Monthly Archives: agosto 2014

Verso South Padre

21Dopo un viaggio di sei ora eccomi arrivata a South Padre Island, il lembo più meridionale degli Stati Uniti, ultima località prima del Messico. Come dice il nome è un’isola (sottilissima), larga poche centinaia di metri e lunga almeno 50 km. Una spiaggia in mezzo all’Oceano, praticamente, collegata alla terraferma con un ponte. Mi sono spinta fino a quaggiù per sperimentare il clima da frontiera, elemento indistricabile della cultura texana. E per un po’ di mare, certo. Dal momento che il Golfo del Messico, come a vendicarsi della sua Storia, ha riservato al Texas la parte più orrida delle sue grazie.
E’ ancora Texas, qui, un questo pezzettino sperduto di terra in mezza all’Oceano?
Non lo so. Oggi lo scoprirò. Stay Tuned!

Il Texas e le armi: primo approccio

20Bang Bang Kiss Kiss. Cosa dite mi compro una bella pistola? L’esperimento odierno è entrare in un’armeria (in Texas ogni negozio di caccia, pesca e campeggio è un’armeria) e affrontare uno degli aspetti culturali che più ci allontanano dall’America. Nello stato del Texas, secondo la legge vigente datata 2008 (viene spesso modificata quasi sempre in modo concessivo), è vietato vendere armi ai minorenni e a coloro che hanno una condanna penale anche per crimini minori. Fine. Non avete bisogno di imparare altro circa il commercio delle armi in Texas. Se vivete qui, potete comprare un’arma. Una volta comprata, nessuno la registrerà anzi, voi stessi avete comprato un’arma non registrata. E se volete, potete portarvela a spasso. In bella vista o ben nascosta. Per l’opzione più sobria, la pistola necessita di un porto d’armi specifico, quello per le armi nascoste, ma se la vostra scelta è caduta su carabine o fucili a canne mozze, non c’è bisogno di nulla. Scegliete, pagate e portate a casa, subito. Come un kg di pomodori. Questo non significa che non ci siano scartoffie da compilare, tuttavia, alla fin fine non vi servirà nulla di più complicato della vostra carta d’identità. Per ottenere l’unico porto d’armi richiesto (armi nascoste, che dura 4 anni), avviene quello che in Italia capita per la patente: dovete iscrivervi ad un corso che vi insegnerà a sparare e tenere custodita la pistola. Una volta tale corso era di 15 ore, dal settembre 2013 è stato ridotto a 4 ore.

F20arequentare corsi per maneggiare armi è molto popolare. Oltre ai corsi “base”, ci sono corsi di specializzazione, corsi abbinati alla difesa personale, corsi con simulazione in 4D, ecc. I costi sono ragionevoli: dai 40 ai 70 dollari l’ora. Ecco la classe odierna dell’armeria: giovane e “femmina”. Che la cultura del possesso di un ‘arma sia donna, non ci sono dubbi. Lo dice il mercato: non si contano, sulle griglie di esposizione, pistole e fucili rosa, dedicati proprio alle donne. Alle bambine sono riservati teneri, piccoli fucili rosa.

20bDove si possono portare le armi? A parte scuole, ospedali, parchi divertimento, penitenziari, chiese e seggi elettorali solo un altro privato cittadino americano può impedirvi questa libertà: i proprietari di locali pubblici o privati, previa esposizione di un cartello. Dove si comprano le armi? Praticamente ovunque: privatamente, da altri cittadini, nei negozi di pegni, nelle mostre d’armi (ogni tanto ci sono delle vere e proprie fiere) e, infine, nei negozi di caccia, molto diffusi sul territorio e che vendono, solitamente, anche materiale per campeggio, pesca e sport in generale. Insomma, veri luoghi per famiglie. Ed è proprio da qui che vi sto scrivendo (il wi-fi gratuito fuori dall’Italia è una realtà, fatevene una ragione). Mentre scattavo a destra e a manca con il cellulare, queste erano le situazioni in corso attorno a me: alla mia sinistra giovane ragazzo di colore che stava valutando l’acquisto di un mitragliatore automatico, alla mia destra due diverse coppie (marito e moglie) erano in trattativa per l’acquisto di due pistole. Comprarsi una pistola non costa tanto; con 250$ te ne porti a casa una nuova. Nel caso il budget fosse minore c’è sempre il reparto dell’usato, nel retro bottega. Oppure i negozi di pegni.

Invece di una pistola potreste voler comprare un’ascia, una sciabola, un coltellaccio da 40 cm, uno sbudella-bambini: nessun problema, nei reparti armerie vendono anche queste. Siete fatti per giocare? Vi aspettano tonnellate di fucili ad aria compressa con cui potete impallinare scoiattoli o il sedere del vicino di casa. Per i più raffinati ci sono armi da guerra, arsenali completi di armi d’assalto con bazooka, fucili bullpup, mitragliatrici, lanciagranate e piccoli razzi.

Una Santa Barbara a cielo aperto, a disposizione di tutti, senza limiti seri, a prezzi ragionevoli e in quantità smodata. Questa offerta virtualmente infinita genera un consumo altamente personalizzato, difficile da prevedere: c’è chi si compra una pistola per difesa personale, la mette in un cassetto e non la userà mai. C’è chi si compra 10 fucili d’assalto e magari decide di usarli in una giornata “no”.

