Monthly Archives: settembre 2014

Postcards from Houston #1

A volte ritornano. Anche se c’è un oceano di mezzo. Del resto la Rete appiattisce le distanze e, anzi, nel mio caso mi perseguita proprio.  Dovete sapere che, cercando lavoro a Houston, mi sono iscritta agli RSS di qualsiasi Sito possibile e immaginabile. Tra questi anche quello dell’Italian Cultural and Community Center. Che a quanto pare è zeppo di amene iniziative di carattere fortemente educativo. Per esempio insegnare ai bambini americani come fare gli arancini siciliani. Piccoli chef per una “piccola cucina“, questo appunto il nome dell’iniziativa nata per attirare le nuove generazioni texane verso lo studio dell’italiano come seconda lingua. Come dire, un format di (p)assaggio, in tutti i sensi: da una parte si testa la propensione all’italian style proponendo ricette malandrine, dall’altro ci si riempie lo stomaco di italian style grazie all’applicazione delle ricette malandrine. Tutto nel nome della cultura italiana. Santa, sacra, cultura costruita sulla pizza, i fichi e il mandolino. Il resto non conta, suvvia. O quanto meno non funziona. Meglio puntare sul sicuro: rice balls. Gli arancini d’oro dall’altissima azione diplomatica. Meglio di Dante.

Non è una critica agli uomini e alle donne di buona volontà dell’ICCC di Houston, ci mancherebbe. Va detto, anzi, per la cronaca, che la “piccola cucina” funziona parecchio in tutta Houston, come ambasciatrice di italianità a tutti i livelli. Per esempio all’M.D. Anderson Cancer Center (uno degli ospedali specializzati in cure oncologiche più importanti d’America), dove “piccola cucina” è sinonimo di recupero per i piccoli pazienti; oppure l’omologo corso per adulti “L’Italiano in Cucina”, poi “A Tavola con le Tradizioni”, mirato alla promozione delle autentiche tradizioni culinarie regionali, “Italy is Served” rivolto alla promozione della cucina italo-americana, “Le Strade del Vino”, “Le Sagre”, e tanti altri progetti ancora. Potrei anche allargarmi dicendo che l’ICCC di Houston non è nemmeno l’unico ente a puntare (quasi) tutto sulla cucina (o sul vino). Leggo su Facebook che l’Istituto Italiano di Cultura di Los Angeles questa settimana organizzerà un imperdibile incontro con la famiglia Antinori per educare gli Americani al vino.pane_ca_meusa

Non per disprezzare gli arancini – a cui seguiranno, leggo, ricette per agnolotti, crostatine alla nutella, sfincione (?!!?) siciliano e l’immancabile pizza – ma la domanda che mi pongo è: in più di  2000 anni di Storia non abbiamo nulla di – così, per dire – vagamente più incisivo da esportare, come cultura? Pare di no. Il trend setter è l’intestino non il cervello. Da sempre peraltro. E arancini siano. Anzi io voto lo sfincione. Meglio: il pani ca meusa.

De Italica nequitia

Sono rimasta sinceramente colpita dall’ondata di vivo e vibrante amore patrio generato dalle mie piccole avventure americane. Era partito come un tentativo di raccontare il Texas in modo ironico, informale ma informato (perchè prima di scrivere mi sono sempre documentata) nella utopica speranza di generare curiosità e quindi stimolare un confronto.

Non richiesto, è vero. Ma nell’anarchia di Facebook ognuno occupa la propria bacheca come meglio crede.

Sono sempre stata attenta ad un certo equilibrio in quello che ho narrato, infrangendolo solo laddove le differenze culturali tra America e Italia rimanevano inconciliabili per motivi storici, geografici o sociologici.

Ho la presunzione di dire che non ho mai giudicato il Paese che mi ha ospitato, nonostante resti distante dai valori con cui sono cresciuta, limitandomi a stupirmi di quello che vivevo, a volte con un sorriso, a volte con una smorfia di dolore.
Dall’altra parte della tastiera ho invece, mi pare, soprattutto rispolverato l’orgoglio italiano sepolto in molti dei miei amici digitali che, solitamente solerti nel nel criticare l’Italia in tutto e per tutto (seguendo il ben noto sport nazionale della lamentatio extrema), leggendo i miei piccoli reportage si sono riscoperti innamorati convinti del Bel Paese, confermandolo come il migliore dei mondi possibili.

Nella quotidiana lotta tra civiltà scatenata nei commenti di Facebook dai miei chronicles gli Stati Uniti escono spesso con le ossa rotte.

Forse se lo meritano, forse no.

Anche in questo caso evito un giudizio che non ho mai cercato.

