loro insistita purezza. Un bel storytelling di amicizia vera.

“Buona notte discreto amico muto”, lo saluta quasi ogni sera Massimiliano. “E non spegnere la luna”.