Monthly Archives: agosto 2014

Houston Chronicles #30

foto (7)Ogni avventura ha una fine. O forse la fine viene solo rimandata fino all’arrivo di un’avventura successiva. Così ecco che dal Texas ritorno al Veneto. Non prima di un’ultima sessione di shopping che mi regala qualche sorriso.
A cominciare dalla targa ricordo qui di fianco che, chi ha mai viaggiato in Texas, conosce bene: è il classico segnale che indica dei luoghi di interesse storico. Ce ne sono centinaia, forse migliaia sparsi per tutto il territorio nazionale. Nella maggior parte dei casi indicano il nulla: il ferimento della gamba del cavallo di David Crockett, piuttosto che la morte di un soldato semplice, o l’ombra della quercia sotto la quale si è seduto a pensare un qualche eroe popolare. Anche ai texani non deve essere sfuggita questa frenesia pseudo-storica tanto è vero che nei loro corrispettivi dei nostri autogrill vendono ironiche riproduzioni di queste targhette in cui ammettono, che in Texas, non è successo praticamente nulla. 

30aL’interessante composizione artistica fatta con i cartoni della Bud Light (birra inutile) mi ricorderà che, del Texas, di certo non mi mancherà l’eleganza. Eppure nelle esagerazioni kitsch dei loro addobbi urbani, commerciali, ecc. c’è una dose di leggerezza, anzi di rilassatezza, nei confronti dei canoni stilistici ed estetici del mondo occidentale che induce perfino simpatia e tranquillità.

Lontano dal rigore che spesso la bellezza impone c’è un universo fatto di infradito, teste spettinate, abbinamenti che gridano vendetta, espressioni però di una vita meno sacrificata a mode ed esigenze d’immagine. Dico addio ai cessi, sì agli onnipresenti, frequenti, pulitissimi e accessoriati cessi americani, per me personalmente simbolo di una nazione che ha scelto la comodità, il full optional come bandiera e come cultura di riferimento. E non ti accorgi di cosa significa avere una vita comoda finchè non la provi. Di cosa significa fare tutto quello che vuoi (lavoro, studio, svago consumo) quando vuoi (a qualsiasi ora, h24) e come vuoi (tranne la nudità, tutto è permesso). Egoismo allo stato puro, lo so, provengo da un’altra cultura sociale. In pochi di voi mi capiranno, io stessa non approvo fino in fondo e mai lo farò. Però è da provare.

30Saluto le schifezze americane. Cibo che in gran parte non ho avuto l’ardire di assaggiare. Eppure un compromesso esiste. In realtà ce ne sono molti. Per esempio le ciambelle di Shipley, massima americanizzazione possibile della mia colazione. Caffellatte e donut al forno. Più sane di un pancake, leggermente più impegnative di una brioche. Solo per ricordare che la tolleranza è un valore a doppio senso di circolazione e che passa anche per il banale incrocio di civiltà dato da un dolcetto.

texas-sunset-robert-anschutzUn arrivederci, infine, alle cose belle che ho scoperto a Houston – dalla Natura alle persone – che mi hanno fatto ricordare che ogni Paese, anche quello meno amato, anche quello più distante dai tuoi principi, merita un’avventura che può insegnare qualcosa. 

Houston Chronicles #29

  29Un giorno d’estate di 5 anni fa, una commissione federale degli Stati Uniti stilò un rapporto secondo il quale erano necessarie misure più restrittive, come l’isolamento, per prevenire e punire l’abuso sessuale nei ragazzini, fermati sul suolo statunitense perchè clandestini e soli e “ospitati” in case d’accoglienza di tutto il territorio nazionale.

Quello degli unaccompanied children – i minori non accompagnati – è il dramma invisibile che segna il Texas come una penosa cicatrice. Una crisi umanitaria di cui si parla poco in Europa ma che, un giorno si e uno no, costituisce la prima pagina del quotidiano di Houston. In Texas, tra ottobre del 2013 e metà giugno 2014, oltre 57.000 bambini e ragazzi non accompagnati hanno provato ad attraversare il confine tra Messico e Stati Uniti venendo però fermati dalle pattuglie di guardia. Vengono mandati via dai loro genitori da tutta l’America latina, piagata dalla violenza, dall’instabilità politica e dalla guerra contro i narcos. Migliaia sono vittime del traffico dei clandestini. Come mai proprio i bambini? Perché, dal 2008, la legge statunitense garantisce loro un trattamento privilegiato rispetto agli altri clandestini. Per salvare i minori dal traffico di esseri umani, il Congresso (allora a maggioranza democratica) aveva prescritto di fornire loro un rifugio negli Stati Uniti, una rappresentanza legale e la possibilità di verificare i loro casi, uno per uno, in tribunale. Sul lato pratico, il “rifugio”, per 1 minore clandestino su 3, è però stato il carcere. La legge dice che nel caso non vi siano i requisiti, questi ragazzini debbano comunque essere rispediti a casa. Tuttavia in attesa di un verdetto possono rimanere negli Usa (e dileguarsi). Ora il problema sta scoppiando nelle mani delle autorità del Texas, che, avendo il Messico come odiato/amato vicino di casa, sta subendo quasi interamente sulle sue spalle gli effetti dell’esodo. Le famiglie e le comunità locali fanno quello che possono per sfamare e ospitare i piccoli clandestini, ma il loro aiuto non è sufficiente.