20cQualche dato. Si dice che siano 200 milioni di armi da fuoco in mano a privati cittadini in America. L’anno scorso, dopo la strage del Connecticut (in cui sono morti 27 bambini) il National Institute of Justice (NIJ) ha ricordato che, nel 1994, 44 milioni di persone, ossia circa il 35% delle famiglie, possedevano 192 milioni di armi da fuoco, 65 milioni delle quali erano pistole. Nel 2009 circa 2,2 milioni di armi da fuoco sono state importate negli Stati Uniti. Dal 2001 al 2007, le importazioni di fucili sono passate da 228 mila a 632 mila e le importazioni di quest’arma sono ulteriormente aumentate. Nello stesso anno si conta che il numero totale di armi da fuoco a disposizione ai civili negli Stati Uniti era aumentato arrivando approssimativamente a 310 milioni.

Si dice perchè nessuno lo sa veramente. Non esiste un registro per le armi, nè un limite al possesso. Queste fanno ogni anno alcune migliaia di morti (tra i 10mila e i 15mila) e molte più migliaia di feriti. Dal 1982 ci sono state 61 stragi di massa, tipo Columbine: una ogni 6 mesi. I bambini americani muoiono sotto i colpi di un’arma da fuoco 12 volte più spesso di quelli di tutti gli altri paesi industrializzati messi assieme. Solo negli ultimi 15 giorni a Houston 2 bambini sono morti per aver giocato con le pistole di qualche parente. Ed anche i suicidi, in America, sono molti di più: esattamente il doppio che altrove. Sì, anche il doppio delle nostre vittime della crisi, in Italia.

Si tratta di un fenomeno trasversale che non ha razza, censo o cultura. L’arma è un oggetto quotidiano, accettato e indispensabile, come la macchina o il frullatore, accessibile, economico e sdoganato nel suo significato di morte. Lo si usa come tale: in borsetta per sicurezza, nel cruscotto della macchina, in casa, e quando capita di arrabbiarsi col vicino, o di vivere un momento di depressione, è probabile che si faccia ricorso anche a questo.

Il problema delle armi in America ha molte facce e di certo non sarà il mio neonato approccio agli States a illuminarvi. Alcune considerazioni, dall’esterno, possono essere fatte senza essere sociologi dell’ultima ora. 

E’ innanzi tutto una questione politica: il mercato delle armi è ricco, potente e in mano alle lobby. Poichè in America non esiste il finanziamento pubblico ai partiti e alle campagne elettorali, sono direttamente (anche) i signori della guerra che pagano il loro candidato preferito. E’ un sistema di sostegno reciproco assolutamente legale ma che vincola la politica a rendere conto a chi la paga. Non a chi la vota.

E’ sicuramente una questione economica: enormi sono gli interessi del complesso militare-industriale che ruota attorno al mercato delle armi in America e coinvolge, in modo globale, l’economia di ogni nazione, compresa quella italiana, per esempio con il brand Beretta. Va inoltre riconosciuta alla questione delle armi un’evidenza geografica di cui non si ha cognizione finchè non si tocca il suolo a stelle e strisce: gli Stati Uniti non sono solo un Paese, sono un intero continente; il solo Texas è grande due volte l’Italia, e non è che la 50sima parte dello Stato americano. Gli spazi, qui, sono infiniti. Da casa vostra alla prima stazione di polizia (guardie forestali, vigili del fuoco) potrebbero esserci ore di distanza. Spesso si è soli di fronte ai pericoli a causa di spazi e distanze che noi neanche possiamo immaginare. La frontiera è ancora “aperta” in certe zone del paese, con la necessità di difendersi. E’ una questione sociale: perchè sembra che vi siano sempre più armi in giro, ma concentrate in sempre meno mani. Ed infine è certamente una questione giuridica, che tocca i fondamenti della Costituzione Americana (secondo emendamento).

Vorrei dire, in estrema sintesi, che è un problema culturale su cui però il giudizio è sospeso, perchè è sempre molto facile giudicare i buchi neri delle altrui culture. Per la maggior parte degli americani (lo dicono le statistiche) non è neppure un problema. Mi sia concesso poi, e con questo chiudo, scomodare una dimensione di pensiero che viene sempre lasciata da parte quando si parla di questo argomento, quella religiosa, come se la spiritualità, i concetti di “dare la morte” e “diritto alla vita” fossero totalmente sganciati dall’usare un’arma.

Houston e gli uragani

 19Bombe d’acqua? Houston risponde con una parola che esiste sul vocabolario: uragano.

Ecco quello che mi è capitato qualche giorno fa. Stavo guardando tranquilla la tv quando le trasmissioni sono state interrotte ed una voce ha cominciato a dire che stava per arrivare una forte perturbazione e che era meglio chiudersi in casa, stare lontano dalle finestre e non usare la macchina se non per emergenze. Bla bla bla. Ve la faccio breve: fuori da casa mia, a parte un po’ di pioggia, non è successo proprio nulla, ma a pochi km da qui alcuni alberi sono caduti, una casa è stata abbattuta.

Fa parte del brivido di vivere ai tropici quello che, da giugno a settembre, il rischio che la casa ti voli via per la furia degli eventi sia piuttosto elevato. Negli ultimi 35 anni in Texas ci sono stati circa 70 uragani anche se, secondo un certo David Roth del Centro Previsioni Meteo del Texas, solo uno ogni sei oltrepassa la costa per raggiungere l’entroterra (dove vivo io, per intenderci). Tra questi l’ultimo in ordine di tempo che ha fatto danni è stato l’uragano Ike (2008) che ha devastato le contee del Texas da Galveston a Houston causando 20 morti e circa 30 miliardi di danni. La stessa isola di Galveston è stata teatro della più grande devastazione della Storia degli Stati Uniti (dovuta a cause naturali): più di 8.000 morti e oltre 40.000 sfollati. Correva l’anno 1900.

