Monthly Archives: aprile 2015

Houston Chronicles #49

Al volante del mio quasi-SUV decisamente troppo europeo, come una formica ho scandagliato le 23 miglia che separano casa mia da Houston downtown. Un esperimento lungo circa 25 minuti. Ecco la fauna meccanica che ho trovato attorno a me.

In memoriam della tenera Tiguan. Sic. Riposa in pace.

Houston Chronicles #43

Dura la vita per gli adolescenti americani. Al Dollar Tree, ovvero nella versione americana dei negozi “Tutto ad un euro”, si trovano test per scoprire se si è fatto uso di droghe leggere. Il costo, un dollaro. Sistemati ordinatamente di fianco ai test per la gravidanza, ben si accompagnano a questi ultimi nel rappresentare le due grandi piaghe dei teen-agers texani: la droga e il sesso.

La marijuana rimane la droga più diffusa tra i giovani texani. Nell’ultima indagine reperibile (2012) del Texas Department of State Health Services si legge che un 26, 2% dei ragazzi dai 13 ai 17 anni fa uso di erba in modo costante e continuativo. Esiste una percentuale minima (1,7%) anche di dopers in età da scuola elementare.

Il sesso è un’altra questione. Gli Stati Uniti hanno il più alto tasso di gravidanze adolescenziali tra tutti i Paesi dell’Occidente industrializzato. Per intenderci: in Italia sono il 17 /1000, negli USA sono 50/1000.

babrieturica.itAnche se dal 1991, annus horribilis per le gravidanze indesiderate in Texas, il tasso di maternità sotto i 19 anni è diminuito del 48%, il  Texas resta il quinto stato con la percentuale più elevata di nascite precoci, dopo Arkansas, Mississippi, Oklahoma e New Mexico. Nel 2013 41 bambini su 1000 sono nati da genitori liceali. C’è un “di più”: in Texas c’è il più altro tasso di nascite ripetute tra gli under 19, tanto che non è raro trovare madri 19enni di 4 figli. Il costo sociale di questo fenomeno è di circa 1.1 miliardi di dollari all’anno perchè le teenage mums quasi sempre abbandonano la scuola, chiedono un sussidio sociale e generano figli che a loro volta sono più portati a ripetere lo stesso comportamento creando un circuito vizioso difficile da controllare.

Come sempre le analisi sulle cause di queste condotte si sprecano. Sicuramente sono molteplici, come multiforme è la società americana. A me ha colpito la seguente. In Texas i distretti scolastici hanno completa autonomia in tema di educazione sessuale ma la raccomandazione è di puntare il messaggio sull’astinenza. Questo comporta uno slogan educativo pressochè univoco sul sesso: non fatelo. Assenti indicazioni sulle malattie sessuali, su eventuali cure o trattamenti, nessuna informazione su luoghi a cui rivolgersi, sul ruolo dei medici, dei consultori o di eventuali medicine. L’astinenza non è presentata come un’opzione alla contraccezione, è l’unica soluzione. Non solo: le eventuali (sottolineo, eventuali) lezioni di educazione sessuale devono parlare di sesso nel rispetto dell’età e della sensibilità degli studenti ma non dell’accuratezza delle informazioni divulgate dal punto di vista medico o scientifico. Vale a dire: meglio parlare di api, impollinature e miele invece che di spermatozoi e vagine. Negli ultimi 3 anni, timidamente, qualche scuola sta aggiungendo nozioni sulla contraccezione ma, sostiene il Texas Freedom Network (un’organizzazione che si batte per un’informazione completa in tema di sessualità), “c’è ancora troppa gente che è convinta che parlare di sesso agli studenti li convinca a fare sesso“.