Central Americans Undertake Grueling Journey Through Mexico To U.S.In un anno il numero di minori non accompagnati in fuga dall’America Latina è cresciuto del 92%. Sono 5.000 in più rispetto alle stime fatte nelle precedenti settimane, e il doppio rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso. Entro la fine dell’anno potrebbero arrivare a 80.000. Harris County, la contea che contiene gran parte dell’agglomerato urbano di Houston, è la “provincia” che, con i suoi 2.866 minori non accompagnati, ha il più alto numero di ospiti non autorizzati di tutti gli Stati Uniti.  A maggio, le autorità di frontiera, sopraffatte dal numero di minori non accompagnati che illegalmente avevano attraversato la frontiera, avevano disposto il trasferimento di oltre 1.000 bambini alla Lackland Air Force Base di San Antonio, Texas. Un rifugio d’emergenza, istituito dal Department of Health and Human Services in Texas (Dipartimento di Salute e Servizi Umani) ormai quasi del tutto saturo perché in grado di gestire fino a 1.200 minori.  E’ proprio all’interno di questi “rifugi” che, come sottolineato da molte associazioni di diritti umani, si consumano crimini sessuali di una tale evidenza da costringere il congresso a prendere la precauzione che ricordavo all’inizio di questo post. Su 101 casi denunciati, solo uno è stato di fatto perseguito.

29aPer legge, gli agenti di frontiera possono tenere i bambini sotto custodia non più di 72 ore prima che i minori passino sotto la responsabilità dell’agenzia per i rifugiati istituita all’interno del dipartimento della Salute e dei servizi umani, che si occupa di rintracciare negli Stati Uniti genitori o parenti in grado di potersi prendere cura dei ragazzi. Per loro, una volta fermati i minori, si attiva la procedura di espulsione, un procedimento che può durare diversi anni, durante i quali i bambini restano sotto la responsabilità delle autorità federali. E solo a pochi, stando alle leggi vigenti, verrà consentito di rimanere negli Stati Uniti in modo permanente.

Da un punto di vista legale, il problema è anche nei tempi. Perché un immigrato clandestino dall’area Nafta (dal Messico o dal Canada, dunque) può essere rispedito al Paese d’origine immediatamente dopo l’identificazione. Ma per un immigrato privo di documenti, per il quale non si riesce a individuare l’origine, la procedura cambia: il clandestino può essere trattenuto dalla polizia per un massimo di 3 giorni e poi deve essere scarcerato. L’ondata di migranti minorenni non accompagnati pone un problema che non è solo umanitario, ma anche politico. Il dibattito scatenato, soprattutto in Texas, assume più o meno gli stessi toni che siamo abituati a sentire in Italia. Obama aveva chiesto 3 miliardi e 700 milioni di dollari per accogliere adeguatamente questi minori, la parte politica opposta chiede che i medesimi soldi siano usati per respingerli. Anzi, l’idea lanciata è di far partire un aereo al giorno con dentro i ragazzini da rimpatriare. Ora siamo nella situazione in cui il braccio di ferro politico ha di fatto bloccato ogni iniziativa relativa al problema. Probabilmente se ne riparlerà verso novembre, quando le mid-term election risveglieranno un po’ di compagna elettorale anche qui.

Houston Chronicles #28

Poteva mancare un post per guidarvi nella sterminata offerta gastronomia di Houston? Eccolo qui.

28Tex-Mex. La cucina messicana rivisitata in chiave americana, in altre parole il tex-mex, costituisce una fetta importante della cultura houstoniana, un’espressione delle radici di questa terra. E, giuro, se non avete mai mangiato tex-mex, non potete dire di aver mai vissuto. Questa tradizione gastronomica ha una storia perfino più antica del Texas stesso, con gli ambulanti messicani, che ad inizio ‘800, vendevano per strada tacos e tortillas. Successive leggi per garantire maggiore igiene imposero di trasferirsi dalla strada agli edifici, dando origine ad un business congiunto tra messicani e texani. Il primo ristorante tex-mex a Houston è datato 1907. Da allora in poi l’offerta è più che centuplicata. La mia personale preferenza – anche se al momento le mie esplorazioni sono solo all’inizio – è “Pappasito’s”, che è un catena di ristoranti tex-mex diffusa tra Houston e San Antonio. Se riuscite a superare la prova dell’antipasto (nachos caldi e appena fatti, serviti con le salsine della casa), qualsiasi piatto sul menù è da infarto. E non è una battuta.

