Monthly Archives: febbraio 2015

Odio Richard Bach

E voi odierete me per questo titolo. Ma qualcuno doveva pur dirlo.

Il gabbiano Johnathan? Lento.  Gli altri 3 libri  Bacchettiani (no, non ce la facevo a reggerne di più) che ho osato leggere? I manuali di self-helping sono più profondi. Insomma avete capito, Richard Bach non è decisamente il mio scrittore preferito. Eppure da quando ho incrociato la frase che vedete campeggiare qui sopra faccio fatica a pensare ad altro.

Se è vero che tendiamo ad esprimere meglio quello che più interroga il nostro essere, allora mi domando di cosa scrivo in questo Blog, che non a caso ho chiamato con un termine decisamente irrisolto e disturbato.

50 shades of taste

64-shades-of-grey--1--has-small-black-ron-brown Mi ero consapevolmente persa, tre anni fa, il (dis)piacere di leggere la Trilogia porcella di 50 shades of…. Quell’estate, la visione di un intero stabilimento balneare romagnolo in ostaggio di sbavanti mono-lettrici seriali mi aveva inibito l’acquisto dei tomi peccaminosi. Ho recuperato questo fine settimana e ora so. Quello. Che. Ho. Perso.  (ok, questa è una citazione coltissima che solo le vere sottomesse potranno cogliere).

Non ho perso proprio nulla, che sia chiaro. Tranne il mio week-end, ma tanto fuori pioveva. Non serve il mio parere a confermare che eravamo (e siamo) di fronte ad un’operazione ben congegnata di marketing editoriale per tre libri dimenticabili, scritti male, debolmente peccaminosi per non dire perbenisti.

Detto questo, credo che il fenomeno di “Cinquanta sfumature di grigio/nero/rosso” non meriti la crociata di civiltà che sta ricevendo. La scientificità con cui tante donne (femministe, intellettuali, chiamatele come volete) si stanno accanendo contro questi libretti è sospetta e anche un po’ snob, permettetemelo.  Lo scrivo perchè di “Cinquanta sfumature di grigio” è pieno il mercato editoriale. Ne è pieno in modo seriale da oltre 100 anni. Non a caso esiste una fetta dell’editoria che si chiama “narrativa femminile”, comprata da milioni di donne ogni giorno senza che tante fanatiche redstockers muoiano fulminate per questo. Quindi, o si tratta di una crociata contro la letteratura rosa/femminile o per piacere abbassiamo gli scudi e freniamo l’indignazione. In Italia ogni anno la Mondadori sforna oltre 600 Harmony – il simbolo dei romanzi rosa – con una media di oltre 50 al mese. Per usare ancora un po’ di matematica: 2 al giorno.

Il plot è collaudato, sempre uguale a se stesso in ogni libro e, guarda caso, è lo stesso canovaccio di “50 shades… “: lei quasi sempre una bellissima verginella (inesperta ma con carattere!), lui uno stallone miliardario bellissimo e arrogante. Si incontrano, si sfidano, si scopano e poi si amano. E vissero tutti felici e contenti. Se assomiglia vagamente alla nostra vituperata trilogia è perchè… è sempre lei. Questi libri sono costruiti così da sempre. L’unica differenza è il numero delle pagine, il nome dei protagonisti e, ogni tanto, l’età. Le scene di sesso sono descritte sempre nello stesso modo (e si fanno sempre le stesse cose, fidatevi), vengono usati gli stessi aggettivi e le stesse metafore. Non c’è sesso in più: ci sono pagine in più. Identiche sono le caratterizzazioni psicologiche dei personaggi (ok, questa era hard, lo ammetto), i loro dubbi, le loro speranze. Si vestono perfino sempre allo stesso modo. E’ lo stesso romanzo che viene riscritto da 100 anni. Che però, evidentemente, a qualcuno piace, rilassa, gratifica.

greyscale-259x300E voi vi lamentate solo ora? State ancora lì a strapparvi il reggiseno per i coniugi Grey? Che poi alla fine si sposano, hanno dei figli e ogni tanto si sculacciano ancora: proprio dei gran porconi, non c’è che dire. Cambiate battaglia, suvvia. Mi sembrate quelli che 15 anni fa si bruciavano le vesti contro Harry Potter, colpevole di rincoglionire i bambini a colpi di grifoni e hocus pocus, salvo poi benedire la serie letteraria del maghetto perchè meritevole, 15 anni dopo, di aver portato sulla strada della lettura sterminate fasce di bambini.

