Monthly Archives: gennaio 2015

Houston Chronicles #37

Allora, questo è un post lungo e difficile. Se volete leggerlo settate il cervello in modalità ON. Oppure aspettate un altro post, un altro giorno.

La “società dei consumatori” è un tipo di società che interpella i suoi membri principalmente in veste di consumatori […] (Bauman, 2007)

Premesso che Bauman, dopo averlo studiato per anni all’Università, l’ho pure incontrato (chiudendo il cerchio invisibile di un pensiero che si è fatto carne), non avevo mai vissuto sulla mia pelle le sue teorie sociologiche. Fino a quando sono capitata in America. Non l’America di New York, Sex & The City, Berverly Hills e compagnia bella ma l’America incrostata di proibizionismo, falsi pudori, sogni, follie e speranze vissuta dal 95% degli americani. Un’America che paradossalmente crediamo di conoscere attraverso tv, libri e musica; un’America a cui pensiamo di assomigliare; un’America che profuma d’Europa, d’Italia. Nulla di più distante. Lo scontro non è tra pizza e hamburger, tra ciao e hallo, tra Fiat e Ford. Il vero campo di battaglia culturale è il territorio, lo spazio, la città. In altre parole: i luoghi.

Gli Stati Uniti sono una sfida alla nostra sensazione di spazio. Nessun europeo è davvero preparato a questo, abituato alla “sua” Piazza Garibaldi, alla “sua” Piccadilly, alla “sua” place de la republique. Tutti luoghi antropologici, direbbero pensatori più importanti di me, come Marc Augé; luoghi vissuti dalle persone da secoli, riempiti di relazioni e significato, scontri, battaglie, orrori e bellezze, insomma di vita e calore. Oltre l’Atlantico, qui, fuori dalla mia porta di legno finto nel quartiere di Spring, Texas, esiste invece una immensa città dispersa costruita sull’onda di un criterio utilitaristico: anonima e stereotipata, priva di una dimensione umana e frequentata solo in modo transitorio da persone. Oltre a questa porta non ci sono luoghi dove andare per… esistere, incontrarsi, parlare, confrontarsi. Piazza Garibaldi in America ha un solo verosimile corrispettivo e si chiama mall, o centro commerciale. Orde di sociologi si sono scatenati con le loro analisi di questi spazi, così svuotati da ogni senso da essere definiti non-luoghi. Tutte parole che potete leggere e studiare, come è capitato a me, a generazioni di “me”, ma che acquisiscono significato solo nel momento in cui si vivono.

Come descrivere un non-luogo da di dentro, senza sovrastrutture analitiche, con la sola esperienza?

non-placesInnanzi tutto, nella “mia” America non esistono alternative ai non-luoghi a parte casa mia e i musei. E nessuno è così snob da passare tutto il proprio tempo libero dentro i musei, no? Oltre l’intimità del proprio soggiorno quindi esiste solo il centro commerciale. Che è semplicemente tutto, la riposta ad ogni cosa. E’ ristorante (ogni centro ha la propria food court con stili gastronomici da tutto il mondo), biblioteca, luogo di passeggio, di intrattenimento (cinema, parchi giochi, spa, piste di pattinaggio), di salute (centri medici), di consumo (centinaia di negozi), di incontro.

Il secondo punto è che il centro commerciale americano, a differenza di quelli che si possono incontrare in Italia, è un luogo del tutto neutro: visto uno visti tutti. Le architetture e arredi sono ripetuti in modo ossessivo, stesse poltrone, stessi colori, stessi pavimenti; i negozi (o le catene) ospitate sono esattamente gli stessi ovunque e con la medesima disposizione interna. Vietato sorprendere. Tutto omologato, riconoscibile, rassicurante, fruibile allo stesso modo, ad ogni livello. Ogni singolarità cancellata, ogni differenza livellata, ogni promessa mantenuta. “L’edificio deve essere banale, non basato su una spazialità interessante, ricca e aperta, ma appunto banale, semplice, standard, al fine di essere disponibile ad accogliere la decorazione pubblicitaria, che deve poter cambiare nel tempo come un vestito, per favorire i flussi e la concentrazione sulla merce“, nessuno come Robert Venturi, architetto esponente della corrente post-moderna, esprime al meglio l’essenza vera di un mall americano. Spazi come manichini. Un’avvilente sensazione di già visto che elimina ogni emozione dovuta alla scoperta di diverse culture, di diverse modalità di vita e di relazione, di diversi gusti e sapori. Milano come Las Vegas, Houston come Dubai. L’omologazione con comprende solo il centro commerciale in sè, ma tutto il territorio attorno alle aree dedicate ai consumi. Il modello dei quartieri è un modulo sempre uguale sintetizzabili nell’espressione svincolo autostradale/parcheggio/edificio da cui non si scappa: ad ogni incrocio corrisponde un parcheggio ampio (pensato espressamente per le donne) con annesso centro commerciale.