28aRoad House. Se il tex-mex è il cuore gastronomico del Texas, la spina dorsale è il barbeque. Che poi è quanto di più vicino, per un texano, al concetto italiano di cibo e convivialità. Il BBQ è infatti una filosofia, e insieme un’arte e un modo di stare assieme. Innanzi tutto la carne va trattata da cruda, con marinature e processi di affumicazione frutto di segreti generazionali sempre diversi. Poi va cotta lentamente seguendo altrettante procedure che ognuno sviluppa per conto suo. Alcuni dei risultati più gustosi e salutari possono essere assaggiati da “Rudy’s”, una catena di barbeques a buon mercato che riscatta la tendenza texana ad ingurgitare schifezze. In questo ristorante, il cui interno è allestito da grandi tavolate stile sagra, si mangia con le mani e il servizio è self service: ordinate al banco il vostro pezzo di carne e lo pagate a peso. Il menù è dipinto sul muro perchè non si tratta che di tre diversi tagli di carne cotti in modi diversi. Semplice, sano (per quanto possa essere sano mangiare grandi quantità di carne), economico e veloce.

28bDove mangiare italiano a Houston. Quella qui a sinistra non è una pizza ma il tallone d’Achille di ogni italiano. La prova fumante che siamo deboli e viziati. Potevo io non andare alla ricerca della pizza perfetta anche a Houston? La risposta è scontata ma il risultato è sorprendente… perchè l’ho trovata. Il merito è di qualche connazionale pazzo che ha ingaggiato una battaglia coraggiosa contro il coma delle papille gustative dei texani indotto dai troppi habanero e che credevano la vera pizza italiana alta come una focaccia, cosparsa d’aglio, salamino piccante e cheddar. E così da qualche anno, anche gli italiani di Houston – e gli houstoniani dai gusti più aperti – possono evitare Pizza Hut. O Little Ceasars. O Domino’s. E via dicendo. Ci voleva un pizzico di Nordest (italiano), il pionierismo da folli di un trevigiano, per assecondare il vizio numero uno di noi italiani, il cibo. Da qualche anno, sotto il viale alberato di Louisiana Street, Midtown Houston, c’è “Piola”, un autentico angolo gastronomico italiano che non ha ceduto ai compromessi. Design moderno e coloratissimo al posto del finto italian style con tovaglie a quadretti, menu semplice con l’apprezzatissima censura di ingredienti come aglio e parole come “alfredo” e “polpette”. Intendiamoci: in Italia sarebbe un posto che passerebbe inosservato, a Houston brilla come una stella. Aggiungerei, quasi a pari merito “La Dolce Vita”, altra pizzeria italiana che si definisce anche enoteca. Pizza eccellente, buona scelta di vini italiani ma l’atmosfera è un po’ meno informale e ad attendervi all’entrata c’è il “valet parking” (ovvero l’autista che ti prende la macchina e te la parcheggia) che a me personalmente mette a disagio.

Oppure… se nulla di quello qui sopra descritto vi convince a sufficienza, entrate in un supermercato e consolatevi con la consolazione per eccellenza, la Nutella. Ottima e abbondante ovunque.

E se siete vegetariani, non spaventatevi. Nonostante le leggende metropolitane potete sopravvivere anche in Texas. Ma i texani vegetariani non fanno parte della tradizione.

Houston Chronicles #27

 27Yupon Street, in pieno downtown, a Houston, cela un piccolo segreto. Spalle alla celebre Rothko Chapel, sotto il verde delle querce, c’è un orto urbano che rifornisce gli houstoniani di prodotti freschi e offre ai rifugiati la possibilità di una nuova vita.

Questo fiorente giardino (che vedete qui a sinistra) è curato da Roy Nlemba, un rifugiato dal Congo.

L’organizzazione no profit Plant It Forward (letteralmente “pianta oltre”) assicura a lui ed altri specialissimi contadini urbani la formazione necessaria per coltivare la frutta e la verdura biologica che poi viene venduta ogni domenica mattina nel farmer marker del centro di Houston. Il mercato è frequentato da normali cittadini ma anche da molti ristoranti.