La convivenza con gli uragani (o i tifoni) è materia di prevenzione statale. Il Governo del Texas infatti dedica molti sforzi alla pianificazione dell’emergenza e alla preparazione della popolazione ad affrontare la furia della natura. Oltre agli uragani i disastri all’ordine del giorno sono: tempeste, incendi, tifoni, tornado e alluvioni. Ora, a mio avviso, il problema principale è che qui costruiscono le case in legno e pannelli di plastica, non in cemento armato, quindi parrebbe ovvio che alla prima folata sopra la media le abitazioni siano in pericolo. Ma questo non glielo si può dire, ai texani. 

19aDetto questo, impariamo assieme al governo del Texas come sopravvivere ad un uragano. 
Le tre parole d’ordine sono: pianificare, avere un kit d’emergenza sempre pronto e rimanere informati. Pianificare significa mettersi attorno alla tavola e decidere assieme come si affronta il disastro: dove ci si trova (non è detto che il disastro vi colga tutti sullo stesso luogo), dove si fugge, se si fugge, quali documenti portarsi dietro, chi li porta, chi porta il nonno, chi porta il gatto, ecc… Il governo del Texas propone sul suo portale dedicato alla preparazione dai disastri “Ready or not?” (è la foto qui sopra) una lista di azioni da compiere (preventivamente e durante un’eventuale emergenza), con tanto di fac simili, cartellini da stampare per ogni membro della famiglia, ecc. Dopodichè bisogna organizzare il kit uragano. Il Texas consiglia: cibo in scatola per tre giorni e 4 litri di acqua a testa; kit di pronto soccorso; ricette, medicine specifiche, salviette detergenti, spazzolino, dentifricio e carta igienica; repellente per gli insetti e crema solare; radiolina, pile, torcia, extra batteria per il cellulare, maschere antigas, fischietto e accendino. I consigli si differenziano molto dettagliatamente in caso il disastro vi colga mentre siete in macchina (quindi anche dentro l’automobile dovete avere un mini kit sempre pronto e mappe stradali), oppure in casa (qui consigliano di non dismettere il telefono fisso, ma anzi, comprarsi una prolunga).  Importante inoltre preparare un kit di documenti da portarsi sempre appresso con la copia dei vostri documenti di identità, di nascita, patente e libretto sanitario; numeri di telefono, conto corrente; copia di documenti che attestino le vostre proprietà o i mutui; una lista degli oggetti più importanti che avete in casa; copia di chiavi importanti e chiavette USB con il backup aggiornato dei pc casalinghi;  foto segnaletiche di ogni membro della famiglia e ultime volontà. el caso abbiate figli, animali e nonno in carrozzella tutto si complica ma la sostanza è quella che vi ho appena elencato. Infine: informarsi. Informarsi se la zona in cui si vive è soggetta a disastri, se sì, quali e con che frequenza. il medesimo portale offre – tutto gratuitamente – DVD esplicativi su come affrontare i disastri, brochure e busta impermeabile per contenere il kit documenti indispensabili. Ve li spediscono a casa gratuitamente. 

Rigoglio texano

 18Nulla come una creatura grande appena 5 cm ti ricorda che l’essere umano, in fondo, è poca cosa. Soprattutto se questa creatura è una vespa gigante dell’America Centrale e ti sta puntando fisso per chissà quale motivo. Non mi sono ancora abituata agli incontri che si possono fare nel mio giardino condominiale texano. Soprattutto quelli presumibilmente spiacevoli. Vi ho già spiegato che in America è tutto più grande, no? Gli insetti non fanno eccezione: bagarozzi enormi che ho già imparato a temere anche se per la maggior parte sono assolutamente innocui e tendenzialmente affascinanti (se riuscissi a superare il senso di orrido).

Entomologicamente parlando ci sono: scarafaggi supersize, cucarachas XXL, cicale abnormi del centro america (friniscono che sembra abbiano i polmoni di Pavarotti), la suddetta vespa killer (naturale predatore delle cicale abnormi), api cattive, formiche piccolissime che se ti pungono sono peggio di una zanzara tigre, ragnetti di ogni dimensione e ragni velenosi, principalmente vedove nere (no, non ne ho mai viste e spero non mi capiti mai!).

C’è anche una versione bucolica della fauna tropicale locale: splendide libellule e in gran quantità, rane salterine (oh a me piacciono), pipistrelli (-ini e -oni), grilli, farfalle giganti, lucertole dai colori sgargianti (bellissime!) e uccellini di ogni tipo. Tra questi il colibrì che succhia il nettare dai fiori rossi a bordo piscina è una visione estatica. Le macchie rosse sui fili della luce e sopra gli alberi sono gli uccelli cardinale. Ogni tanto si sente battere qualche picchio. Ho visto volare dei fenicotteri rosa e… sono proprio rosa come se gli fosse caduto un testa un secchio di vernice rosa.

Per non parlare della vegetazione, per la cui descrizione basta una sola parola: tropicale.  Nei garden della zona si possono comprare anche piante specifiche che attraggono, per colori o nettare, farfalle e uccelli. Io, siccome sono un’italiana con poca poesia, mi sono comprata una pianta di basilico per fare il sugo.

