Monthly Archives: novembre 2014

Un gigante di nome Texas

“Il gigante”. Anno 1956.

Il film inizia con il giovane Rock Hudson, texano, che sposa la giovane Elizabeth Taylor, ragazza di città. E la porta in Texas in treno. Si svegliano nella cuccetta del vagone letto, e lei dice “che bello, non vedo l’ora di arrivare al tuo ranch”. E lui risponde “è da tutta stanotte che stiamo viaggiando dentro ai miei possedimenti”.

L’immensità del Texas in una battuta.

Il “gigante” che dà il nome al film – the giant in americano – è proprio lo stato del Texas, all’epoca il maggiore dei quarantotto stati americani (l’annessione dell’Alaska lo ha fatto ora slittare al secondo posto). E la pellicola venne veramente girata interamente in Texas. Da qualche parte ad Ovest.

Una volta li sapevano scrivere i film.

Sono partito con un albero di limoni

Vuoi vedere la mia collezione?”. Dicon tutti così, intendendo altro. Lui invece diceva sul serio. E’ cominciata così, con un invito a dir poco strano su Facebook, la mia amicizia digitale con Graziano Arici, fotografo da quasi 40 anni, specializzato nella documentazione degli eventi culturali di Venezia e testimone vivente di tutto ciò che è passato in laguna, da Paul Newman alle pecore sezionate di Damien Hirst. Il suo impressionante curriculum comprende ben oltre ed è difficile sintetizzarlo. Quello che della sua Venezia non ha potuto fotografare per motivi biografici l’ha acquistato nel corso degli anni, arrivando a creare un archivio di 900.000 foto che vanno dal 1947 ad oggi: un patrimonio visivo incommensurabile, una memoria iconografica di una città, della sua gente e di quello che in termini di bellezza ha rappresentato – e continua a rappresentare – nel mondo. Graziano però non abita a Venezia. Non più per lo meno. Fatto curioso per chi possiede virtualmente l’immagine della città. E’ emigrato ad Arles, in Provenza, circa un anno fa. Alla tenera età di 65 anni, potrebbe essere definito un cervello in fuga. I giornali locali del Veneto ne hanno parlato ma nessuno ha più scritto la fine di questa storia, che in realtà è appena cominciata. Lo raggiungo via skype qualche mattina fa.

arici 2Graziano, come mai Arles? 

Ho comprato una casa ad Arles 13 anni fa perché ho sempre amato il Sud della Francia. L’ho viaggiata in lungo e in largo, subendone il fascino e, pur sapendo che Arles è una delle capitali europee della fotografia, quando è stato il momento di cambiare la mia vita non era certo quello il motivo che me l’ha fatta scegliere. Semplicemente mi piaceva.

Mi racconti i motivi personali e professionali di una scelta così radicale?

C’è stato un momento in cui mi sono reso conto che a Venezia non avevo più spazio. Non in termini di soldi e lavoro (nonostante la crisi mordesse) ma proprio come artista. La situazione era – ed è – culturalmente morta, spenta. Questo giudizio potrebbe essere allargato a tutta l’Italia ma Venezia è certamente un emblema, perché tutto il mondo la vede come capitale della cultura invece non è che un piccolo capoluogo di provincia dove, un paio di volte all’anno vengono portate, da fuori, mostre ed artisti. Ma la verità è che non ha una sua vita autentica, culturale. Lo dico dall’alto di una carriera da fotografo e osservatore privilegiato della cultura cittadina per oltre 40 anni (ndr. Graziano è stato il fotografo ufficiale del Teatro La Fenice): c’è stato un momento in cui attorno a me vedevo il nulla. Mi pareva di perdere tempo. E allora mi sono detto, qui occorre un reborn.

Un reborn alla tenera età di…?

65 anni. Quindi fresco come una rosa. Tenendo presente che a Venezia avevo un nome, un ruolo, un curriculum, un passato. Pochi mesi prima di andarmene sono stato inserito come socio all’interno dell’Ateneo Veneto. Mollare tutto per venire ad Arles dove conoscevo solo la panettiera a 7 metri da casa mia è stato un rischio. Voleva dire mollare tutto per un’incognita. I soldi, erano quelli che avevo in banca, suppongo né più ne meno di tanti altri. E’ stata un’esperienza che mi ha cambiato la vita.

Paura?

Sicuramente. Per me è stata una scelta dura. Sono partito con poco: con la mia collezione e con il mio albero di limoni. Mi sono portato dietro armi, bagagli e il cuore. Tutti i miei amici pensavano fossi pazzo, che scherzassi. Anche gli stessi giornali, pensavano che la mia partenza fosse una provocazione. Quando mi hanno visto preparare davvero gli scatoloni e partire, per molta gente è stato uno choc. Un po’ per invidia: quando torno a Venezia tutti, ma proprio tutti mi dicono “beato te, perché hai fatto la scelta giusta”. Non incontro nessuno che mi dica “che bene che sto qui”.