Ogni anno Houston segna numeri record in fatto di accoglienza di nuovi rifugiati, molti dei quali arrivano in Texas come tappa finale di un percorso di fuga durato anni e caratterizzato dalla detenzione in campi rifugiati e in condizioni estreme. Una volta giunti a Houston, ad un passo dalla realizzazione del sogno americano, i rifugiati affrontano la sfida più complessa, quella dell’osmosi con una nuova cultura, una nuova casa, una nuova lingua e, possibilmente, un nuovo lavoro che possa restituire loro dignità e fiducia. Nella maggior parte dei casi l’agricoltura costituisce il principale se non l’unico background professionale posseduto da questa compagine nonchè l’unica voce spendibile su eventuali curricula. Purtroppo, nell’area urbana di Houston, coltivare frutta e verdura non è esattamente una vocazione del territorio. Nonostante terra, sole e acqua non manchino, quello che non esiste, per quanto possa sembrare strano, è esattamente il know-how agricolo, tanto che la città (o meglio l’agglomerato di oltre 6 milioni di persone che viene chiamato Houston) importa da fuori provincia, diciamo così, quasi la totalità del cibo che consuma e l’attenzione degli houstoniani verso prodotti freschi, sani e locali sta aumentando.

27aIl progetto Plant It Forward è un piccolo passo verso la creazione di una filiera micro-agricola, dove persone, risorse e richieste di consumo possano unirsi in una nuova realtà economica e sociale dall’importante connotazione etica.Tra i partners dell’iniziativa ci sono infatti anche gruppi religiosi che mettono a disposizione del personale, ovvero i rifugiati, terra e strumenti – concreti e teorici – come corsi di business management o vendita specializzata ai ri
storanti. A completare il quadro di un fermento verso un consumo alimentare più sano ci sono un paio di realtà commerciali già cresciute che, di motivazioni etiche tout court non ne hanno ma che ben rappresentano il nuovo trend salutistico, Sprouts The Whole Food Market. Si tratta di due catene di supermercati biologici (californiana la prima, più internazionale la seconda) che al loro interno offrono solo prodotti freschi senza pesticidi, antibiotici o altre alterazioni. A parte frutta e verdura di stagione, vero basilico italiano (da queste parti hanno basilico americano che è imbastardato con la menta), formaggi, yogurt, bibite e farine senza additivi, sono gli unici luoghi in america dove potrete trovare prodotti Fair Trade e di commercio equo e solidale.

A volte, anche in Texas, il food non è fast, junk, fried o greasy.

Houston Chronicles #26

26Indecente o naturale? Sto parlando di allattamento al seno in pubblico.
A Houston è molto comune vedere una mamma allattare il proprio figlio dopo averlo posto sotto una nursing cover (piccola copertina), come nella foto qui a fianco (il bebè in questione giace sepolto sotto la coltre bianca sulla sinistra che copre tutta la “situazione” dalla spalla della madre fino al bacino). Se in Texas l’atteggiamento verso questo gesto è una questione aperta, in Italia, forse, è addirittura infuocata. Tuttavia, a differenza del Bel Paese dove, francamente, nonostante le polemiche, non ho mai visto donne coprirsi per allattare (forse perchè passeggini e poppanti sono molto meno numerosi?), a Houston questa scelta sembra andare per la maggiore.

Che in Italia i soliti perbenisti avessero stravolto la logica della santità bollando come maliziose la tette di una madre e accettabili le tette delle zoccole in tivvù, mi era cosa nota. Non pensavo però che certe pruderie avessero raggiunto anche il Texas fino a imporre il mini-sudario per i poppanti o indurre certe vergogne nelle teste delle mamme. Ho quindi cercato qualche informazione per capire se da questa parte dell’oceano esistessero regole diverse. Ho trovato molti movimenti che promuovono, trasversalmente, l’allattamento al seno in pubblico che, ho scoperto, non è vietato (tranne in Alaska dove è considerato esplicitamente immorale) ma nemmeno protetto.

Mi spiego meglio: ogni madre può allattare dove vuole ma chiunque può legittimamente indignarsi e chiederle di smettere (coprirsi, allontanarsi, ecc.). Se rifiuta, può essere allontanata a forza dalla polizia e arrestata. Perchè nessuna legge protegge attivamente questo diritto. E un vecchio detto americano sostiene che un diritto senza un rimedio non è un diritto. Nonostante non sia riuscita a trovare alcun caso di madre denunciata per atti osceni in luogo pubblico per aver allattato il suo bimbo fuori dalle mura domestiche, la possibilità esiste.