18aOgni giorno qui la Natura è una scoperta nuova.

A parte la grande quantità di scoiattoli (un po’ timidi a dire il vero) in poco tempo ho già collezionato avvistamenti interessanti.

Puzzola: elegantissima.

Procione: ce l’ho (ok stava uscendo da un tombino della fogna ma vale lo stesso, no?).

Bambi: orde ed orde di tenerissime gambette sono un avvistamento frequente.

Bisonte longhorn: solo uno ma l’ho visto!

Armadillo: mi manca e la cosa mi rode un sacco perchè è l’animale simbolo del Texas.

Serpente a sonagli: altro simbolo del Texas, mi manca anche questo ma me ne farò una ragione.

Si dice inoltre che proprio a cavallo di Messico e Texas si sposti, nelle notti di luna piene il chupacabras… sarebbe un bell’incontro!

Houston e il distretto dei musei

 16Se, sul cibo, Italia batte USA 2-0 (mi allargo), USA batte Italia 20-0 (sto stretta) in tema di valorizzazione culturale.

Un esempio è sicuramente Houston, cuore del Texas, fatta di praterie, petrolio, una storia di nemmeno 2 secoli e poco altro. Una vera sfida in termini culturali dal momento che, di culturale, teoricamente c’è poco. E invece Houston può vantare alcuni dei musei più ricchi d’America. Il sistema museale della città è organizzato al millimetro. Pianificato decenni fa. Tutto è concentrato nel distretto dei musei, un’area di circa 3 km quadrati che contiene 20 musei. Il distretto è un vero quartiere culturale dove viene massimizzato l’uso delle risorse scientifiche, artistiche e didattiche. Ogni museo infatti, oltre ad essere una sede espositiva è anche un centro di ricerca. Dei 20 musei ospitati, la metà ha ingresso gratuito, l’altra metà no, ma ogni giovedì pomeriggio l’entrata è gratuita per chiunque.

Ospiti speciali dei musei sono gli insegnanti, i presidi ed educatori in genere, di qualsiasi livello e gli studenti, che hanno la possibiità di aderire ad una sorta di Piano formativo (gratuito), pensato per loro, con lezioni e presentazioni ad hoc.ù

Fiore all’occhiello del distretto è la Menil Collection, una collezione privata con ingresso gratuito, aperta nel ’87 dal collezionista miliardario texano de Menil. Uno che aveva capito che il lusso più estremo è comprare l’arte e metterla a disposizione di tutti, gratuitamente. Considerata una delle collezioni private più importanti del 20° secolo è costituita da circa 17.000 pezzi tra dipinti, oggetti d’arte, sculture, libri, ecc. Sulla stessa linea della Menil Collection c’è la Rothko Chapel, famosissima, sempre di proprietà dei de Menil e sempre gratuita. Ricoperta di opere (senza prezzo) dell’artista Mark Rothko, la Cappella è effettivamente un santuario, ma il Dio che si celebra è quello dell’arte. Unica al mondo, la RothkoChapel non è solo un luogo di meditazione ma anche una istituzione da cui ogni anno, si irradiano progetti dedicati ai diritti civili, alla giustizia sociale e alla libertà. Più classico nella sua proposta culturale è il Museo delle Belle Arti che vanta una delle sedi espositive più grandi d’America. Si può gustare arte contemporanea di qualità anche nella Galleria d’Arte della Rice University (l’università privata più blasonata del Texas) e al Museo d’Arte Contemporanea che da 66 anni non ha mai smesso di esercitare il suo ruolo – assolutamente indipendente – di hub culturale.

Poi, vediamo, c’è Museo di Cultura Afro Americana, un centro culturale dedicato a Jung e alla psichiatria, un Museo della Salute, che in realtà è un museo delle scienze ma dedicato al corpo umano, il vero Museo delle Scienze, enorme e bellissimo quasi batte quello di Londra che per me è il massimo dei musei del mondo. La follia americana si sfoga nel Museo Meteoreolgico “John C. Freeman” che in realtà è una sorta di serra gigantesca in cui vengono riprodotti i vari microclimi del mondo. Supertecnologico ha anche una uno studio televisivo in cui cimentarsi a fare le meteorite. Alla fotografia contemporanea, alla sua evoluzione e ai suoi estimatori è dedicato loHouston center for Photography che ha una specifica mission culturale: educare all’immagine. A parte le varie esibizioni, tra corsi, seminari, forum e workshop (gratuiti), questo è il museo più attivo della città con 275 proposte diverse ogni anno.

16aCommuovente è il Buffalo Soldiers National Museum che conserva le evidenze (documenti, filmati, foto) dell’inconsueta fetta di storia rappresentata dai reggimenti composti interamente da afroamericani e risalenti alla guerra civile americana. I “soldati bisonte”, così come li avevano soprannominati i Cheyenne, contro i quali l’allora Governo degli Stati Uniti li aveva mandati a combattere, furono fortemente discriminati nel corso della loro lunga carriera militare. Il Texas riservò loro (che pure furono il primo esempio di integrazione americana) reazioni violente, attaccandoli addirittura nel corso di alcuni disordini razziali a Rio Grande (1899), Brownsville (1906) e Houston (1917). Furono i Buffalo Soldiers ad invadere la Sicilia (e salvarci) durante la seconda guerra mondiale. Vi invito davvero a ad approfondire questa stupenda Storia fatta di coraggio, umiliazioni e dignità.

