Monthly Archives: agosto 2016

Houston Chronicles #65

Questo è un altro di quei post che piacciono tanto agli uomini. Ma noi ragazze siam fatte così, su, non lamentatevi troppo.
Cominciamo.
L’avrete già letto da qualche parte o “visto” in qualche serie tv: in USA non ci sono le estetiste ma i Nail Bar.
Con un nome del genere, potrebbero sembrare dei paradisi: Campi Elisi in cui sbevazzi, te la conti e nel frattempo qualcuno ti rifà le unghie. Un po’ alla Sex & The City, insomma.

Ecco: la verità è molto meno romantica. I Nail Bar sono negozi organizzati con una fila seriale di poltrone in cui si siedono le signore e in cui il trattamento estetico viene condiviso – questo, sì, in pieno “bar style” – non solo con le vicine di poltrona (il durone del vicino è sempre più verde, si sa) ma anche con ignari passanti causa mega-vetrine praticamente costanti.
E qui si scontrano le differenze culturali. Cioè, un conto è se si va in gruppo, in modo che i peli estirpati sotto il tuo naso se non sono proprio i tuoi, almeno sono quelli di tua sorella o della tua migliore amica; in tutti gli altri casi preferisco che gli scarti del mio corpo (ma soprattutto di quello altrui!), siano essi unghie, pelle morta o bulbi piliferi, vengano consumati nel segreto di una cabina separata dall’universo mondo. Men che meno se, seduta sullo stesso posto, bevo e mangio. Perchè effettivamente quasi tutti i Nail Bar ospitano, come si può vagamente supporre dal nome, anche un piccolo bar sul cui bancone chi di dovere appoggia (una a fianco all’altra, per la vostra gioia) lima, tronchesino, acetone e la coca cola che avete ordinato.
Se a questo aggiungiamo il fatto che l’arredamento dei Nail Bar, almeno in Texas, concorre a pari merito con l’interno di una soap opera anni ’80, capite che i Nail Bar non sono i miei posti preferiti.

Detto questo, ci sono interessanti lati positivi. Uno è che le poltrone di questi negozi, almeno in Texas, non assomigliano per niente a quelle stitiche poltroncine di design modellate su sederi asfittici che si trovano in Italia ma sono davvero poltrone! Everything is bigger in Texas! Ricordiamolo sempre. L’altro è che effettivamente le estetiste americane – per il 90% di origine asiatica – sanno davvero il fatto loro in materia di nail art e in genere sono brave, veloci e creative. I prezzi sono paragonabili ai medesimi trattamenti italiani ma ricordatevi che, negli Stati Uniti, dovete dare la mancia a chi si occupa personalmente di voi. Mai abbandonare un Nail Bar senza lasciare almeno 5 dollari a chi vi ha rifatto le unghie. Oltre ad aver pagato il conto, si capisce.

Schermata 2016-08-01 alle 17.07.46Se vi capita l’urgenza di rifarvi le unghie mentre siete negli USA, entrate in un Nail Bar. Sono tra le attività commerciali più diffuse assieme ai fast food quindi difficilmente potrete evitarli. Almeno avrete qualcosa da raccontare quando tornate a casa sfoggiando le vostre unghiette stile USA, come quelle qui a fianco.

Houston Chronicles #64

Ci sono abitudini dure a morire. Vuoi la tradizione, vuoi il pregiudizio (umano), vuoi che – come in questo caso – c’è di mezzo il tuo corpo.
Io per esempio non mi sono mai fidata, da quando abito in USA, del parrucchiere texano.
Si, stiamo per sviscerare argomenti di peso. Gli uomini possono cliccare subito altrove, grazie. Le donne possono continuare a leggere ma solo se si adeguano al livello (entrante) da barbieturica estiva. No radical chic, no intellettuali da spiaggia, no perditempo.