Nel 2003, Jacqueline Mercado perse temporaneamente la custodia dei suoi due bambini dopo essere stata denunciata al “telefono azzurro” di Richardson, Texas, perchè un dipendente di una catena di alimentari l’aveva fotografata mentre stava allattando il suo bimbo di un anno. La donna e suo marito, entrambi originari del Perù, furono arrestati e accusati di “esibizione a fini sessuali di un minore”, un reato che prevede fino a 20 anni di reclusione. Ci vollero sei mesi all’avvocato d’ufficio per smontare le accuse e restituire i figli alla coppia. Nonostante il caso Mercado sia stato un unicum nella storia del Texas (e degli Stati Uniti), l’assenza di una esplicita protezione legale al gesto dell’allattamento rende possibile altri casi del genere.

Il blog americano “Breastfeeding Law: Know your legal rights” ospita una serie di testimonianze di madri texane che sostengono – su una media di 3 figli a testa – di aver ricevuto al massimo qualche occhiataccia in risposta all’allattamento libero, e forse, in pochi casi, un invito a coprirsi. Molte altre però spiegano come si sentano più tranquille a coprirsi, in caso il figlio richieda una poppata. La sensazione generale è che comunque coprirsi sia necessario. Nei blog italiani “PianetaMamma” e “AlFemminile” la questione della copertura non esiste. Anzi, gli scontri verbali nei forum dedicati sono così violenti, da una parte e dall’altra, da far sembrare la soluzione texana della nursing cover un compromesso di buon senso tra diritti negati e sensibilità ferite. 26aC’è da dire che nel Texas le madri hanno la possibilità di gestire la propria genitorialità, fuori dall’ambiente domestico, con strumenti specifici (nessuno dei quali economico). Innanzi tutto TUTTE le toilette pubbliche hanno spazi riservati esclusivamente alle famiglie, tanto che se dovete far pipì non ci sono 2 porte (uomini e donne), ma 3 (uomini, donne e famiglie); i centri commerciali arrivano addirittura ad offrire camerini apposta dove allattare. Non cito i seggioloni sempre presenti nei ristoranti (che offrono sempre un menù per bambini e qualche giochino pensato apposta per loro). Gli spazi per bambini (con giochi, tappeti, ecc.) sono presenti ovunque. Impossibile infine spiegare, vi dovete fidare, della sostanziale tolleranza che c’è nei confronti dei bambini, anche quelli che meriterebbero uno sculaccione, e delle madri, anche quelle che usano i passeggini come sfollagente.

Nel Paese dove la maternità non è un diritto ma solo uno stato fisco temporaneo, essere genitori on the road è paradossalmente più facile. In Italia, dove essere madre è quasi un dovere biologico oltre che un diritto personale e professionale, essere genitori fuori di casa è un percorso ad ostacoli.

Buona vita

Detesto questa espressione. Francamente non ne ho mai capito appieno il significato. Cos’è una buona vita? Come si fa ad augurare ad una persona che da qual momento in poi abbia una buona vita? Al massimo, direi, buona giornata. Anche buona settimana può andare. Già il mese mi sembra un periodo di tempo eccessivamente lungo per prevedere positività e bontà. Ma la vita, l’intera vita, a me sa tanto da augurio sproporzionato. Li identifico subito quelli che mi salutano dicendo “buona vita”. Sono segnati. Hanno lo stigma del saluto buonista. Un po’ più di pragmatismo, grazie. E se davvero ci tenete a come proseguirà la mia vita, abbracciatemi. Saprò capire.

Houston Chronicles #25

25Misteri in ordine sparso che mi va di annotare oggi. Chi fosse in grado di rispondere è ben accetto.

Le cerette. I waxing services costano l’ira di Dio, almeno 100 dollari. Ma ammetto che io stessa non estirperei i peli di un altro essere umano per meno del triplo.

I finocchi. Perchè con la montagna di varietà erbivora che vendono supermercati e mercati rionali, perchè con tutte le migliaia di acri coltivati, i finocchi sono una merce da mercato nero? rara, costosa e tutta filamentosa.

Gli speroni sulle ruote dei molti pick-up: caro autista texano vuoi comunicarmi che non solo ce l’hai più grosso ma che è anche appuntito? e che siete tutti Batman?

Il formaggio: ma con tutte le mucche che esistono qui perchè non c’è del formaggio? E perchè quello che c’è esiste solo a cubetti, triangolare, a fettine, alla julienne, a cilindri, a strati, impacchettato, appeso o, insomma, tagliato da qualcun’altro che non sia io?

Il saluto. A Houston salutare è l’eccezione: smettete di studiare le formule di saluto in inglese, in America non esistono.

La curiosità. Allora non ci siamo capiti. Se manco mi saluti, perchè vuoi sapere da dove vengo, cosa ci faccio qui, se mi piace e quanti anni ho?

L’acqua. Avete presente l’acqua che mettete dentro il ferro da stiro, quella depurata? Ecco, qui si beve. E ovviamente non disseta. Che sia forse per questo che la gente si riempie di vitamine?