Houston ha anche un Museo dei Bambini, super premiato, super bello, super tutto. Tipo il MUBA di Milano ma più grande. Vi metto il link così potete studiarvelo per bene e morire d’invidia: http://cmhouston.org/ .Visitato da oltre un milione di persone l’anno offre le interazioni più intelligenti e curiose per tornare a divertirsi come bambini. Perché è ovvio che a divertirsi sono soprattutto i “grandi”. Nemmeno il Texas si fa mancare un Museo dell’Olocausto anche se in realtà è metà Storia e metà Arte con riflessioni artistiche sul tema della memoria.

P16boi ci sono degli spazi, assolutamente ufficiali, riportati dalle guide e finanziati come tali, la cui esistenza difficilmente può essere compresa da chi, come un italiano, è abituato a vedere la cultura censurata, vessata, appiattita, discriminata. Ci sono, dicevo, dei luoghi d’arte, trattati come musei (entrata gratis ma con orari precisi, servizio di sorveglianza, luci, toilets, ecc.) che si mettono a disposizione di artisti emergenti o semplicemente dilettanti con spazi e progetti. Uno di questi è il DiversWorks, una sorta di comune di artisti fondata nell’82; poi c’è il Centro per le Arti Contemporanee (HCCC) che propone soprattutto oggetti artistici tutti un po’ pazzi; il Lawndale Art Center che definisce se stesso come un contenitore di arte alternativa con esposizioni informali e l’accoglienza di circa 500 artisti all’anno. Io sono stata in vece nella compagine artistica di Silver Street (anche qui ci sono studios in affitto per artisti e spazi espositivi facilitati): un po’ di vino, un po’ di patatine, colori e musica ti fanno dimenticare che la qualità artistica non è proprio il massimo.

Infine, lo sapevate che a Houston c’è anche un Museo e Centro Culturale Ceco? Nemmeno io! L’ho scoperto informandomi per questo post. E’ gratis, un salto ce lo faccio di sicuro, se non altro per capire cosa ci fa la Boemia in Texas.

Come è possibile fare tutto questo? Innanzi tutto ci vuole una volontà politica e culturale. E poi ci vogliono i soldi, che in Texas, fortuna loro, non sono un problema, basta scavare in giardino. A Houston, in particolare, il distretto dei Musei è finanziato dai petrolieri della Chevron e da Greensheet, un portale di commercio on line.

Benvenuti in Texas, località del Messico

 15Si hubiera estudiado español era mejor. Se avessi studiato la lingua spagnola di certo mi sarebbe stato più utile districarmi nella cultura texana. Ma, purtroppo, come potete vagamente immaginare, io di spagnolo, a parte, “ola” e “no intiendo” non capisco una cippa. Il mio inglese è eccellente, il mio francese traballa, il mio tedesco mi aiuta a leggere i menù all’Oktoberfest ma lo spagnolo, porca miseria, mi manca proprio. E per vivere in Texas bisogna spagnolizzarsi o meglio, latinizzarsi. Perchè qui l’american english è un optional.

Gli USA ospitano la seconda comunità ispanofona più grande del mondo: secondo l’ultimo censimento del 2010 il 16,3% della popolazione americana, circa 50,5 milioni di persone, è per nascita o per discendenza latino-americana. E parla (anche) spagnolo. I latinos hanno superato da tempo gli afro-americani come prima minoranza del Paese (quando? più o meno quando il produttore di Miami Vice decise di dare un partner ispanico a Don Johnson per risultare più politically correct), e negli stati del Sud si avviano a diventare la maggioranza. Tra i cittadini con meno di 5 anni, i bambini bianchi sono meno del 50% nella capitale Washington e in 12 stati, tra cui ovviamente, c’è il Texas dove, peraltro, il 48% della popolazione con meno di 18 anni è di origine latino-americana. Su 26 milioni di abitanti, questa la popolazione del Lone Star State, 10 milioni sono ispanici, circa il 38,2%.  Se si considerano anche i dati degli immigrati clandestini (tantissimi, soprattutto provenienti dal Messico) si capisce che il concetto di Texas in quanto regno incontrastato dei WASP (white angle saxon protestant, ovvero bianchi, anglosassoni e protestanti) è ormai numericamente scomparso e che la società texana si sta velocemente ispanizzando. Ammesso che si sia mai americanizzata! Ha senso ricordare infatti che, una volta sterminate le tribù indiane autoctone, la quasi totalità del territorio texano, fino a 200 anni fa era o Spagnolo o Messicano (che poi significa comunque spagnolo).

Se poi considerate che, almeno in Texas, operatori di call center, camerieri, cassieri, commesse, idraulici, giardinieri, operai (sono i latinos ad aver costruito il Texas negli ultimi 30 anni), manutentori in genere, cuochi, autisti, insomma, qualsiasi professionalità media con cui andrete ad interagire è di lingua spagnola, va da sè che qui si può vivere tranquillamente senza mai usare l’inglese.

15aLa totalità di tutto il packaging esistente, dai cibi al supermercato ai menù dei ristoranti, dai bugiardini ai segnali stradali, ecc. è bilingue. inglese e spagnolo. Buona parte delle istituzioni USA ha inoltre assunto il bilinguismo inglese-spagnolo come norma nei propri siti web ufficiali, come il Governo, la Casa Bianca, l’FBI, il servizio Medicare o la Biblioteca Nazionale di Medicina. Allo stesso modo è disponibile in spagnolo il sito dello stato del Texas. Lo spagnolo è anche la lingua più insegnata (53%), nelle scuole superiori, dopo l’inglese.

