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Barbie(turica) – il manifesto

Rivendico la mia “barbietudine” senza vergogna alcuna. Ma con una precisazione. Alzi la mano chi non ce ne ha avuta almeno una, nella vita. Anche di quelle tarocche, che erano di plastica vuota e che dopo due giorni avevano perso metà scalpo e al posto delle tette avevano un cratere rientrante. Ammettiamolo, le Barbie(s) hanno posseduto almeno un giorno della nostra infanzia da femmine. Anche se, una volta cresciuta, un certo pensiero post femminista mi ha invitato a scorgere nel simbolo della bamboletta bionda e perfetta il modello della disumanizzazione del mio genere sessuale e l’invito implicito ad un futuro fatto di poco più che un parrucchiere e una estetista, io alla Barbie ho voluto un po’ bene.

Non che il pensiero di classificare con precisione il ruolo giocato dalla Barbie nella mia infanzia femminile anni ’80 sia il primo pensiero del giorno, no. Ci pensavo proprio oggi, perchè ho finito di leggere “La versione di Barbie”, un libro intelligente ed ironico di una donna – un’artista – che seguo dai tempi (televisivamente nostalgici) della Tv delle Ragazze, Alessandra Faiella.

Io da piccola (ma anche adesso) preferivo i robot e le spade. E batman. E i Lego. E correre fino a star male. E a carnevale mi vestivo da strega e non da principessa. Però c’era sempre una Barbie addormentata sullo scaffale che mi aspettava. Come oggi esiste sempre un vezzo femminile, anche di bassissima lega, che riequilibra una giornata da guerriera ninja, colorandola un po’ di rosa.

Però non si smette mai di combattere. Mai. Ed a mio avviso Barbie, con quella faccia lì, non ha mai combattuto tanto. Ed è per questo che non sono proprio Barbie. Ma BarbieTurica. Perchè non tutte le bambole sono innocue.