La moquette. Onnipresente. Beige. Impregnata di ogni microbo. Ma non era dagli anni ’80 che non andava più di moda?

25aI letti. Mi sfugge il motivo dell’altezza vertiginosa delle alcove: un metro e venti al garrese. Cui prodest?

L’insalata. Se l’insalata è side dish, un contorno, perchè al ristorante me la servite prima di tutto e aspettate che la finisca prima di servirmi il piatto a cui dovrebbe fare da contorno?

Le scarpe. Perchè ci sono così pochi negozi di scarpe (da donna)?

L’aria condizionata (versione giugno). Proprio perchè siamo ai tropici, mi spiegate perchè sono costretta a girare col golfino?

L’aria condizionata (versione agosto). Proprio perchè siamo ai tropici, perchè non alzate un pochino l’aria condizionata?

A prescindere da quello che vi piace inghiottire, qual è il fascino segreto di mangiare in macchina, in un parcheggio di un drive in, senza schermo, da soli per giunta?

Gli avocado (versione giugno). Quintalate di avocado come se non ci fosse un domani?

Gli avocado (versione agosto). Ma perchè in Italia si mangiano così pochi avocado?

Ma il mistero assoluto è lui, l’immancabile tritarifiuti incorporato nel lavello da cucina: sfuggente nella sua identità, resta segreta l’urgenza del suo esistere.

Houston Chronicles #24


24Non può andare sempre bene, no? E’ capitato che vi abbia scritto da una spiaggia atlantica. Molto più spesso dai bordi della piscina condominiale. Ora capita che scriva dal letto di un’Emergency Room. Facciamo finta di aver fatto un’esperimento, via. Facciamo finta che non mi sia sentita male e che non mi abbiano portato di corsa al centro medico più vicino. Facciamo finta che ci sia entrata volontariamente per capire come funziona il sistema sanitario americano. Bene. 


Svolgimento. Innanzi tutto, come funziona. Se davvero avessi un urgenza medica qui in Texas – sia mai! – a chi rivolgersi? Al pronto soccorso, direste voi. Peccato che questo concetto (che è anche un servizio) non abbia una sola declinazione, come in Italia. Gli Stati Uniti sono infatti la temuta patria della sanità privata, il “babau” di ogni democrazia, l’antitesi del welfare state, lo spauracchio di ogni mutuato. Il principio è semplicissimo: stai male? Paghi. E tanto. 
Di gratuito c’è giusto l’uso della toilette (pulitissima, nel caso). Qualche esempio tariffario? Una gravidanza va dai 20 ai 30 mila dollari. Un braccio rotto, tremila. Un tassello di lego su per il naso duemila dollari. Un migliaio di dollari, in media, ogni sortita (non grave) al pronto soccorso. Pregate Dio con tutte le vostre forze che non vi capiti di dovervi operare d’appendicite o che non vi venga un infarto perchè partono le cambiali (e i casi di cittadini indebitati con gli ospedali non si contano). In realtà non è proprio così, ma non voglio annoiarvi (per curiosità ulteriori posso rispondere nei commenti, qui sotto) quindi continuiamo con il mio realistico esperimento. Dicevo, qui esiste la sanità privata, il che rende l’offerta di cure mediche, come già detto, sì, costosa ma virtualmente infinita. In aggiunta, Houston è uno dei poli di ricerca medico-scientifica più importanti d’America per cui, come ogni cosa in Texas, i centri medici sono esattamente come le bistecche: onnipresenti, enormi, eccellenti e di ogni tipologia. La liberalizzazione (anche) di questo tipo di mercato ha generato inoltre dei servizi impensabili per l’Italia: i pronto soccorso privati. Piccole strutture, grandi esattamente come un poliambulatorio, aperte h24 e dove il servizio offerto è quello emergenziale. 

