Monthly Archives: luglio 2016

Houston Chronicles #62

Seriously?! E’ una settimana che mi tocca subire servizi televisivi sui luoghi più “caldi” per giocare a Pokemon Go e francamente non ho l’età per capire di cosa cacchio stiamo parlando. Come giornalista sono consapevole dell’argomento, come marketing strategist ne ammiro la genialità, come essere umano senziente la mia comprensione scende notevolmente di livello. Comunque sia, con tutti i problemi che ha l’America in questa settimana, oggi hanno trovato il tempo di mettere in prima pagina la mappa degli spot urbani in cui, chi vuole, può combattere Pikachu e compagnia.

C’è da ammetterlo, li hanno piazzati proprio bene questi mostrini tascabili tanto che, almeno qui a Houston, là dove ha fallito la promozione turistica, stanno riuscendo i Pokemon. Fuori dai monumenti simbolo della città – Rotko Chapel, Menhil Collection e NASA – ci sono circa 4 palestre ed oltre 30 Pokestops con, si vocifera, addirittura un Mew o Mewtwo. Fuori da Galleria, il centro commerciale più grande del Texas, a downtown Houston, sono stati avvistati Haunters, Porygons, Fearows, Jigglypuff. Il Museum District sta ancora facendo la cernita delle apparizioni mostricole, mentre si tratterebbe di solo Pokeomn marini o acquicoli (o vattelapesca) quelli schierati nelle zone del Kemah Boardwalk, verso Galveston.

Per sintetizzare con eleganza: io non ci ho capito niente ma Houston sembra essere piena di mostri leggendari.
Cliccate qui sotto se state pianificando in viaggio verso H City (anche) per “acchiapparli tutti“!

MAPPA DEI POKEMON HOUSTONIANI

p.s. per immergermi meglio in questo post mi sono scaricata il gioco. Purtroppo mi ha creato dipendenza. Quindi abiuro quanto scritto nel paragrafo uno. Non scaricatelo, è troppo stupido ma troppo bello!

 

Houston Chronicles #61

Trasforma gli sconosciuti in vicini di casa. E’ questa la filosofia del trappolone della giornata.
Vi spiego: recentemente ho cambiato casa (o sarebbe meglio dire community). Mentre il massimo sforzo della passata amministrazione condominiale era infilare un bigliettino sotto la porta per promuovere una lotteria di gruppo, adesso è tutto un fiorire di messaggi, messaggini, gruppi di interesse e social media. Ancora una volta non posso che constatare che questo Paese senza Internet o Social Media vive poco. In pratica ad ogni condomino viene chiesto di iscriversi (non è obbligatorio) a questo portale che si chiama “Active Building”, che è esattamente un mini-facebook fatto e finito. Al posto del tuo indirizzo mail hai il numero dell’appartamento assegnato e così via.

Ad ogni log in il sistema ti ricorda il suo mantra, ovvero “make those stranger next door neighbors” (trasforma lo sconosciuto della porta accanto nel tuo vicino di casa). 1E devo dire che gli animatori del social – principalmente gli stessi dipendenti dell’amministrazione – ce la mettono tutta pur di stimolare dialoghi e occasioni di incontro ma, ammettiamolo, a nessuno frega una beata fava di socializzare veramente. Di per sè l’esperimento sarebbe anche interessante: rovesciare la prassi e generare rapporti umani da una piattaforma virtuale. E’ il principio che sta alla base di molte social street nate anche in Italia: dalla Rete alla rete, passando per un clic. E così che ogni giorno, il mio secondo, terzo, ennesimo avatar è bombardato dai disperati messaggi della versione americanizzata e digitale dell’amministratore di condominio che mi averte di un pomeriggio letterario qua, una serata al cinema dillà, un gruppo di jogging alle 20, un gruppo di fanatici delle ricette alle 17, guardate-che-bella-piscina-che-abbiamo-anche-dopo-mezzanotte e così via. Le risposte dei condomini, almeno di quelli che si degnano di interagire sul social, sono un’incoerente, disarmante spasso: raccogliete la cacca dei cani, portate via l’immondizia fuori dal mio appartamento, ridatemi la password dei wi-fi, aiuto ho perso le chiavi e così via.
Insomma un bel gruppetto di persone amanti della compagnia, via!

Comunque: giovedì sperimento il primo evento comunitario. La notifica sul cellulare mi dice che stenderanno un bel lenzuolo in piscina e proietteranno Ghostbusters versione originale. Pizza, coca cola e pop corn offerti. Su 240 condomini siamo in 10. Vi saprò dire. Seratona, eh. Seratona.

Houston Chronicles #60

Ovvero “di aeromobili, fusi orari e affini”.
Essere una commuter transatlantica richiede impegno e dedizione. E anche un po’ di metodo. Vivendo tra il Veneto e il Texas e dovendo affrontare voli transoceanici con la frequenza di un appuntamento dal parrucchiere (non è vero, chiunque mi conosca sa che dal parrucchiere ci vado una volta all’anno e purtroppo si nota) diventa fondamentale pianificare i viaggi, conoscere le tariffe aeree, le assicurazioni di viaggio e saper fare la valigia a comando. Ma soprattutto significa sviluppare una personalità doppia per adattarsi al continente di turno.