In terzo luogo i mall americani sono le cattedrali in cui ogni cittadino può celebrare si vive la propria appartenenza alla società di consumatori che Bauman descriveva all’inizio di questo post. Se da una parte c’è chi sostiene che i consumatori siano delle mere vittime del mercato, io credo qui in America, molto più che in altre parti del mondo, si viva in una sorta di mitologica coazione all’acquisto. Che è identità ma anche altro. Perché consumare, in America, è semplicemente “tutto”. Consumare è esistere, narrarsi, comunicare, comportarsi, passare il tempo, essere. E’ l’attività centrale nella vita quotidiana, il piccolo pellegrinaggio quotidiano che ognuno si permette. L’evoluzione metafisica di tutto questo sta nel fatto che il mall è diventato anche luogo turistico. Non a caso molti dei 40 milioni di visitatori annuali del Mall of America – il più grosso centro commerciale del nord america – lo raggiungono in aereo. La Northwest Airlines offre voli a prezzi scontati facendo concorrenza ai 5.000 autobus che convergono sul mall da tutti gli stati americani. Ecco un luogo dove portare gli amici in visita, i parenti, nuovo pubblico.

Piazza Garibaldi non è mai stata così lontana.

Houston Chronicles #36

Solo per farvi sapere che sono tornata nel mio secondo negozio preferito (il primo rimane incontrastato il supermercato). Quello in cui si vendono armi di distruzione di massa a chiunque. E siccome è facile guardare fucili, mitragliatori e bazooka e gridare allo scandalo – che rimane tale solo per noi limitate menti europee anticapitaliste probabilmente bolsceviche – allora ho guardato anche il resto. E devo dire che ci sono quantità infinite di cose simpatiche, pur totalmente incomprensibili, accostate tra loro con l’unico criterio di essere oggetti utili per attività all’aria aperta.

Per esempio, l’esplorazione delle armi bianche. Sapete che esistono quasi 200 tipi diversi di punte di freccia? Quelle che si aprono automaticamente una volta raggiunto il bersaglio, per fare più danno, quelli con la punta ricurva per fare buchi più grandi, quelle in carbonio, quelle ipotermiche, insomma, un universo sconosciuto e sexy per tutti gli indispensabili arcieri del regno. Elegantissimi i coltelli, soprattutto quelli a lama fissa come i machete (da sopravvivenza e da carnivori, qualsiasi cosa significhi) e i tomahawk (piccole asce). Gustosi i pugnali volanti che vengono anche confezionati in comodi sacchettini alla cintura. Impegnativi i servizi di coltelloni a sega (non saprei come altro definirli) per tagliare meglio… qualsiasi cosa. Come non citare i coltelli a serramanico con le impugnature glamour e le lame da ninja. E poi ancora seghe, seghetti e altre amenità.

815DCD5DSubito a destra dopo i richiami a cono per cervi e mucche ci sono altri oggetti curiosi, come gli stivali di gomma per cani, finti scoiattoli volanti con fischio connesso, boccette di sonnifero per orsi, pistoline spara-spray urticante, bellissimi metal detector, telecamere GoPro “action camera” in camouflage per riprendervi mentre fate finta di essere Rambo nella giungla del Borneo e torrette da caccia scomponibili complete di water trasportabile nel caso l’adrenalina (o la birra) non perdoni.

image (2)In fondo verso sinistra, il paradiso del perfetto campeggiatore, con tende, sacchi a pelo, gommoni, giochi per bambini, fornelli da campo e quintali di marshmallow. Il reparto scarpe e scarponi offre stivali texani di un bel rosa acceso e tenere ciabattine a forma di coniglietto.

E non dimentichiamo le calze della befana (filled socks più che altro, tipiche del periodo natalizio in America) griffate Browning.

Al centro, come un’isola felice, casseforti di ogni dimensione. Because with rights come responsibilities.