Io, nella mia vita, ho letto di tutto, dalla Gazzetta dello Sport al Mein Kampf, dalle istruzioni del condizionatore alla serie Urania, da Dostojevsky a Fabio Volo, da Oriana Fallaci a Murakami, da Novella 2000 all’Internazionale, Catullo come Pamuk, Stieg Larsson e Calvino, inchieste, romanzi, poesie, manuali, ecc. E nel mucchio ci sono anche gli Harmony, ovvero i “50 shades” diviso 50. Lettura episodica, con limiti macroscopici, ma di cui non mi vergogno affatto, anzi, almeno ha fornito elementi per giudicare e classificare ulteriori fenomeni letterari.

Com’è che era… “ogni volta che Fabio Volo scrive, da qualche parte un libro si suicida”? Vogliamo dire lo stesso di E.L James? No poverina, è già cozza di suo, l’avete vista? Piuttosto stringiamo caldamente la mano ai suoi editor.

E, a meno che non siate la reincarnazione di Virginia Woolf,  lasciate scrivere (gli uni) e lasciate leggere (gli altri)! Chi siamo noi per giudicare cosa debba piacere o meno? Atomi di conoscenza arrivano anche attraverso queste letture. Altri generi di letture, nel caso, ci ri-educheranno ad etichettarle e circoscriverle ad una frivola esperienza letteraria. L’importante è evitare che queste sfumature restino le uniche del nostro panorama letterario, questo sì. Per il resto, lasciamo che ognuna di noi, leggendo, viva le sue “50 shades of taste“, le sue innumerevoli sfumature di gusto personale. Tutto serve, nella vita, anche per costruire questo famoso “buon gusto” letterario di cui oggi ci si riempie la bocca.

In fin dei conti mio marito si rilassa di fronte ad una cosa del tutto incomprensibile che si chiama Champions’ League. Che non è un libro, ma se non è questione di gusti quello…

Houston Chronicles #38

Negli ultimi giorni ho provato ad immergermi nella metà messicana di Houston. Come ho già spiegato qui e qui, il Texas  è un luogo in cui potreste tranquillamente nascere, vivere e morire senza esprimervi una sola volta in lingua americana o essere attraversati dall’orgoglio a stelle e strisce. Ci sono posti in cui, aprendo una porta, ci si lascia alle spalle il mondo anglosassone e si entra, nello spazio di un solo passo, nell’America Centrale. Nonostante rimangano ancora infiniti luoghi da esplorare per assorbirne la cultura, ecco i primi esperimenti del mio go mexican waytaco-trucks-elotes

Faro nelle giornate suburbane del Texas è La Michoacana, il supermercato messicano per eccellenza, in cui cittadini tex-mex vendono prodotti davvero mex, in modo simpaticamente mex. Intanto il nome è pazzesco. Suona come un cartone animato, anche se in realtà si riferisce ad una regione del Messico. All’interno, ci sono cose incomprensibili, del tipo che non avrei mai pensato esistessero così tanti tipi di tortillas. E tutte quelle salse. E tutti quei diversi tipi di banane. Da comprare qui o in nessun altro posto: fette biscottate (introvabili in negozi americani), guacamole ottima, carne fresca, roba strana.

Fiesta è il contraltare più chic dei supermercati texani. L’offerta di frutta e verdura è più ampia ed economica, compresi bitorzoli pelosi non ancora pervenuti in Europa. Il reparto surgelati riserva le sorprese più interessanti con l’opportunità di acquistare intere e succulente teste di capra scarnificate, comprese di denti, occhi e lingua penzolante. Un sacchetto = una testa = 50 dollari. C’è anche l’angolo dell’orgoglio mex con sombreri dai diametri imbarazzanti.

Da provare – e mio prossimo obiettivo gastro-antropologico – sono i taco-track, street food messicano nomade, affidato alle 4 ruote di camioncini scassati, dai colori sgargianti e poco raccomandabili. Tacos e pollo al carbon, sembrano essere i piatti chiave del menù. Vi saprò dire.