Duplicatevi. Si si. Avete letto bene: coltivate un’altra voi. Essere coerenti? Sopravvalutato. Cambiate pelle durante il trasbordo, in aereo. Fate sì che il passaggio sopra l’Oceano sia la vostra kryptonite. Da Giulia a Julia e viceversa a seconda del continente d’approdo, quando da Venezia parto per Houston io non cambio solo la lingua in cui mi esprimo, mi trasformo senza troppi rimpianti. Del resto la me stessa italiana ha abitudini, orari e dimensioni esistenziali non replicabili in Texas esattamente come la me stessa di Houston non potrebbe conciliarsi con Padova. Da una parte dell’Oceano c’è una giornata in jeans e T-shirt che comincia con cornetto e cappuccino, dall’altra parte c’è il mio amato smoothie alla banana con hot pants e occhiali da sole. Da una parte ci sono dollari, consumismo e parcheggi infiniti, dall’altra di sono euro, spritz e le code in autostrada. Fate anche voi come me: sconnettetevi. E’ l’unica soluzione per rimanere sani. Unica controindicazione: ogni tanto capita di svegliarsi e non ricordarsi in quale continente si è andati a dormire la sera prima.

Digitalizzatevi. E’ una leggenda metropolitana che ogni viaggio vada pianificato al dettaglio. Io parto sempre un po’ a caso, sarà che quando distribuivano le capacità organizzative io evidentemente ero in fila per la pizza. Mi è capitato sia di organizzarmi con mesi di anticipo, sia di fare armi e bagagli la sera prima senza un’apprezzabile differenza in termini di vantaggi o svantaggi. La mia unica guida è il contenuto del portafoglio. E ovviamente un po’ d’esperienza. I biglietti aerei per il Texas sono relativamente costosi se paragonati ad altrettante tratte atlantiche – dai 450 ai 650 euro per un biglietto A/R – ma attenzione, l’affarone vale solo se si acquistano dall’Italia agli USA. Il viaggio al contrario, anche con la stessa compagnia, costa più del doppio.  Air France, Lufthansa e KLM sono le compagnie che uso di solito, con una spiccata preferenza per quest’ultima. Fondamentale inoltre scegliere i periodi giusti: da metà giugno a metà settembre, per esempio, le tariffe aumentano a dismisura e possono tranquillamente raddoppiare per cui, se potete scegliere, meglio evitare quelle date. Per monitorare periodi e prezzi uso invece il servizio “alert” di Skyscanner che, al momento, non mi ha mai tradito. Ma se avete consigli, sono qui a leggerli. Certo, per tutto questo è necessario essere digitalizzati.

Assicuratevi. Non vi azzardate ad arrivare in USA senza un’assicurazione sanitaria. Come ho già raccontato qui, se vi capita qualcosa potrebbero decidere anche di non curarvi e, nel caso si prendano cura di voi, vi costerebbe davvero tanto. Per un paio di viaggi negli States ho usato Columbus: davvero economico ma si è dimostrato eccessivamente burocratico e zelante al momento del rimborso e ho dovuto aspettare 6 mesi per rivedere i miei soldi. Sono quindi passata ad Allianz e al momento non ho avuto motivo di ripensamento. Ad ogni modo, qualsiasi sia la compagnia che sceglierete il consiglio è di aumentare il massimale al miglior compromesso possibile con il vostro portafoglio dal momento che, al di fuori dell’Italia e negli Stati Uniti in particolare, la salute è un lusso costosissimo.

Bi-valigiatevi. Ripetete con me: “il bagaglio a mano è il mio migliore amico”. Non sprecate mai l’occasione di infilare uno spazzolino usa e getta, un paio di mutante, un paio di calzetti e una t-shirt arrotolata nel proverbiale buco che si può sempre trovare nelle tasche del bagaglio a mano. I contrattempi di viaggio vi ringrazieranno. Per la traversata oceanica ricordatevi invece un maglione: in aereo fa sempre freddo. Aggiungete una penna al vostro corredo perchè in aereo vi chiederanno di compilare il modulo per la dogana: il modulo ve lo danno ma la penna no e non vorrete vagare mezzi addormentati nei corridoi dell’aereo con la fiatella stagnante  alla ricerca disperata di qualcuno che vi presti qualcosa con cui scrivere.

Houston Chronicles #59

Estate texana numero tre. Quando i cieli infiniti (e spietati) che mi sovrastano ogni giorno cominciano a diventare routine, allora significa che, da visitatrice di lungo corso sono ormai diventata una quasi-residente. E i filtri con cui analizzi quello che ti sta attorno cominciano a cambiare. O quantomeno ad intasarsi di quel pulviscolo che potremo chiamare “realtà”. E allora ti sembra non valga la pena raccontare nulla. Perchè ormai è normale. Eppure, a distanza di tre anni, parlando ancora con i miei amici italiani (ecco vedete, gli italiani cominciano ad essere gli “altri”, segnale pericoloso) scopro che la mia vita texana parallela continua ad incuriosire. E allora leggetemi. Da oggi in poi.