Monthly Archives: ottobre 2014

Postcards from Houston #5

Non potete capire cosa è Halloween a Houston. L’unico modo per spiegarlo davvero è mostrarvi cosa gli Houstoniani sono in grado di fare ai loro animali pur di vivere appieno il significato di questa occasione. Tutte le foto che vedete sono – ci mancherebbe, vere – e sono state scattate direttamente dai padroni e mandate allo Houston Pet Magazine per un mega concorso di Halloween che verso sera, oggi, ne scoprirà i premiati, dopo una degna passerella. Chi vincerà? Personalmente opto per il Bulldog vestito da ape.

Postcards from Houston #4

Vedere le Stelle sotto le stelle. Uno slogan di altri tempi quello adottato dal Corral Theatre di Wimberley, duemila e seicento anime sperdute nella contea di Hays, Texas. Ed effettivamente risale agli anni ’40, quando i gemelli Avey decisero di costruire un cinema all’aperto con le proprie mani. Lo fecero di legno e pietra, limitandosi in realtà ad erigere una casupola per la biglietteria ed un visibile recinto di legno di cedro, all’interno del quale una quarantina di sedie ed un telo per le proiezioni sarebbero diventati il passaporto verso le Stelle per almeno 6 generazioni di texani, per 54 estati consecutive. Nel corso dei decenni il Corral Theatre (“corral” in americano è appunto il recinto, quello di legno, classico, per rinchiudere i capi di bestiame) ha cambiato sede, gestori, pubblico, ma non ha mai cambiato la sua promessa: far vedere le stelle del cinema sotto il leggendario cielo stellato del Texas. Per questo è diventato un luogo simbolico, di aggregazione, unico punto di riferimento – a parte la chiesa – di questo piccolo paesino sperduto in mezzo alle praterie del Sud degli Stati Uniti. Gli si voleva bene. Oltre ai film si organizzavano feste, campi estivi, riunioni di ogni genere. Ora il Corral ha ridotto di moltissimo le sue attività. Sembrava che questa estate non dovesse nemmeno aprire. I motivi sono sempre quelli: nuovi proiettori da comprare, mancanza di soldi, i mega-multi-sala sorti nelle vicinanze, un pubblico diverso, un certo declino del cinema autoriale, aggiungete voi il resto. corralPerò qualche giovane abitante di Wimberley ha deciso che non doveva andare così: si è inventato un crowdfunding in Rete (“keep the corral”) e per l’intera stagione 2014 l’intero staff del cinema ha lavorato quasi gratuitamente per una serie di proiezioni a cifre ridotte utili a recuperare fondi per salvare il più antico cinema all’aperto di tutto il Texas. In sei mesi hanno raggiunto 60 mila dollari (260 donazioni), viralizzando il loro messaggio 3.400 volte. E ce l’hanno fatta. Il Corral Theatre vivrà ancora altre estati. Tra i commenti di chi ha donato ce n’è uno che mi è piaciuto molto: “Corral, sei un piccolo teatro che occupa un posto speciale nel mio cuore”.

E’ una piccola storia di provincia, lo so. Per certi versi anche insignificante. Uno sperduto paesino del Texas ha lottato per tener vivo un luogo fatto d’erba, legno e stelle. Io ci leggo qualcosa di nobile.

13 km!

Nella dicotomia tra esseri umani che corrono per mangiare o mangiano per correre io appartengo senza ombra di dubbio alla prima categoria. Il segreto che forse nessuno vi dice sulle corse organizzate qua e là tra sabato e domenica (e fedelmente riportate sul Calendario del Podista) è che sono costellate di cibo. Ho fatto conto che, nel corso della gara, riesco a inghiottire qualche banana, svariate tazze di tè, arance, limoni, biscotti, nutella e, quando sono fortunata – tipo domenica scorsa – anche un ottimo panino con la mortadella. I cagnolini felici che mi trotterellano a fianco, accompagnando la mia falcata, però valgono di più.