Mi stupisce solo – ma probabilmente è dovuto alla mia incapacità – di aver risvegliato solo a fatica qualcosa di più costruttivo di una polemica. Di un “siamo meglio noi”, “sono peggio loro”.

Utopisticamente mi sarebbe piaciuto che più spesso altre voci si aggiungessero alla mia con esempi diversi, prove di tolleranza intellettuale o spiegazioni che andassero oltre, appunto, un giudizio.

Paradossalmente, lo dico solo ora, i primi a leggere le mie note e a sostenermi sono stati proprio i miei parenti acquisiti texani. Chi fra loro non è stato in grado di leggerle in italiano se le è fatti tradurre, si è divertito, probabilmente a volte un po’ risentito, a volte si è stupito che la propria normalità americana fosse motivo di stupore italiano. Eppure hanno continuato a leggere e, stoici, hanno accettato di essere messi in discussione ritenendolo perfino naturale.

Per coerenza mi piacerebbe sapere cosa scriverebbe un americano in un ipotetico Italian Chronicles, di quali aspetti della nostra cultura potrebbe stupirsi, indignarsi, sorridere. Mi piacerebbe ancora di più vedere se i convinti detrattori dell’America riuscirebbero ad usare lo stesso veleno verso se stessi (nonostante il nostro Paese non abbia certo bisogno di ulteriori masochismi). 

Non è detto che non ci provi io, a leggere l’Italia per loro.

Dietro le pagine di cronaca

Un mondo che crolla fa rumore. E non è un modo di dire.

Suo marito è morto neanche tre ore prima, soffocato da una nuvola di ammoniaca. Partito da casa per andare a lavorare come ogni giorno, questa sera non tornerà. Lei lo ha capito mentre era a pochi passi da me, accompagnata dai Carabinieri oltre il nastro rosso messo per contenere l’esercito di giornalisti interessati all’evento. Tra questi, io. Ha gridato così forte che il suono si è propagato attraverso i campi di mais che ci circondavano. Un suono rauco e disperato. Il suono di un’animale ferito a morte. Come un diapason l’ho sentito risuonare dentro, da qualche parte. E mi sono vergognata di stare lì, a scrutare quell’anima messa a nudo dal dolore, di fronte a tanti estranei. Non credo sia davvero questo il mio lavoro. Non c’è nessuna notizia da leggere nel dolore nudo, nella disperazione. Eppure è proprio a persone come me, che fanno il mio lavoro, che capita di raccogliere questi momenti così intimi, assoluti, personali. Momenti e spazi che dovrebbero essere privati.

Con mio lavoro ho visto di tutto, cadaveri, parti di cadaveri, feriti, ammalati, armi, guerra, droga, tafferugli, insomma, il Male. Eppure non c’è abitudine alla sofferenza di un tuo simile, almeno per me. Oggi è una giornata triste, quindi. Non per chi se n’è andato, ma per chi resta.

#PerChi?

Allora. Quando mangio si suppone che nessuno debba rompermi le balle. Ora si dà il caso che da circa due settimane a questa parte ogni volta che apro il vasetto di yogurt venga investita da messaggi particolarmente ambiziosi stampati dietro la pellicola di alluminio che sigilla il barattolino. Credono di lanciare dei gran messaggi, la verità è che donano banalità gratuita. L’ultimo in ordine di tempo mi consiglia di “guardarmi più allo specchio e meno sulle riviste”.

Ma benedetto copy CheSeiStatoCostrettoAdInventartiFrasiDaLobotomizzate, mi spieghi il profondo significato di questo suggerimento? Meglio che mi faccia un’idea delle reali condizioni del mio fondoschiena invece di sognare di avercelo come quell’acciuga rinsecchita e drogata di Kate Moss? E poi tu o dai per scontato che io abbia un culo enorme, o che legga riviste di moda o equipollenti come regola di vita. E invece guarda caso leggo tutt’altro, e sono ben felice di specchiarmi in quel che leggo e perdermi in nozioni giusto un filo più elevate delle tette e dei culi di chi è nato con un DNA migliore del mio (beate loro). E per dirla tutta, oltre ad avere un sedere niente male, a casa mia ho solo uno specchio, per giunta piccolino, che mi rimanda giusto l’immagine della parte del corpo sopra le mie tette, partendo dal cuore: la parte migliore di me. Ma non per quello che c’è fuori. Ma pretendere che l’aperto invito a guardarsi dentro giunga da un vasetto di yogurt non è realistico. Capisco.

#PerChi? #PerLeBarbieMaNonPerLeBarbieturiche : aggiornatevi.

Runlover

Ho già detto che corro, no? Ovviamente corro assolutamente a caso. Un po’ qua e un po’ là. E altrettanto ovviamente nessuno delle persone che mi conosce, soprattutto gli amici più longevi, quelli che mi hanno visto affezionarmi come ad un figlio al barattolo da 5 kg di nutella regalatomi per la laurea, non credono affatto che io corra davvero. Giuro che lo faccio. Ne sono praticamente dipendente.