24aPratica. Ed è esattamente ad uno di questi che mi sono presentata io. Appena entri ti fanno firmare tutte le carte del mondo in cui sostanzialmente sollevi i medici da ogni responsabilità nel caso ti uccidano. Io sono stata anche fotografata perchè non essendo cittadina americana (e non avendo quindi io un’assicurazione sanitaria) avevano bisogno di documentazione ulteriore. Il tempo di espletare la burocrazia e sono stata immediatamente servita, mi viene da dire così: mi hanno affidato ad una task force (2 infermieri, la caposala e il dottore), mi hanno assegnato una stanzetta privata (completamente attrezzata) e hanno cominciato a curarmi. A curarmi ipoteticamente, dico. Un paio di flebo, analisi del sangue (15 minuti netti di attesa dal prelievo ai risultati), ECG, visita medica e prescrizione finale. Il tutto nella privacy più assoluta della mia stanza, senza attese, caotici passaggi di mano, tensioni. Come se fosse un check up prenotato da tempo. Ho chiesto dell’acqua e mi è stata portata immediatamente. Ho chiesto del ghiaccio e l’ho ottenuto in meno di un minuto. Chi mi ha accompagnato è sempre stato presente al mio fianco, seduto comodamente su una poltrona. Dopo la visita e il risultato degli esami il medico mi ha spiegato con calma la diagnosi, mi ha proposto una cura, si è sincerato che l’avessi capita e poi mi ha chiesto se me la sentivo di andare a casa. In caso diverso non c’era problema, potevo stare anche lì. Uscita dall’ER, anche se era notte fonda, sono andata in farmacia (non ho dovuto cercare quella di turno perchè sono sempre tutte aperte h24) e ho comprato le medicine che mi sono state consegnate in contenitori personalizzati con il mio nome, il quantitativo esatto ed un’etichetta con la posologia. Il giorno successivo il medico che mi aveva visitato mi ha telefonato a casa per sapere come stavo, per ripetermi la cura prescritta, sincerarsi che l’avessi già messa in pratica, ricordandomi che se entro il tempo stabilito non ci fossero stati miglioramenti dovevo tornare a farmi visitare. Pensavo fosse uno scherzo. Costo dell’avventura (e del follow up): 1.300 dollari. Pagamento a scelta, anche a rate.

Luoghi comuni confermati (almeno in Texas): la sanità costa tanto ma il servizio è eccellente. Il consiglio resta quello di ammalarsi il minimo indispensabile.
Luoghi comuni sfatati (almeno in Texas): non è vero che se stai male e non hai un’assicurazione ti lasciano morire per strada; dentro gli ER non gira il Dottor Ross. Una domanda che sorge spontanea: se tanto mi dà tanto, come diceva mia nonna (con i dovuti distinguo tra dollaro ed euro, costo forniture, costi energetici, costo del lavoro, bla bla bla) … ma quanto costa, allo Stato (italiano), curarci quasi gratis?

Houston Chronicles #23

23a La spiaggia di Padre Island è selvaggia, libera, pulita ma decisamente frequentata. Non da esseri umani, ma da uccelli di tutte le dimensioni. Sono questi quei momenti in cui rimpiangi di non aver mai sfogliato quel libro noiosissimo sull’ornitologia delle zone palustri che lo zio ti aveva regalato per la comunione. Gabbiani, ibis, pellicani, pennuti grandi come gru o piccoli come passerotti: la battigia è una movidainarrestabile di becchi, zampettii e voli radenti. Noncuranti degli uomini i veri padroni della spiaggia prendono il loro spazio. Al “bird observatory”, direzione laguna, si può conoscere un po’ di più di queste splendide creature chiacchierone. Una bella camminata sopra le passerelle protette e direttamente in mezzo all’oasi permette, in un paio d’ore, di familiarizzare con gli abitanti della zona tra cui farfalle e alligatori.

Di alligatori neanche uno, mannaggia (anche se mi hanno spiegato che resta ben nascosto tra i cespugli). In compenso tante farfalle, tantissimi pesci e un sacco di uccelli coloratissimi, compresi i miei amici fenicotteri. E siccome dopo l’ospedale delle tartarughe e, oggi, l’osservatorio ornitologico, le proposte culturali di South Padre Island sono terminate, non mi rimane che spiaggiarmi in riva al mare. Il che dà il via ad una spietata osservazione dell’ambiente circostante. Il bagno con i vestiti addosso (polo e pantaloni, direttamente, anche in piscina) e le dimensioni dei bagnanti si confermano un grande classico. Quindi passiamo oltre. Stuoia, ombrellone e radiolina confermano una certa discendenza europea, ma il tocco americano è dato dalle seguenti aggiunte: cagnetto al guinzaglio (possibilmente tinto di rosa, povera bestia) e frigo portatile pieno di birre.

23C’è da dire però che quasi tutti si comportano in modo civile, secondo regole di educazione e buon senso. Il risultato è una spiaggia ordinata e vivibile, senza venditori ambulanti, senza caos, senza mozziconi di sigaretta. Solo sabbia ed alghe da condividere con gli uccelli. E con gli amici a quattro zampe, dal momento che in America non ci sono impedimenti a chi vuoi frequentare la spiaggia, purchè, appunto, dimostri rispetto nei confronti dell’ambiente. Vagamente paradossale visto che, all’orizzonte,  le inquietanti macchie nere delle piattaforme petrolifere ricordano come la sensibilità ecologica abbia evidentemente molte sfaccettature.