Houston Chronicles #35

L’odierna nemesi a stelle e strisce ha un nome preciso: Oreo. Si può prescindere dall’onnipresente biscottino al cioccolato  se si ha voglia di qualcosa di buono?  Impossibile.  Gli Oreo sono onnipresenti. Sono il sinonimo di biscotto. Sono l’alfa e l’omega dell’industria dolciaria americana. Sono la vostra colazione, il vostro dessert, il vostro gelato, il vostro fritto alternativo, la vostra cena, il vostro concentrato ontologico di dolcezza. Esistono dimensioni biscottifere concrete oltre gli Oreo? Pochissime ed inconsistenti. In altre parole, no.  Arrendetevi allo strapotere degli Oreo. Non avrete biscotti al di fuori di loro.

Gli Oreo sono uni e trini. Nel senso che sono un’unica entità (due biscotti al cioccolato attaccati tra loro da una striscia di crema alla vaniglia) moltiplicato per 101 prodotti diversi: small, medium e big size, mini, maxi, doppio ripieno, triplo ripieno, da passeggio, giganti da infilare nel gelato, a cono per sostenere il gelato, bianchi, rosa, alla menta, alla banana, fatti a pallina, arrotolati e fritti, a cilindretto, insomma, dalla colazione allo spuntino da mezzanotte gli Oreo coprono tutte le fasce orarie di desiderio. La loro diffusione è inquietante e totalizzante. E’ probabile che ve lo ritroviate somministrato prima o poi, disidratato e sbriciolato, nella minestra o sopra il pollo.

Houston Chronicles #34

Una passione nascosta della Houstoniana atipica che vi scrive è fare shopping da Goodwill Industries, una nota catena internazionale di charity shops presente anche in Texas. Anche in Italia per la verità, ma in pochi se ne sono accorti. Se nel Bel Paese il 99% di quello che gira attorno agli oggetti di seconda mano è legato a realtà di tipo caritatevole e cooperativistico, in America la solidarietà è un business terribilmente serio. La Goodwill per esempio ci ha ricavato un colosso internazionale che senza falsi pudori ha rinominato “Industries”. Non senza pesanti accuse circa la mancanza di scrupoli etici che gli hanno fatto meritare la poca simpatica etichetta di “racket”, come si può leggere in questo vecchio articolo dell’Huffington Post.

348sSinceramente ignoravo queste vicende mentre razziavo (con gli occhi) gli scaffali colorati del negozio di The Woodland, qua vicino. Purtroppo la scarsa fibra morale con cui sono fatta non mi ha impedito di fare di questi posticini pieni di ogni cosa a pochissimo prezzo delle mete di divertimento irrinunciabili per attacchi di shopping consolatorio. I vestiti, rigorosamente di seconda mano, sono lavati, disinfettati e riordinati sulle grucce per tipologia di colore. Il risultato è un arcobaleno continuo di improbabili capi anni ’80 (stile ABBA o famiglia Bedford), anni ’90 (stile Cher ubriaca), post millennio (stile facciamoci male). Sulle pareti, ai lati, ci sono le scarpe su cui stenderei un velo pietoso e gioiosamente kitsch. Nella parte posteriore dei negozi di solito ci sono i mobili: tutti più economici dell’Ikea ma nel consueto stile funerario che piace tanto agli americani, ovvero “black is the new black”. Ultimamente mi sono sfogata però nel reparto elettrodomestici; con soli 4 dollari ho portato a casa un’indispensabile piastra da pancake (usata). E una macchina per scrivere vintage per 9, 99. Non so cosa ne farò nè dove la metterò ma il suo possesso era in un certo modo moralmente obbligatorio. Quintalate di libri che sanno da umido, 45 giri di artisti sconosciuti, giocattoli dall’inquietante passato, paccottiglia di ceramica cinese e indiana completano il tutto. Adorabile. Political incorrectly adorable.

Houston Chronicles #33

10 cose che si possono fare o non fare a seconda dal lato dell’Atlantico in cui si vive.

1) Bere litri di tè al mattino: la tua vescica sarà coccolata da cessi a profusione, puliti e con carta igienica autorigenerante incorporata. Attenzione, può generare dipendenza. E se si sbaglia parte dell’Atlantico, la magia della carta igienica funziona al contrario.

2) Costringersi a posizioni imbarazzanti nella doccia per lavarsi solo alcune parti del corpo. Dall’altra parte dell’Atlantico basta usare il bidè. O bidet per i più choosy.