Dunque, dicevamo, i capelli.
Viste le chiome che girano qui in Texas il timore è ben riposto. La moda delle cofane scorre forte in questa terra. E poi, ammettiamolo, eleganza non è esattamente l’aggettivo che rappresenta meglio gli Houstoniani anche se qualcuno potrebbe obiettare che non fa rima neppure con la sottoscritta (e avrebbe ragione). Insomma, il parrucchiere era un’esperienza di vita che mi mancava. Fino all’altra mattina. Il parrucchiere qui di fianco aveva bisogno di una modella (leggi “cavia”) a cui tagliare i capelli (leggi “su cui impratichire la shampista”). Vabbè: era gratis, non avevo altro da fare. E poi i capelli al limite ricrescono, no?
Il primo ostacolo è stato spiegare che tipo di taglio avevo in mente consapevole che non saprei neppure come descriverlo in italiano. Alla fine ci siamo arrivati. A gesti, tipo Pictionary. In America lo shatush si chiama balayage. Questa informazione mi è costata un pezzo di dignità, per cortesia fatene tesoro. Sapevatelo #1.
Poi c’è stato l’imbarazzante momento in cui ho scoperto che, salvo richiesta specifica, qui i capelli te li tagliano a secco. Ho finto un attacco di confusione linguistica e mi sono seduta sul lavatoio. Al che me li hanno dovuti lavare, i capelli. Ma con poca passione. Sapevatelo #2.
Poi è cominciato il divertimento. Perchè, giusto per favorire, la stagista ha dovuto rifarmi per 3 volte la riga in mezzo alla chioma considerato la ben nota difficoltà dell’operazione. Portatevi un righello da casa e contribuite alla ricerca. Sapevatelo #3.
L’ora che è seguita è stata da grossa grossa grisi, per citare chi so io, ma voglio credere che sia stato il frutto della gratuità della seduta e del fatto che fin dall’inizio ero palesemente una cliente finta. Mancanza fatale: le riviste gossippare. O le riviste in genere. Insomma qualsiasi cosa che aiuti il cliente a sopravvivere all’inedia da parrucchiere. Sapevatelo #4
E poi, la questione della sedia. Invece di prudenti movimenti a destra o sinistra, ho subito roteazioni continue sull’asse del mio fondoschiena che manco quando avevo 4 anni. Unica attenuante: se il parrucchiere ti fa sedere su un oggetto che si chiama sedia girevole, effettivamente, è consentito un certo margine di abuso del potere centrifugo della poltroncina. Sapevatelo #5.

La storia finisce bene. Alla fine, la principessa Chioma è stata salvata dal Principe Titolare che in 10 minuti ha risolto taglio, piega e colore.

P.s. – Il morale della favola è quindi: parrucchiere texano si, stagisti parrucchieri texani no.

Houston Chronicles #63

E’ 10 giorni che ho in canna questa piccola verità da (quasi) ex broadcaster. E dopo il profluvio di link Obamiani e Trumpiani che scorre inesauribile su tutti i Social, innescando repliche infinite dei discorsi di Michelle, Melania, Hilary, Donald e Bill beh, ve la siete meritata. Siete pronti? Bene. Le convention sono spettacoli televisivi: talk show senza conduttori. Vanno in onda in prima serata sul principale canale televisivo con sigla ad hoc, grafiche ad hoc, pause e spazi pubblicitari precisi, insomma, una vita televisiva autonoma a beneficio esclusivo dello Dio spettacolo e non dei convegnisti.
Ok, non è una grande rivelazione ma io sono rimasta colpita. Colpita anche perchè è stato davvero (sono seria) divertente guardare la politica in tivvù. Roba da pop corn insomma. E in un angolo molto (molto) nascosto dentro di me mi sono sentita vagamente a disagio nei confronti di questa massima, assoluta (per quanto onesta) spettacolarizzazione.

Non che in Italia ci abbiano abituato a lezioni di alta morale in questo senso. No. Eppure anche in quello sgangherato Paese da cui provengo io, alcuni aspetti del dibattito politico rimangono (curiosamente) esterni ai meccanismi più palesi (leggi esagerati) della spettacolarizzazione. Mi spiego meglio: i mass media possono decidere di seguire in diretta il convegno del partito Y per 24 ore di seguito, possono cibarsi delle dichiarazioni del politico X per settimane, possono banchettare per anni su personaggi, interviste ed epic fail e possono (lo fanno certamente) accordarsi per coperture ed esposizioni mediatiche compiacenti, ma alla fine della storia un convegno è un convegno e una trasmissione televisiva è una trasmissione televisiva. Ognuna risponde a logiche indipendenti, partendo molto banalmente dagli orari in cui si svolgono, per arrivare alla regia o alla scelta delle inquadrature.

Quindi la scena “rimanete-con-noi-dopo-la-pubblicità-arriva-Michelle” (e ovviamente è arrivata dopo 3, dico 3 pause pubblicitarie) non mi è andata giù. Neppure l’effetto sonoro di vetri infranti durante il discorso di Hillary. E le lacrime finte, la commozione fasulla, la retorica assordante, le falsità. Ma tutto molto bello eh: divertente come uno spettacolo teatrale, dosato, con quei colori che sembrava XFactor, musicato al punto giusto. L’avessero proiettato al cinema così com’era non avrei fatto una piega.