Houston Chronicles #48

Quando un’immagine dice tutto a noi giornalisti resta poco da chiosare. E quando, con un solo clic, si ha la fortuna di fotografare, in Texas, in un Centro Commerciale di nome “Portofino”, il triplice innesto della basilica napoletana di San Francesco di Paola con la fiorentina Santa Maria Novella e Palazzo Ducale a Venezia, bisogna veramente inchinarsi al Dio del giornalismo e rendere merito per tanta grazia.

image (27) Il risultato lo potete vedere qui sopra, una Piazza San Marco sui generis che ben condensa, nella sua impossibilità, l’ideale dell’italianità secondo gli Americani: un insieme incontrollato di bellezza tutti frutti, in fondo in fondo anche un po’ texana. Ecco quindi che, nella logica del melting pot che tutto inghiotte – anche le sfumature delle diverse culture che vorrebbe difendere – è perfettamente regolare che tra i fregi di questa piccola Venezia texana costruita in quel di Shenandoah (15 miglia a nord di Houston) spunti anche una bandiera della Stella Solitaria.

image (28)A poca distanza il Leone di San Marco regge con la zampa un libro aperto sul nulla, affiancato da Santi irriconoscibili e araldiche riprodotte un po’ a caso.

Sotto il colonnato la situazione si arricchisce di divinità personalizzate a seconda del negozio. Per esempio, l’entrata di Pet. Co., nota catena per a cura degli animali, le statue hanno fattezze canine (quelle feline ve le risparmio).image (26)

Tra bar, negozi di hobbistica, supermercati, erboristerie e abbigliamento, svettano serene colonne e deità varie che però, di quando in quando svelano la loro vera identità. Basta una sola crepa, un buco, una danno banale nella facciata di questo mondo irreale per dimostrarne la fragilità. A sostenerlo non ci sono materiali nobili o resistenti, come marmo, granito, una pietra di qualche tipo, ma solo un’anima di polistirolo. Un bellissimo, ancorchè strampalato castello di plastica.

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E pensare…

E pensare che se al posto di un nome come “Piazza San Marco” avessero scelto di sfruttare il nome della località in cui è stato costruito – Shenandoah – avrebbero avuto solo l’imbarazzo della scelta tra leggende e storie antiche locali, senza bisogno di prendere in prestito suggestioni straniere.

E pensare che il nome Shenandoah, è uno dei più importanti nella storia dei nativi americani anche se il suo significato è tuttora incerto. Per le tribù Delaware e Catawba significherebbe “Bella Figlia delle Stelle”, per gli Iroquesi è invece una valle della Virginia, passaggio tra Est e Ovest per generazioni di tribù, e ancora, per altre fonti “figlia dei cieli” o “grande prateria”. E pensare che Shenandoah ha ispirato una delle canzoni folk più famose della storia della musica americana. E pensare che per i soliti motivi sconosciuti l’erba del vicino è sempre più verde.

Houston Chronicles #47

Cari voyer eno-gastronomici questo post è tutto per voi. Ecco i junk food di questa settimana con, allegate, follie di altre categorie.

Quale preferite? Io propendo per gli incantesimi…

 

Houston Chronicles #45

“C’è un santuario annidato nelle profondità di una antica foresta. Un rifugio naturale di bellezza unica. Un luogo che promuove la famiglia, il lavoro e i rapporti di vicinanza. E’ nata come la prima comunità degli Stati Uniti progettata da professionisti e ora è una delle più belle. Noi la chiamano The Woodlands. Voi potete chiamarla casa.”
Signore e signori benvenuti nelle foreste di The Woodlands, un sogno chiamato America nei sobborghi settentrionali di Houston. Un luogo dove l’Uomo e la Natura si combinano in perfetta armonia in un contesto di lusso e comodità. Pensavate che Stepford, il paese delle mogli perfette, fosse figlio di una fantasia lontana? Nossignore.

L’idea di creare dal nulla una comunità ideale (e idealizzata) scorre potente nel sangue americano ed è diventata realtà a pochi km da casa mia. La magia è già nel nome – The Woodlands, ovvero le foreste – che è marchio registrato. Diremo noi in Italia, è un format. Come si compone questo format di città ideale?
Innanzi tutto con strade che hanno il nome di boschi, ruscelli, fiumi, alberi ed elementi della natura, giusto per fare atmosfera. E poi con una pianificazione urbana singolare, in cui sembra di vivere e viaggiare in una eterna foresta, dove gli edifici (qualsiasi edificio) rimangono nascosti alla vista del passante, costruiti profondamente all’interno di un bosco che sembra non abbandonare mai l’occhio. I caprioli vi attraversano la strada, gli scoiattoli vi sorridono, migliaia di uccelli cinguettano felici condividendo il loro ambiente con Lexus, Aston Martin, Maserati e così via. Nascosti tra abeti, querce e palme ci sono case miliardarie, centri commerciali di lusso, spa, ospedali, scuole di tutti i livelli, campus universitari, librerie, chiese, moschee, grattacieli direzionali, ristoranti (150), cinema e ogni ben di Dio si possa desiderare. Fiumi e laghi artificiali sono circondati da eleganti passeggiate con ponti, deliziosi tunnel nel verde e piccole spiagge. Praticamente una moderna Arcadia. O, per chi l’ha mai vista, la versione super vitaminizzata di Milano2.