Facciamoci un Toast

E’ nata così. Spulciando qua e là sulla Rete. No era Facebook. Vabbè. Navigavo, ok? Ho visto una vignetta: c’era un tostapane che diceva ad un toast “entrami dentro”. E mi ha folgorato sul colpo. Audace. Aveva stile. Ho così scoperto Toastzine, un magazine di illustrazione e fumetto. Autoprodotto, nostrano, fresco e decisamente folle, con la sua esistenza sfida la ben nota legge n°1 dell’editoria (“l’editoria non paga, paga tu l’editore”). Ho pensato meritasse un approfondimento. Clic dopo clic sono arrivata a scoprire chi cucinava questi toast. La mia stramaledetta inclinazione a fare la giornalista mi ha obbligato a fare qualche domanda di troppo e alla fine è scattata l’intervista. A distanza, lo ammetto. Ma da Barbieturica perversa tenere un filo di mistero su questa insolita realtà creativa mi ha dato più piacere della conoscenza completa. Ho scoperto un po’ di cose, per esempio che sono tutte donne e che oltre al fegato usano bene altri organi come cervello, cuore, mani e… fossi in voi continuerei a leggere.

Come nasce Toastzine e perchè? Toast nasce prima di tutto da un’amicizia fatta di passioni condivise. Ci siamo tutte conosciute lavorando come volontarie per il Radar Festival di Padova, un ambiente che di per sé ha un occhio di riguardo per le realtà indipendenti musicali. Condividiamo lo stesso background e un forte debole per le autoproduzioni, di cui amiamo l’etica e lo spirito di lavoro, come abbiamo scritto in Toast #1. Sara in particolare è da sempre appassionata di arti visive (in particolare di illustrazione e fumetto) e da tempo voleva proporci di fare qualcosa assieme. Poi ha letto Il Potere Sovversivo Della Carta (a cura di Sara Pavan), un libro dedicato proprio alle autoproduzioni a noi contemporanee. Quel libro le ha trasmesso tanta carica e voglia di fare, così un pomeriggio ci ha chiamato a raccolta per esporci e proporci il progetto che le frullava in testa da tempo. L’idea piaceva a tutte e abbiamo subito accettato! Da allora (era aprile) ci siamo sempre incontrate una volta a settimana per pensare a come dare forma a questo progetto. Abbiamo deciso il nome davanti a svariati bicchieri di vino – volevamo un nome che fosse semplice e suonasse bene, non troppo intellettuale e soprattutto autoironico – e poi abbiamo deciso come impostarlo.

10155521_502043866565598_2100143540364724667_nCome è organizzato? Siamo una redazione abbastanza eterogenea, ma i nostri ruoli si intrecciano e nessuna fa solo una cosa o un’altra. I testi generalmente li scrivono Sara e Chiara (la nostra copywriter che con pazienza segue i social), la parte grafica la impostiamo tutte assieme ma poi nel concreto viene sviluppata soprattutto da Alice e Isabella. Oltre a queste cose c’è veramente tanto da fare: scegliere gli artisti, scrivere le mail con le istruzioni, dare le scadenze, raccogliere il materiale…e via dicendo. Un lavorone che facciamo tutte assieme!

Come vanno vita e denari? Toast è nato per passione, quindi ciò che riguarda il guadagno personale per noi è del tutto secondario. E’ una cosa che ci piace che ci diverte fare, naturalmente ha dei costi che però cerchiamo sempre di mantenere all’altezza delle nostre possibilità. Senz’altro vogliamo farci conoscere da sempre più persone e creare una rete di contatti umani che arricchisca sia noi che i ragazzi che vogliamo mettere in risalto. L’idea è quella di creare ad ogni numero un prodotto che sia anche un bell’oggetto da possedere: per noi Toast è anche terreno di sperimentazioni, quindi cerchiamo man mano di pensare a nuove forme e dettagli che tengano alta la qualità di quello che facciamo.

Dove volete arrivare.? Abbiamo scelto fin dall’inizio di rendere Toast una vetrina per artisti che ci piacciono, quindi il meno autoreferenziale possibile. Per ogni numero scegliamo un tema e chiediamo ad un tot di artisti di disegnare per noi. Ci piace l’idea che Toast sia un qualcosa che prende vita grazie a più mani, quelle nostre che lo confezioniamo e quelle di chi ci offre la sua arte. E magari se da ogni numero nascono nuove collaborazioni, nuove reti di relazioni…beh allora ci sentiremo davvero realizzate. Ovviamente il tutto fatto cercando sempre di migliorare e di lavorare al meglio delle nostre potenzialità. Per l’uscita di ogni numero organizziamo una festa in cui avviene la prima distribuzione. Poi portiamo il nostro Toast ai banchetti di festivalini e festivaloni, divertendoci un sacco e conoscendo tante belle persone. Vi aspettiamo alla prossima festa!