3) Aprire il frigo e disperarsi – parte prima. Stile USA “Ok, andiamo a fare la spesa anche se sono le tre del mattino”. Stile Europa: improvvisare cena a base di fette biscottate cosparse di senape (fatto, fatto…).

4) Aprire il frigo e disperarsi – parte seconda. Stile USA “Ok, andiamo a fare la spesa anche se sono le tre del mattino (ma tenere conto dello sconforto aggiuntivo provocato da scaffali orfani di soppressa, formaggio, piadine, pizza, ‘nduja, spriz, panzerotti… ecc. ecc.)”.

5) Lasciare borsa del pc, cellulare e portafoglio in bella vista sui sedili della macchina e dimenticarsi, per giunta, di chiuderla. Del resto un solo pensiero criminale scatenerebbe una sparatoria. In Italia: meglio dimenticarsi fin da subito di ritrovare pc, cellulare, portafoglio e probabilmente anche la macchina. Ma la sparatoria con ogni probabilità non si scatenerebbe.

6) Parcheggiare a caso. Guidare peggio. Ambivalente.

7) Ruttare beatamente in pubblico stile “indomito boscaiolo dell’Oregon”, soprattutto se sei la cassiera del supermercato. Da codice penale in alcune parti d’Europa. Routine, in Texas.

8) Accendere contemporaneamente lavastoviglie, microonde, televisione e phon mentre va l’aria condizionata (o il riscaldamento) e non causare il black out di mezzo Veneto.

9) Mangiare gratis un pranzo completo nelle food courts dei centri commerciali sfruttando gli assaggini gratuiti. Però dall’altra parte dell’Atlantico avrei mangiato meglio, pagando.

10) Scaricarsi la Trilogia di Star Wars Director’s Cut in 20 secondi grazie alla fibra ottica. Dall’altra parte … eeeeeeee… campa cavallo.

Houston Chronicles #32

Mi era parso troppo strano che il tizio al di là del finestrino del drive through avesse riso così sguaiatamente per il numero 15. Cioè, 15 è un bel numero, tondo, equilibrato, femminile ma che fosse così comico da scatenare ilarità diffusa ed esagerata, anche no. Poi quando sono arrivate le ciambelle – una immensa scatola di ciambelle – ho capito tutto. Ho capito la lezione di vita che stava nascosta dietro quella risata. E il numero 15 ha acquisito una immediata patina di ridicolo.

In Texas, o più in generale in America, le ordinazioni di ciambelle si fanno a gruppi di sei. Perchè 6 è il numero di elementi che riempiono esattamente una fila calibrata di scatole da ciambelle. In questa ottica il numero 2 è in realtà sinonimo di 12 ciambelle; il numero 3 di 18 ciambelle e il numero 15 va da sè, corrisponde alla bellezza di 90 ciambelle. Ecco spiegata in poche righe l’isteria ridens del commesso di Shipley Donuts che si è ritrovato di fronte una analfabeta del sistema metrico-ciambellese. Per fortuna la sua prontezza d’animo mi ha salvato dal portarmi a casa sul serio 90 ciambelle: si è fermato a 24, il numero più alto che poteva contenere la sua scatola più grande. Suppongo che, dentro di sè, abbia operato una serie di equazioni che alla fine ha trovato la sua curvatura del cerchio nel numero 24.

20080429115227_houston 011Riguardo alla tipologia di ciambelle, tenuto conto che, su 24, poche erano le varietà che si ripetevano, ecco quanto abbiamo ingurgitato come dessert light, l’altro giorno, a pranzo.  Per il vostro piacere ho inserito qui a fianco la foto della to go box. Presenti nella scatola le tre diverse tipologie di ciambelle conosciute: la ciambella col buco, la ciambella ripiena e la tortina di ciambella. Quindi c’erano: ciambelle glassate (glassate semplici, glassate alla fragola, glassate al cioccolato, glassate con zuccherini colorati, allo sciroppo d’acero con noci incastonate), ciambelle alla cioccolata, ciambelle alla vaniglia e ciambelle alla cannella, e poi ancora ciambelle ripiene di panna, di marmellata di more, di cioccolata, di crema (puah! evitatele), ciambelle al cocco, alla mela, al lampone.

Dopo averne mangiate due, in corpo mi circolava talmente tanto zucchero che ho avuto le visioni tipo Fracchia la belva umana dopo il pranzo dalla madre.

Riassumendo, la lezione di oggi è: se amate le ciambelle ripassatevi la tabellina del sei.