L’unica costante è correre, correre sempre quasi ogni giorno per evitare l’isteria. E fin che funziona – e funziona di brutto! – io corro. Per lo meno questo era quello che pensavo fino ad un mesetto fa. Poi qualche dolorino alle ginocchia, e soprattutto una smodata voglia di far vedere a tutti che corro, mi ha fatto ricalibrare gli obiettivi sportivi che non ho mai posseduto. Cioè: era meglio darsi un obiettivo. E perseguirlo con criterio.

Adesso ho una piccola tabella settimanale e una missione: trovare corse campestri nei dintorni ogni fine settimana e sfogarmi. Al momento ho all’attivo due corse: 10 k e 14 k. Ah! e ho nuovi punti di riferimenti, come il portale Runlover e, udite udite, il calendario del podista (che non è un nome finto).

Mio marito mi ha regalato un paio di scarpe da running. Mi fa sorridere se penso che era l’ultimo paio di scarpe che avrei mai pensato di farmi regalare da un uomo. Forse aspettavo proprio questo paio di scarpe, quelle giuste, per conquistare il mondo.

Una bella storia (digitale)

Sto per addormentarmi di fronte al portatile.
E’ un dopo pranzo difficile.
Pling.
Messaggio privato su FB.
Straniera digitale: “Ciao, sei per caso parente del dr XX Salmaso?”
IO: si … sono sua figlia tu chi sei?
Straniera digitale: “Sono Leda, mi hai chiesto l’amicizia.
IO:  scusa ma uso FB per lavoro (sono una giornalista) e mi capita di chiedere amicizie un po’ qua e un po’ là.
Straniera digitale: “Ti conoscevo già prima che nascessi, in pancia a tua mamma. Un giorno di bazar alla scuola arrivò tuo padre con un magnifico mazzo di fiori di pesco per tua mamma, era da poco rimasta incinta.”
Così anche mio padre è stato innamorato e gentile. Scopro da un’estranea che, quando era più giovane andava a scuola dove insegnava mia mamma solo per farle romantiche sorprese. Che tenerezza.
Straniera digitale: “ah va bene, ma ti ricordi di me? come sta tua mamma? quanti anni hai? tuo fratello? nn ricordo come si chiama.”
Una scarica elettrica in zona cervicale. E ricordo immagini sepolte nella memoria. Di una cucina e di una gabbietta con dentro delle macchie gialle.
IO: allora… mi stai facendo partire un flash nel cervello…. Io mi ricordo che da piccola, ma ero proprio piccola, avevo due canarini, Mike e Leda. E mi ricordo che il canarino femmina, Leda, l’ho chiamato così perchè mi ricordava una collega di mia mamma…. forse eri tu. Io ormai ho 37 anni. Sono sposata e vivo tra l’Italia e gli Stati Uniti. Ma non ho fratelli.
Straniera digitale alias Leda: “abito a XX, faccio volontariato, troppo, mi occupo anche di diritti delle persone con varie associazioni. Te lo ricordi “il baffo”, quello che faceva il gioco dei tappi?”
IO:  mmmm no non me lo ricordo proprio
No, decisamente non ricordo. 
Leda: “era XX, il papà di Marco, mio figlio, per tuo fratello ricordo male. Ho tenuto ospite estivo un tuo gatto, tua mamma mi regalò un bellissimo tappetino di montagna.”
Ecco, ci siamo. Non ho nulla contro i gatti, ma la mia vita è stata accompagnata dai cani. E mia madre non regalerebbe tappetini di montagna nemmeno nascesse due volte.
IO: mmmmm scusa ma sorrido. Ho come l’impressione che stiamo sbagliando persona… Ma è una cosa simpatica. Io non ho mai avuto gatti
Leda: “Era un gatto che dovettero allontanare perché non so chi aveva un’allergia ai gatti. Ma tuo papà non è il medico che ha lavorato a XXX?
IO:  ahahahahahah no!!! mio padre non è un medico anche se viene chiamato Dr. XX Salmaso.
Leda: “si chiama con lo stesso nome del dottore. Bè, adesso ci conosciamo.”
IO: caspita, tutto collimava. La scuola di mia madre, il titolo di mio padre… e io avevo davvero un canarina che ho chiamato Leda in onore ad una collega di mia mamma. Che storia, mi hai regalato un sorriso.
Leda:  “anche tu a me, un sorriso, Leda…come la tua canarina, piace anche a me cantare”.
Clic.
Ciao Leda.
Anche FB regala belle storie. Digitali.