Secondo lo Houston Chronicle (il giornale locale: senza “s” finale, mi raccomando, così si distingue da queste mie umili note digitali) il futuro del Texas e degli Stati Uniti è il bilinguismo inglese-spagnolo. Io direi che il giornalista ha come minimo sbagliato tempo verbale: il bilinguismo è il presente del Texas. Da quel che leggo è imperativo presente anche in California, lo stato americano in cui la comunità ispanica è più numerosa. Da qui a pochissimi anni si attende il sorpasso delle comunità cosiddetta “bianca”. Dall’altro lato sempre più americani non-ispanici studiano spagnolo per fare business con la comunità dei latinos.

E ormai questa comunità è cresciuta. Talmente tanto da aver modificato se stessa nella propria identità, ritrovandosi giorno dopo giorno sempre più americana. Anche nel conto in banca. Tra i latinos ci sono, sì, molti poveri e lavoratori poco qualificati, ma anche una numerosa middle class e un certo numero di ricchi.  Certo non è tutto così lineare: i “bianchi” sono ancora divisi tra chi privilegia gli aspetti positivi di questo massiccio fenomeno di melting pot e tra chi vede nella presenza del latinos una minaccia all’identità nazionale americana, dove il cortocircuito potrebbe essere ad un passo. La vera frontiera sembra non essere più geografica ma politica, quella stessa politica che resta divisa e affascinata da questa enorme massa di persone. Obama ha recuperato il 70% del voto ispanico in Texas, dove però l’iscrizione ai registri di voto resta inferiore al 50%.  Il meticciato di civiltà, come direbbe qualcuno di mia conoscenza, si ricompone senza drammi sulla tavola. Infatti, se tra tutti i 50 Stati dell’America, il Texas può vantare una sua identità in fatto di gastronomia è grazie alla sua anima latina. Cucina texana è infatti sinonimo di tex-mex, il miscuglio ameritexano racchiuso in tortillas, nachos, quesadillas, chili, jalapeno e tante altre delizie che prima o poi mi prenderò la briga di raccontarvi.

Nel frattempo studiate. Welcome to Texas! Bienvenido a Texas!

Ho provato a correre

Io e il movimento abbiamo divorziato tanti anni fa. Le prime avvisaglie di un matrimonio sbagliato sono arrivate quando avevo poco più di 5 anni e mia madre aveva deciso di farmi fare ginnastica artistica. Non dimenticherò mai l’odore da pavimento e corpi umani, di plastica sporca e sudore, che da quel momento in poi, per me ha simboleggiato l’idea di muoversi. Ne ho sentito la presenza anche quando, due anni più tardi, sono stata iscritta a forza ad un corso di tennis. In quel caso mi ha salvato l’allenatore . “Se la tenga a casa, Signora. E’ meglio per tutti”. Era una presenza costante e polverosa durante le (poche, pochissime in verità) domeniche da baby-panchinara al minibasket. Poi basta, abbiamo firmato un divorzio consensuale. Inutile accanirsi. Gli ho preferito musica, studio, divertimento, cibo, sonno, lavoro. Qualsiasi altra cosa.

In qualche caso è capitato di riconciliarci, sempre a settembre o gennaio, che sono i due capodanni dell’anno. Giusto per riprovarci. Ma ancora c’era quell’odore di fatica stantia, noia e sacrificio che ci allontanava inesorabilmente.

Poi è capitato. E’ successo improvvisamente. Avevo una rabbia dentro inesauribile. Una voglia di urlare che, dopo aver urlato, non si spegneva. Un’ansia che non spariva a parole. Una frenesia negativa che si spandeva nelle vene e lì restava. Non evaporava. Non spariva. Ho provato a correre. Non quelle fughe da disperati, no. Ho provato a correre piano, costante, a lasciare che il ritmo dei passi, blando, staccasse da solo quelle croste di dolore che erano lì appese all’anima, senza soluzione. Ho provato a correre e incredibilmente piedi, ginocchia, gambe e fiato hanno corso con me. Per la strada, sugli argini, o in mezzo al traffico. Non c’era l’odiato odore del movimento, di quel matrimonio fallito tanto tempo addietro. C’ero solo io.

Giorno dopo giorno, settimana dopo settimana, ho continuato a correre. Non si tratta di un matrimonio riparatore ma di un rapporto diverso. Non corro per stare in forma. Corro per dimenticare. Corro per raggiungere il ground zero dei miei pensieri. Corro perchè raggiungo un vuoto apparente. Corro per terapia. Corro perchè sentire il proprio corpo che vive è una lezione quotidiana di speranza.

Il volto animale dei “mall”

 17Alla fine l’ho fatto. Di fronte a tutti. Mi sono fatta battere come un tamburo da un cinese dentro un centro commerciale. E non me ne pento. Ventiquattro dollari di dolore assurdo ma che mi hanno fatto rinascere. E’ successo così: nel quartiere periferico houstoniano di lusso, The Woodlands, c’è un centro commerciale grande come mezza città. Dentro si può trovare di tutto, tranne le automobili. Tra i vari prodotti da consumare c’è il massaggio volante di maestranza cinese. Il massaggio è pubblico, sotto la scala mobile: ci sono 4 postazioni costituite da alcuni seggiolini ergonomici in cui la vittima si siede, come fosse un inginocchiatoio ma con un sostegno per la testa e per le mani. Contratti – a gesti – minutaggio e tariffa (io ho sperimentato 20 minuti) e poi un silenzioso boia orientale si avventa sulla tua schiena. Non ci si spoglia, non ci si unge. Tutto viene consumato sopra i tuoi stessi vestiti.