A creare questo mondo comunitario in mezzo al nulla, circa 35 anni fa è stata una coppia di architetti americani seguaci di teorie ambientaliste e di pianificazione urbana in piena sostenibilità ambientale. Con una fideiussione di 50 milioni di dollari hanno generato questo nuovo mondo.

L’aspetto più clamoroso della vita in The-Woodlands-marchio-registrato-e-mi-raccomando-articolo-sempre-presente sono però i servizi. I residenti del paradiso hanno a disposizione a prezzi decisamente onesti tutto quello che, per fare un odioso ma necessario paragone, in Italia non esiste nè per motivi culturali nè per motivi di spazio. Non esiste passatempo, hobby, sport, interesse culturale che non possa essere perseguito e vissuto con comodità: a The Woodlands c’è semplicemente tutto. Come posso descrivervi il “tutto”? Come sarebbe la vostra vita quotidiana se a disposizione, nell’arco di 10 km dalla vostra abitazione avreste “tutto”, un “tutto” non gratis ma dai prezzi ragionevoli, comodo, pulito, bello, elegante, efficace ed efficiente? Palestre, piscine, campi da tennis, football, hockey, baseball, golf (7 campi da 18 buche per non sbagliare), piste ciclabili. E ancora canottaggio, corsa, arti marziali sotto gli alberi, laboratori artistici, di ceramica, audiovisivi, scientifici e linguistici. Scuole, ulteriori divertimenti e quartieri residenziali li ho già citati sopra. Le famiglie con bambini sono le vere principesse di questo paradiso: ogni servizio sembra essere stato creato a loro misura. Se mai esistono momenti in cui non rimpiango l’Italia, ecco, sono questi.

L’altro giorno, per vedere con i miei occhi mi sono intrufolata in uno dei molteplici Leisure Centre, dove si concentrano quasi tutte le attività offerte dalla municipalità di The Woodlands. Potete vedere i risultati nelle foto sottostanti.

Houston Chronicles #42

Questo è un post di avvertimento. Controllate sempre la merce che comprate nei supermercati degli States: la tentazione di vendervi roba scaduta da mesi (come potete notare nella foto) è sempre altissima. Non è raro trovare materiale passato a miglior vita da molte settimane. La scorsa settimana abbiamo riportato indietro la merce almeno 3 volte. C’è da dire che, in caso di protesta, la sostituzione è immediata. E anche il risarcimento, se scegliete questa opzione. Il business/diritto di sostituzione della merce negli USA è, per dirla in francese, una figata: qualsiasi oggetto di consumo può essere riportato al punto d’acquisto, anche dopo settimane, in qualsiasi condizione, non solo se scaduta o per vizio di costruzione ma anche se avete più semplicemente cambiato idea. Questa totale libertà genera fenomeni interessanti. Per esempio: virtualmente potete comprare una maglietta da 10 $, indossarla la sera per una cena e il giorno dopo riportargliela perchè avete cambiato idea per poi comprarne un’altra e fare la medesima cosa ogni giorno della vostra vita. Nei supermercati, soprattutto quelli più popolari, come Walmart, c’è spesso una lunga, lunghissima fila per il cambio merce. Merce spesso assolutamente intatta.

Interessante è scoprire cosa capita alla merce “resa”. La legge dice che non può più essere rivenduta nello stesso negozio. Quindi dove finisce? Una delle destinazioni privilegiate sono i negozi da un dollaro (cibo compreso). Altra via è il mercato estero. Oppure le organizzazioni caritatevoli.