Detto questo, è giusto che sappiate che qui a Padre Island si mangia come dei Papi. In riva al mare. E che i fast food non se li fila nessuno.

Houston Chronicles #22

  Cercavo la frontiera e ho trovato il turismo. Giù giù in fondo, dove il Tex si trasforma definitivamente in Mex, l’esperienza di frontiera si infrange, plastica, sulle dune di sabbia bianca dell’Isola del Padre, la più estesa barriera di terra e sabbia del mondo. Se pensavo di trovare un confine da superare sotto l’aspetto geografico, mi ero sbagliata di grosso. L’America mi ha sorpreso ancora una volta dimostrandosi luogo di paradossi continui.

22aUna volta attraversato il ponte che separa l’isola dalla costa, ad accogliere il viaggiatore è il Pearl Resort, un mostro ambientale degno della peggiore Las Vegas (o delle peggiore Italia?). Attorno a lui, per circa un miglio, altri degni compagni di cemento. Negozi pieni di ciabattame estivo, ristoranti e piccole boutique completano il tutto. Per fortuna l’orrore si consuma in un’area ridotta.

Poi, ad un certo punto, semplicemente l’uomo smette di esistere: gli edifici scompaiono, le vie di trasporto si riducono da tre ad una, i pali della luce si interrompono, attorno l’acqua (che da una parte è Oceano, dall’altra laguna) viene seppellita da dune bianche che si fanno sempre più alte, a destra e a sinistra. Ad un certo punto, anche la strada finisce e si rimane soli con la Natura.

22b Vento, cespugli sparsi, dune. Uccelli, alghe, mare. E’ curioso come l’Oceano non profumi. E’ curioso come vada bene lo stesso. L’isola si riprende il proprio spazio, distante dall’uomo, appena sopra la parte Sud dell’immensa barriera e diventa una delle più estese riserve naturali degli Stati Uniti.

Perdonata, in parte, la debacle iniziale, la visita a Padre Island comincia con la visita all’Ospedale delle Tartarughe.Non pensate a niente di complicato e asettico come un vero ospedale. Si tratta di una struttura di ricovero momentaneo per le decine di tartarughe di ogni specie che vengono trovate ferite nelle acque della laguna o dell’oceano. A seconda della gravità, le piccole pazienti (ce ne sono di giganti!) stanno in queste vasche dai 2 ai 4 mesi. Ci sono però alcuni ospiti che, a causa delle gravità del trauma, non possono più ritornare alla vita nel mare.L’inquilina più celebre dell’ospedale è proprio la tartaruga più sfortunata – Alissa – recuperata nelle acque locali, quando era poco più lunga di 20 cm, senza 2 zampe e senza coda, tranciati da uno scafo. Praticamente una sentenza di morte. E invece i veterinari hanno costruito per lei una protesi in acciaio e gomma; una protesi che è cresciuta con lei, lei che ora è lunga oltre un metro, e che ha permesso all’animale di continuare a nuotare e quindi, a vivere, seppur in un ambiente protetto. Delle centinaia di tartarughe marine salvate dall’ospedale, la maggior parte si è ferita a causa dell’imperizia dell’uomo: tanti animali sono stati trovati agonizzanti per aver mangiato plastica. Nell’acqua, per una tartaruga, un oggetto fluttuante e trasparente è sempre una medusa, ovvero cibo. Che si tratti di un sacchetto di plastica o di una bottiglia lo scoprono troppo tardi, una volta masticato. A non poter abbandonare il centro ma per motivi del tutto diversi è anche Gerry, gigantesca tartaruga Verde Atlantica, che ha i miei stessi anni e pesa i miei stessi chili. 22cIl passato di Gerry è stato caratterizzato dall’amore, troppo amore, quell’amore che porta gli uomini a trattare le specie diverse la lui come se fossero dei bambini. E così Gerry è diventato dipendente, psicologicamente e fisicamente, dagli uomini. Incapace di tornare alla natura, non sa come procurarsi cibo ma soprattutto cerca sempre compagnia, possibilmente umana, elemento fatale per la sua sopravvivenza. Così Gerry vive dentro una vasca gigante, aperta sul davanti perchè possa interagire con le persone, e (soprattutto) i giovani volontari che, più volte al giorno, gli portano l’insalata (ma anche carote e peperoni), che deve mangiare a quintali per sostenere il suo peso.
L’Ospedale delle tartarughe di South Padre Island si sostiene da solo, sul volontariato e sulle offerte dei turisti. Io un dollaro a Gerry gliel’ho lasciato: il suo DNA dice che vivrà più di me. Spero che gli comprino lattuga a sufficienza fino a quando compirà 100 anni e che ci sia sempre qualcuno a fargli compagnia dall’altra parte del vetro.