Crac, craaaac, clong. Sono i suoni che le mie orecchie hanno realmente sentito mentre l’uomo ha cominciato a trafficare sulle scapole. Miseriasantissimachemale! Stavo per alzarmi e rinunciare, tale era il dolore. Poi ho riconosciuto il tocco esperto, ho ricacciato indietro le lacrime e ho subito. In una scala da 1 a 10 in cui 1 è un massaggio leggero e 10 un massaggio davvero pesante io ho sperimentato il 10 e lode. Craaaac, cric, craaaac. Forse i muscoli della mia schiena non erano così elastici come pensavo.

Finita la tortura mi sono consolata alla food court del centro commerciale. Ogni centro americano ne ha una: è l’area in cui si concentrano tutti i negozi che vendono cibo (100% fast food) in modo che la “sala da pranzo” per chi consuma sia condivisa da tutti. Ogni fast food prepara sempre degli assaggini che vengono gratuitamente offerti al pubblico. Ora: i fast food sono 10, ergo, gli assaggini sono 10. Basta fare il giro due volte e ceni gratis. No, giuro, non l’ho fatto. Sono solo passata due volte di fronte al “fat bellies cajun” per un bocconcino di pollo al bourbon. Si è terribile lo so, ma è solo un peccato veniale. So quando smettere. Anzi, smetto quando voglio.

Poi mi s17aono preparata psicologicamente alla visita che ogni volta cerco di evitare ma che poi immancabilmente mi attira in un misto di tenerezza e orrore, disgusto e pena: il negozio degli animali. Diversamente dall’Italia, dove da diversi anni è illegale, in Texas i cuccioli possono essere tenuti in negozio, come vera e propria merce, ed esposti nelle gabbie. Il risultato è un luogo caotico pieno di animaletti che guardano bambini e bambini che guardano animaletti. Separati da un vetro ed entrambi piangenti. Oltre alle gabbie ci sono anche aree specifiche, dentro il negozio, in cui bambini e animaletti possono abbracciarsi, sperando entrambi in un’adozione.

Il business dei cuccioli, in Texas, è un affare raccapricciante ma molto remunerativo. Qui, a chi alleva animali non sono richieste nè licenze, nè controlli e lo stesso mercato del commercio di cuccioli non è regolamentato. Bello il liberalismo, eh? Non se sei un cane appena nato.

Più che da veri e propri allevamenti, cagnolini e gattini provengono dalle cosiddette “puppy mills“, fabbriche intensive di animaletti da bottega, come denunciato da anni dallo SPCA of Texas (una sorta di ENPA texana) e da Human Society. Inferni con le sbarre in cui cani o gatti vengono tenuti in gabbia, senza cibo adeguato, e fatti accoppiare continuamente per produrre sempre merce pronta da vendere. Sono strutture che, come permesso per (mancanza di) legge, sono esenti da ispezioni, difficilmente rendono conto della salute degli animali (ovviamente scarsa) e non applicano alcun criterio umano nel trattamento di queste creature. Centinaia e centinaia di cani e gatti in batteria come polli di allevamento, costretti a vivere nel più crudele dei modi, tra le proprie deiezioni, feriti, sanguinanti, ciechi, rabbiosi, infettati e spesso in cinta. In Internet ci sono dei video che vi risparmio ma che documentano molto bene questo fenomeno in gran parte sconosciuto alle famiglie che comprano i cuccioli in negozio. Purtroppo tutto questo è ancora legale negli Stati Uniti, specie nel Texas che è uno degli stati confederati (ne sono rimasti solo 10 su 50) che ospita nei propri confini le “puppy mills”.

Solo recentemente (2012) la Corte Federale del Texas ha approvato una legge che limita l’allevamento intensivo e incontrollato degli animali a scopo vendita. Un primo passo verso una nuova sensibilità anche se la limitazione imposta sfiora il ridicolo e consiste nell’obbligo di un controllo, per ogni allevatore del territorio, in caso venda più di 11 cuccioli all’anno. In caso il controllo faccia emergere irregolarità c’è una semplice multa che viene pagata senza troppa difficoltà. Anche questo è Texas.

Il fascino discreto del junk food

Chiunque sia mai venuto in America, sa.

Sa che il vero divertimento è il supermercato.  Sa che passare mezzore tra gli scaffali ad osservare l’universo dell’impensabile gastronomico è il vero confronto culturale con gli USA che, a noi italiani, piace di più. Forse perchè è l’unico in cui risultiamo davvero vincenti.

E allora questo post è per tutti voi, voyer del culatello, patiti del lardo di colonnata, estimatori di tartufi, repressi del caviale, amanti delle più raffinate gourmandie italienne.

(AAA1 Avviso ai naviganti: immagini forti)

(AAA2 Avviso ai naviganti: i prodotti fotografati sono esclusivamente quelli che, con insistenza, vengono proposti come italiani. Per il resto, ogni paese ha il diritto di inventarsi e mangiare il cibo che vuole). 