Che il business del cibo scaduto sia un mercato da conoscere meglio lo si capisce anche da alcune iniziative, per la verità non ancora approdate in Texas. Come il “The Daily Table”, un negozio di alimentari del Massachusetts che vende esclusivamente prodotti scaduti ma ancora utilizzabili. Il negozio offrirebbe infatti alimenti nutrienti e non pericolosi per la salute umana a un prezzo calmierato.

Houston Chronicles #41

La prima cosa che ho fatto oggi è stata una colazione alla texana: uova sbattute, bacon e frutta fresca accompagnate da caffè nero bollente. Il tocco texano è stato un ottimo biscuit, che non è un biscotto ma una pagnottella salata e un po’ speziata servita con burro alla cannella. Calorie totali, credo, 15.000 ma non formalizziamoci su grassi o colesterolo altrimenti è finita. Per essere perfetta avrei dovuto aggiungere gli hash brown (patate alla julienne saltate in padella e ricompattate come una torta sbrisolona salata) ma, perdonate la debolezza, mi fanno schifo.

I miei posti preferiti per la colazione in quel di Houston sono le Waffle House, dove si servono giganteschi waffle, di forme improbabili a discrezione del cuoco di turno. Qui vanno molto a forma di Texas. Oppure le lussuriose IHOP-International House of Pancakes, che hanno appena aggiornato il logo del franchising e dove si mangiano pancake di ogni sorta. Ho già scritto in un precedente #houstonchronicles la mia predilezione per Shipley’s, il ciambellaro di Houston, l’unico posto in cui riprodurre con accettabile nostalgia una colazione all’italiana con caffè e ciambella (al forno!): se tagliate la ciambella in due sembra quasi una brioche. Ultimamente il mio posto preferito a Houston è The Breakfast Place perchè ha menù essenziali (le altre catene citate propongono combo gustose ma complicate come una sciarada orientale, non cimentatevi se non avete bevuto quattro litri di caffè) e personale simpatico. Per essere davvero didascalica dovrei citare anche Cracker Barrel che, tra tutti i luoghi in cui affrontare un breakfast all’americana, è di certo il più suggestivo (ambiente finto west, caminetto, sciroppo d’acero fresco servito caldo in bottiglie di vetro, gadget per bambini, burro a volontà, pancake al mirtillo spesse 2 cm…) ma anche il più caro.

Infine se volete fare gli uomini (e le donne) di mondo, il bar ideale – bar, concetto inesistente in Texas – è il negozietto dei distributori di carburante dove potete prepararvi da soli il caffè (all’americana!) che volete, scegliendo anche tra diverse tostature. Un’unica accortezza, mi raccomando, state attenti alle consuete guarnizioni da caffè (vaniglia, polvere di cacao, topping al cocco, ecc.): l’altro giorno per sbaglio ho preso senza accorgermene gli insaporitori dei vicini hot dog e mi sono fatta una tazza alla noce moscata e salsa barbeque.

Houston Chronicles #40

 

Vi state chiedendo se è tutto vero? La risposta è si: luci, musica (purtroppo non si sente molto) e tutto quello che vedete.

Il Texas è il paradiso dei PickUp. Ma anche delle macchine più pazze. Un esempio per tutti voi nel video qui sopra, girato col mio cellulare nel parcheggio appena fuori dalla palestra, in una sera qualsiasi. Ah… il pickup in questo caso aveva la capotta posteriore chiusa, ma credo valga lo stesso. Voi che ne dite?

Houston Chronicles #46

houstonchroniclesAnalogamente alla Dr. Pepper (di cui ho parlato qui), c’è una tasting experience che non può mancare se venite a trovarmi in Texas: assaggiare un kolache. Anche se di origine Ceca, il Kolache è l’essenza dello street food texano assieme a tacos e burritos. Un kolache è un paninetto, dolce o salato, generalmente servito appena sfornato. Ha le forme più disparate, quindi prima di capire cosa era effettivamente un kolache ci ho messo un po’ di tempo: è una brioche o un panino? piatta o tondeggiante? dolce o salato? Insomma una gran confusione. L’unica cosa certa è che, a differenza di altri street food texani, il kolache è la cosa più vicina all’idea di cibo sano che vi può capitare.