Non spegnete la luna

Di tutto mi sarei aspettata da questa serata indivanata tranne che lasciarmi intrigare dal profilo Facebook dei Fichi d’India. Sì, loro, il duo comico degli “ahararara”. Mai piaciuti veramente. Mai disprezzati. Attraverso i binari insondabili dei “bit” sono arrivata al loro profilo, ricordandomi tra la nebbia dell’indifferenza che il più anziano del duo, l’anno scorso, aveva avuto un grave problema di salute.

Da qual giorno – era il 17 gennaio 2013, ho controllato – Massimiliano, l’alter ego professionale di Bruno (colpito da aneurisma cerebrale, scopro) anima quasi quotidianamente la pagina con pensieri, foto, ricordi di una tenerezza assoluta. Sono tutte frasi dedicate al suo “gemello”, così lo chiama, che è steso in un letto di ospedale. Non è un’operazione di social marketing, si capisce: è un po’ sguaiata, spesso inelegante, gronda dolore da tutte le parti ma è così vera che in una dimensione di falsità, come quella di FB, brilla come una stella. A Bruno vengono raccontati gli spettacoli che Massimiliano è costretto a fare senza di lui (il comico è ripartito con uno show che si chiama “parzialmente fico”); gli vengono mostrate le foto dei fan, i disegni che la figlia fa per lui e in molte occasioni è anche fotografato dall’ex collega, mentre fa le terapie, mentre tenta di sorridere, mentre viene dolcemente torturato dall’amico, che gli fa indossare enormi occhialoni da clown o cose del genere. In tutto questo susseguirsi di post si capisce che Bruno fa il possibile, ma non sta ancora bene, non parla, dice “ciao” e “buonanotte”. Non si muove senza sedia a rotelle. Rimane un uomo malato. L’aneurisma è un everest da scalare. Ma le parole dell’amico sono instancabili sherpa, perfino estenuanti. Andate a leggerle, a me hanno commosso nella loro insistita purezza. Un bel storytelling di amicizia vera.

“Buona notte discreto amico muto”, lo saluta quasi ogni sera Massimiliano. “E non spegnere la luna”.

Postcards from Houston #2

Essere Houstoniani significa non dover mai dire… Giuro. C’è chi ha perso del tempo a scrivere una classifica dei 10 comportamenti più imbarazzanti per uno houstoniano. E’ lo Houston Press, il mega-portale di theHcity. Eccoli nell’ordine:

10) essere vegetariano  – bah, non è vero. Il Texas non sarà il paradiso dei vegetariani ma certo gran parte dei luoghi in cui si mangia propone piatti vegetariani. Certo non si può pretendere di andare al BBQ e mangiare insalata;

9) disinteressarsi del destino dell’Astrodromo (un mega stadio multifunzionale nato per il football e poi convertito a qualsiasi altra cosa) – mai sentito, letto o visto qualcosa a riguardo;

8) odiare il football (o il baseball o la pallacanestro) – sì, questo è vero. Non andare allo stadio è impossibile e, suppongo, socialmente imbarazzante;

7) non avere il vostro posticino favorito dove mangiare Tex-Mex o BBQ – sacrosantissimo. Vai! Sto diventando un po’ houstoniana;

6) guidare rispettando i segnali – tana per me! l’avevo detto! guidare in modo normale è considerato da nonnetti;

5) vivere al di fuori della mega-tangeziale n°610 (per una città di oltre 6 milioni di abitanti direi che è una condizione che accomuna almeno 5 milioni di abitanti) – su questo non saprei ma direi che lo snobismo provincialista dell’essere “dentro o fuori” dal centro sia un evergreen.

4) guidare una macchina che non inquina o prendere i mezzi pubblici – essì!

3) non pigliarsi con la musica (o i musicisti) texana –  intendiamoci: se gli ZZ Top vi lasciano indifferenti, Stevie Ray Vaughn per voi è una marca di birra, Beyoncè è un insulto francese e ignorate l’esistenza di Willie Nelson e Roky Erickson cercate di recuperare. Lo dico per la vostra vita, non per il Texas… ;

2) non essersi mai comprato nessun capo di abbigliamento da texano – chi non ha in casa un cappello da cowboy o almeno un paio di stivali texani (noti per essere più scomodi di Jimmy Choo)…? secondo me sono in tantissimi! Se pensate che le strade del Texas brulichino di JR (Geiàr) vi sbagliate di grosso;

1) curarsi del parere degli altri – sull’individualismo americano, niente da dire.

 E voi? Avete una vostra lista delle 10 cose che mai ammettereste di vivere, fare, pensare, dato il luogo in cui risiedete?