Si comincia con un grande classico: i piatti che gli americani considerano italiani ma che in Italia non esistono. O meglio, sono frutto delle ricette delle nonne dei primi immigrati italiani in America. L’evoluzione della specie ha fatto il resto.

Ah. In America il cibo italiano deve essere rigorosamente annientato da kg di aglio. Altrimenti non è abbastanza italiano. Se i ristoranti italiani in America osano proporre pasta che non navighi in qualche salsa agliata, o una pizza che non sia cosparsa di aglio, non vengono riconosciuti come italiani.

Le immagini seguenti sono dedicate a chi l’insalata, o la pasta, la preferiscono solo con un filo d’olio.

Sulla soglia della pericolosità si piazzano i prodotti che seguono la cui comprensione è affidata al caso.

Però. Però le grandi marche italiane (o europee) hanno le loro responsabilità culturali. Guardate cosa propinano grandi brand italiani al mercato americano (spacciandolo come la normalità).

Eppure sarebbe un errore pensare che i supermercati americani siano pieni di schifezze. I banchi della verdura sono più forniti dei nostri e c’è una grande scelta. Ci sono scaffali dedicati a prodotti biologici, a quelli senza glutine e ai vegetariani. 

verdura

Gita a Fredericksburg, TX

13Se vero Texas deve essere, che sia assolutamente country. Voglio ranch, cavalli, fuoco e stelle.

Fuori da Austin e dalla sua periferia, la statale 290 si apre ad una dimensione bucolica, fatta di praterie, colline, ruscelli, distese di querce e noci. Una semplice strada a due corsie è il sentiero verso il mosaico scenografico della Hill Country, prossima tappa della mia piccolavacation.

La piccola Toscana del Texas, potrebbe essere definita. Infatti se, nella vostra vita, avete viaggiato abbastanza (e avete uno spirito d’osservazione onesto), già sapete che di Toscane, nel mondo, ce ne sono tante. Quella del Texas, da un punto di vista naturalistico, non fa eccezione. Ha tutti i numeri per giocarsela alla pari eccetto, purtroppo, il cibo e il vino ma si sa, noi italiani siamo condannati all’eterna insoddisfazione quando si tratta di bere o mangiare fuori dai confini nazionali.

Tra i primi insediamenti “non nativi” in quest’area (una volta patteggiata con gli indiani Comanche una tregua, l’unica realmente mantenuta nella storia del Nord America) ci furono quelli degli immigrati tedeschi che comprarono terre a vista d’occhio. Si dice che qui fino agli anni ’70 si parlasse comunemente tedesco, che le strade avessero nomi teutonici e che si mangiassero crauti e non mashed potatoes. Al centro di questo piccolo mondo antico e tedesco c’era e c’è ancora la cittadina di Fredericksburg, pittoresca in stile western ma con birra tedesca al posto dell’onnipresente Bud Light. Tra finte botteghine, steak house e il mito di John Wayne, tocca evidenziare che anche qui, purtroppo il gusto della chincaglieria turistica regna sovrano.

13aMa è a qualche miglia di distanza, fuori, nell’aperta prateria, in mezzo al silenzio più assoluto che la Hill Country dimostra di essere, al momento, il segreto più ben conservato del Texas. Saranno forse le sue colline, i suoi orizzonti sterminati, l’elegante dolcezza della natura, il vento, il sole, la terra, non lo so. Ma finalmente, in questo luogo, l’America mostra se stessa. Come è, come doveva essere. Bella, rigogliosa, profumata, silenziosa, incontaminata, abitata da foreste di pecan, fiori di campo, eserciti di cavallette, capre, cervi, puzzole, armadilli, falchi e colibrì (tutti rigorosamente avvistati con urla di giubilo). Se questa è l’essenza emozionale del Texas, a me piace.

Anche se contraddice apertamente i tre grandi miti texani: il cotone, le vacche e il petrolio. Il quarto mito, lo aggiungo io, è il fast food. Tutti elementi assenti, rimpiazzati da piccole cittadine rurali, poco più che villaggi, animati da qualche pick-up e qualche vaccaro gentile.

Il primo a richiamare l’attenzione sulle potenzialità della Hill Country fu il Presidente Lyndon Johnson che nella Hill Country era nato (a Stonewall) e dove tenne sempre il suo ranch – la casa Bianca del Texas – nel cui giardino è ora sepolto, assieme alla moglie. Chiamatelo scemo.

A proposito di ranch, la mia piccola esperienza ranchera si è realizzata al Monarc Ranch di Fredericksburg, reggia (già compianta) per un paio di notti: un piccolo cottage arredato come una bomboniera country ma tecnologica. Cuscini cuciti a mano e wi-fi a manetta, marmellate fatte in casa ma super tv satellitare (ahhhh non immaginate quanto mi sia sfogata a vedere la tv di Serie A!!!), silenzio e privacy ma mega jacuzzi con luci stroboscopiche in giardino. L’unico elemento a turbare l’equilibrio perfetto sono stata io, o meglio, la mia non abitudine alla Natura, quella vera: tutti gli insetti del mondo, ragni velenosi, cavallette che si infilano ovunque, ecc. E mi sono domandata da quanti anni non mi perdevo in un posto così. Il Texas ci ha poi messo del suo, per farmi dispetto, due notti stellate da togliere il respiro e la via lattea dritta sopra la mia testa.

Il sogno americano esiste, quindi. Io l’ho trovato. Anche se era in un luogo e non in un’idea. Un luogo inaspettato, solitario, struggente.