Dopo innumerevoli ma necessari sacrifici posso catalogare con sufficiente approssimazione due specie di kolache: quello appiattito – e allora la guarnizione è nella parte superiore – e quello imbottito – e allora il ripieno è cotto direttamente all’interno del pane.  Se si tratta di un kolache piatto, può assomigliare vagamente una una girandola glassata o ad una brioche alla panna cotta. Ottimo. Se si tratta di un kolache imbottito è a tutti gli effetti un panino con formaggio, prosciutto, oppure marmellata, nutella e così via.

Se vi capita di stancarvi delle untuose offerte dei fast food, il kolache è la risposta giusta. Gustoso, economico e portatore di livelli di colesterolo accettabili. Fosse nato a New York sarebbe un nuovo bagel, ma quella volta le comunità Ceche sono venute a coltivare il Texas, e quindi la fortuna di questo ottimo prodotto da forno è rimasto un po’ in sordina. Non nello stato della Stella Solitaria che dedica al panino diversi Festival. A Caldwell, “capitale texana del kolache”, c’è il più famoso (ogni seconda domenica di settembre). Altri festival a East Berbard, Crosby e Hallettsville, tutte località abbastanza vicine a Houston.

Houston Chronicles #44

La mia prima volta.
Oggi è successo.
Avevo rimandato questo momento da troppo tempo.
Ormai farlo era un dovere morale. Da oltre un anno frequento il Texas e non ne avevo mai avuto il coraggio.

img-crush-breakout-box-vintage-ad_110833612203Assieme al serpente a sonagli, all’armadillo, al cappello da cowboy e agli stivaloni, la Dr. Pepper è un simbolo di questa nazione. Un simbolo liquido, sottoforma di soda. La più antica soda degli Stati Uniti, come riporta il sito ufficiale, battendo la Coca Cola di ben 12 mesi (1885 vs. 1886). Le dinamiche della nascita di questa bevanda sono esattamente le stesse della sorella più famosa di Atlanta. Cambia la città d’origine, che nel caso di Dr. Pepper è Waco, Texas; identica invece la mitologica figura dell’inventore che, anche nel caso texano, è un giovane farmacista –  non il Dr Pembelton – ma un uomo di nome Charles Alderton che si divertiva a fare sciroppi per la tosse alternativi mescolando soda e aromi fruttati. Nessuno ha capito perchè alla fine il mix considerato migliore – quello ad un preponderante sapore di ciliegia – sia stato chiamato Dr. Pepper ma tant’è, così fu, narra la leggenda.

Praticamente sconosciuta in Italia (in Europa viene distribuita solo nel Regno Unito, mi pare), oggi Dr Pepper è una multinazionale di successo con un sacco di prodotti al suo arco e una Storia da narrare, che negli Stati Uniti non è poco. A Waco c’è anche il Museo a lei dedicato. Ma da cosa sa questa benedetta bibita?

tumblr_lvjxwtUgNG1r2r773o1_1280Il gusto che Dr. Pepper pensa di avere. Ufficialmente la ricetta parla di “23 aromi diversi di frutta e spezie” mixati con percentuali e modalità segretissime. Ciliegia e vaniglia sono quelli che si riconoscono ad un primo assaggio, sugli altri 21 componenti invece c’è un dibattito molto aperto in Texas. C’è chi parla di caramello, aroma di sandalo, prugna, cannella, mandorla, ecc. Azzeccare la composizione esatta è un giochino divertente che non ha mai fine.

Il gusto reale di Dr. Pepper. Ciliegia-mandorlata zuccheratissima con un retrogusto di Red Bull e cannella? Avete mai assaggiato il Guaranà, bevanda nazionale del Brasile? Ecco. Se chiudete gli occhi e sorseggiate la Dr. Pepper potrete far finta di essere a Copacabana. Ma non ve lo auguro. Io, per parte mia, vi consiglio caldamente di evitarvi la testing experience.

A tutti gli estimatori della Dr Pepper – e so che ce ne sono (masochisti mattacchioni che non siete altro!) – non odiatemi per questo, ma la Dr. Pepper meglio berla solo sotto tortura.