Uno dei motivi che ti ha fatto partire è stata l’impossibilità di trovare una collocazione o un progetto di valorizzazione per la tua collezione. La stampa ne ha parlato molto.

Schermata 2014-10-20 alle 16.39.33Teniamo presente che in Italia non hanno mai cagato il mio archivio. E ti prego di non cambiare il verbo che ho scelto. Nè i critici, né gli esperti si sono mai interessati a quello che avevo in mano. Riguardo alle istituzioni, tante sono state le proposte, dalla soprintendenza all’archivio di stato, anche molte Fondazioni, ma nessuna di queste aveva i mezzi o le idee per poterne fare qualcosa di serio. Mi sono fatto l’idea che a Venezia ero scomodo. Perché io possiedo la memoria visiva di quella città. Un patrimonio enorme, che è diventato ingombrante. Il fatto che io me ne sia andato ha eliminato il problema alla radice. Il mio archivio consta di oltre 850.000 immagini, per la maggior parte digitalizzate, i cui supporti sono fino alla fine degli anni novanta negativi, diapositive, stampe e in seguito file digitali. Di queste fotografie, circa 600.000 sono state scattate da me, dal 1979 in poi, e riguardano personaggi (scrittori, artisti, attori, produttori, cantanti, politici) che sono passati per Venezia ed eventi culturali, politici, di costume italiani, ma anche di altri paesi. Le altre 250.000 immagini sono state da me cercate e raccolte nel corso di tutta la mia vita, grazie ad acquisti e acquisizioni, dopo lunghe ricerche, con faticosi accordi, presso gli archivi di agenzie fotografiche, di fotografi privati, soprattutto veneti, in decenni in cui i depositi e i magazzini di fotografie, soprattutto di laboratori, agenzie, società privati venivano buttati o dispersi o dimenticati. L’unica mostra davvero imponente a cui il mio archivio ha partecipato fornendo il 40% del materiale esposto è stata una mostra sulla foto del XIX secolo ospitata all’Ateneo Veneto dove non hanno neppure inserito le didascalie con la provenienza delle foto esibite. Sono arrivato ad un punto paradossale in cui non potevo più muovermi: da un lato ero troppo identificato con la mia collezione, e nessuno voleva rischiare progetti artisticamente distanti da quella, dall’altro la collezione non era nelle condizioni di essere minimamente valorizzata. Mi sono sentito una mummia, incastrato in un ruolo da cui non potevo uscire.

Cosa hai trovato invece ad Arles?

arici 1Qui ad Arles la mia collezione è vista come una grazia del Signore! Da marzo 2013, data in cui mi sono trasferito, ho fatto già 6 mostre: 3 di queste me le hanno addirittura pagate (fatto assolutamente anomalo in Italia) e l’Ecole Normale Supérieure di Lione me ne ha già commissionate altre 3. Il mio archivio è stato oggetto di una tesi di dottorato e infine ho pubblicato anche un libro. Parte di questa vivacità va anche spiegata descrivendo la vita culturale di Arles, che si avvia a diventare la realtà culturale di riferimento nel Sud della Francia. Intanto qui ha sede una famosa Università di Fotografia, in fase di forte espansione. Negli ultimi anni inoltre hanno aperto (o stanno programmando di aprire) una Fondazione Van Gogh, che sarà anche uno spazio di arte contemporanea e un polo culturale-artistico finanziato dalla Fondazione Luma, ricavato dal recupero di aree ex industriali ormai dismesse a causa della crisi (che ha colpito duro anche qui, non nascondiamolo). Il prossimo luglio farò anche una mostra, all’interno dei “Rencontre de la photo” in cui per la prima volta mostrerò i miei progetti personali, non solo le foto del mio archivio. Ad Arles posso esprimermi anche come fotografo, non solo come collezionista. Cosa che ho sempre fatto anche a Venezia ma nessuno mi ha mai dato spazio. Per esempio mi occupo di ricerca: sono lavori diversi, sperimento campi nuovi, strumenti nuovi. Oggi per esempio mi è arrivata una macchina nuova, la Olga, tutta in plastica. Quindi provo, mi diverto. Vedo che sono cambiato molto: questo confronto con la realtà e con l’attualità mi ha tolto dalla depressione che permea l’Italia in questi campi e quindi sono più vitale, stimolato e stimolante.

Rimpianti?

Zero. Mi dispiace per gli amici e per le persone che ho lasciato a Venezia. Ma altrettanto francamente dico che chi è rimasto lì mi fa pena.